Venerdì, 11 Maggio 2012 12:27

Indagine intorno ai suicidi dei piccoli imprenditori. Seconda parte

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Intervista al medico psichiatra-psicoterapeuta  Beniamino Gigli


ROMA –  I signori dei castelli di carte . Mentre i giornali si discute se l’emergenza suicidi a causa della crisi sia vera o meno, e  mentre i nostri governanti ed ex governanti si rimpallano la responsabilità di queste che Monti ha chiamato “conseguenze umane” della crisi, i suicidi continuano ad occupare gli spazi mediatici. Anche durante la guerra in Iraq i civili ammazzati dalle ‘bombe intelligenti’, non venivano più chiamati vittime innocenti ma ‘effetti collaterali’ … e probabilmente il Presidente del consiglio ha fatto tesoro di questi slittamenti semantici che trasformano fino a rendere irriconoscibile l’immagine vera e il senso degli accadimenti reali.

Vecchi trucchi da retori smaliziati che defraudano questi individui che disperati si tolgono la vita anche della pietas umana dovutagli. Intanto le “conseguenze umane” della crisi aumentano.
In questa settimana un uomo di 48 anni che faceva il custode in un’azienda di cash&carry dalla quale è stato licenziato e sfrattato si è impiccato. Sempre ieri si sono tolti la vita un operaio edile e un piccolo imprenditore. Poi è stato il turno di un commerciante che si è impiccato nel retrobottega del negozio e un muratore è stato salvato per un soffio dalla figlia quindicenne.
Intanto i nostri aristocratici politici pensano solo al modo migliore per lavarsene le mani.


Anche la maggior parte dei media certamente non brilla nelle analisi di queste tragedie umane: ci si ferma alla superficie del fatto vedendo solamente l’ultima causa scatenante e annullando completamente la realtà umana delle persone che decidono di uscire dal tempo. Si passa davanti a questi corpi senza vita in fretta, e si punta il dito contro qualcuno o contro qualcosa di non ben definito per non compromettersi troppo, per fare in modo di allontanare la colpa da se stessi. Questo perché il suicidio è sempre una colpa che ricade sulla società che non è stata in grado di dare una mano ad un essere umano disperato: questo perché gli individui che danno forma alla società non hanno saputo e voluto né vedere, né sentire i grido muto di chi mentre stava in difficoltà vedeva tutti i volti, anche delle persone a lui vicine, che si giravano dall’altra parte. E ormai avremmo dovuto imparare che l’annullamento della realtà umana altrui genera sensi di colpa. Sensi di colpa che, anziché generare un rifiuto e una ricerca che evitino altre vittime, vengono puntualmente vomitati sugli altri. Vedi il bel teatrino dei nostri politici.
 
Nel nostro precedente articolo avevamo abbozzato una ricerca per capire più in profondità il senso di questi fenomeni che inquietano e possono spingere ad altre tragedie. Avevamo anche scelto di occuparci, per ora, solo dei piccoli imprenditori che a quanto pare sono la categoria più a rischio.
Avevamo anche individuato un punto focale che non viene neppure sfiorato dai media nazionali i quali non si sognano certamente di mettere in discussione il sistema capitalistico al quale queste persone che si sono tolte la vita avevano aderito senza riserve.

Il libro, “La trappola – Radici storiche e culturali della crisi economica”  dell’economista Andrea Ventura, già citato nel precedente articolo, ci ha aiutato a capire meglio le profonde ed invisibili dinamiche individuali e sociali che possono annientare psichicamente un individuo quando questi però in qualche modo ha alienato tutto il proprio essere in un’identità traballante e falsa come può essere, appunto, “un castello di carte”.
Riprendiamo dalle parole di Ventura che avevamo lasciato in sospeso per continuare la nostra ricerca in ambito psichiatrico: « La trappola è più d’una. La più evidente è quella in conseguenza della quale le nostre società ci spingono a cercare il benessere e la felicità nell’arricchimento materiale, sacrificando a esso ogni altra aspirazione. I rapporti con le cose sostituiscono i rapporti con le persone che così vengono distrutti, annullati».
Per capire ancora meglio le dinamiche psichiche inconsce che sono a monte di questi atti disperati abbiamo intervistato il medico psichiatra-psicoterapeuta  Beniamino Gigli.
 

Dottor Gigli con il nostro titolo “I signori dei castelli di carte” volevamo sottolineare la fragile identità umana di queste persone che davanti ad un fallimento materiale decidono di togliersi la vita. Le sembra che l’impostazione del nostro articolo sia corretta sotto il profilo psichiatrico? Si può dire, come abbiamo scritto noi, che questi suicidi sono dovuti ad una ferita narcisistica? Secondo lei si possono definire ‘lutti’ la perdita del posto di lavoro o l’indebitamento? E secondo lei possono essere causa di suicidio o più propriamente causa scatenante di una patologia inconscia mai resasi palese?
 
 
Il suicidio di persone che vengono travolte dal fallimento economico delle loro attività imprenditoriali  non è una novità. Esistono studi, soprattutto sociologici, in cui è ben evidente come le curve relative ai disastri finanziari in un dato periodo sono sovrapposte ad un aumento dell’incidenza di suicidi. Ne parlava già Durkheim a fine Ottocento. In linea con questa impostazione è emersa nella stampa di questi  giorni a commento dei fatti di cronaca, la tendenza ad evidenziare nessi causali tra i due fenomeni, cosa che a mio modo di vedere risulta essere parziale e fuorviante per la comprensione del fenomeno e che, come sottolineato da voi, necessita di altri spazi di riflessione e approfondimento.
Detto questo però, prima di intraprendere una possibile lettura psichiatrica, è bene  porre nella giusta attenzione lo sfondo culturale su cui si innestano tali eventi. Credo che giustificare il gesto suicida perché il conto bancario si è azzerato o è andato in rosso significa proporre l’idea che la realtà umana, la realizzazione dell’essere umano, debba essere ricondotta alle capacità che le persone hanno di  accumulare risorse e possedimenti economici. Questa è la visione purtroppo diffusa che la stampa in questi giorni sta veicolando,  avallando di fatto una cultura generale strettamente pervasa  e strutturata da  modelli di economia che pensano l’essere umano solo in funzione del soddisfacimento dei bisogni materiali: si raggiunge la felicità se si accumulano soldi, o al contrario si va verso la disperazione con suicidio se si perde tutto il patrimonio. C’è da riflettere sul perché rimangano inespresse e negate considerazioni relative alla persona così evidenti e necessarie di fronte al suicidio.


Una cosa che si può notare scorrendo i fatti di cronaca è l’assenza di qualunque riferimento al contesto dei rapporti umani di queste persone. L’immagine che si evince dagli articoli  è quella di persone racchiuse in una solitudine  tenuta ben  nascosta, che hanno tentato il possibile per portare in pareggio i conti e che di fronte alle porte chiuse delle banche vedono crollare il loro mondo, per la vergogna tendono ad isolarsi, sentono di essere venuti meno al loro mandato, ai loro progetti: quello di garantire, giustamente, il salario dei propri dipendenti e di mantenere uno status di benessere ai  famigliari.
L’idea di aver fallito, di aver deluso, di non avere vie d’uscita,  diviene un pensiero martellante che  può, nella loro mente, risolversi solo compiendo il gesto estremo. L’esito drammatico cosi  descritto sembrerebbe l’inevitabile e logica conseguenza di uno stato di disperazione innescato da ciò che appare più manifesto. In realtà  tutto ciò dovrebbe indurci a   pensare se questo stile di vita rifletta in realtà l’assenza di un pensiero critico su una serie di scelte, comportamenti e pensieri che la cultura del benessere materiale esige per automantenersi; un’assenza di pensiero  sul proprio ruolo nell’ingranaggio del sistema economico che incessantemente opera per ridurre l’uomo  a strumento per i profitti, a “risorsa umana” su cui investire e capitalizzare, creando giorno dopo giorno un impoverimento della nostra realtà umana  illusoriamente nascosto dal possesso di oggetti  e beni.  


 Quello che è evidente è che, al di là del dissolvimento del conto in banca, sia andato  perso il senso più profondo dell’esistenza umana, quello di creare la propria identità umana nell’ambito dei rapporti affettivi, nelle relazioni sociali umanamente valide, nel valorizzare aspetti della vita che nulla hanno a che fare con la logica del profitto, dello sfruttamento e della ricchezza materiale.   L’enfasi con cui i giornali hanno sottolineato l’abnegazione lavorativa dei malcapitati  quasi a deresponsabilizzarli per ciò che hanno fatto, e che avrebbero evitato di fare se fossero stati sostenuti economicamente, mostra esattamente la tendenza di un pensiero dominante che vede l’uomo come produttore incessante  di ricchezza, e in questa veste assolto da qualsivoglia errore, quando invece sappiamo come l’abnegazione possa  nascondere spesso la rinuncia ad approfondire il mondo dei propri rapporti personali, a vivere il tempo libero per arricchire la propria realtà umana.
Non possiamo esprimerci molto sulle singole individualità, perché non sappiamo molto delle storie umane poste dietro questi episodi, ma credo che sia legittimo pensare ad una impotenza di pensiero che, affidando al successo economico e ai profitti in crescita, la costruzione della loro identità, in realtà abbia portato queste persone a costruire con le proprie mani il baratro mentale che li rende incapaci di non solo di fronteggiare il dissesto finanziario ma soprattutto di parlare alle persone più vicine per raccontare il malessere e la disperazione.
Certamente, dobbiamo aggiungere, difficilmente si può pensare che in breve tempo e da soli,  si possa modificare un modo di essere strutturato nel tempo. É lodevole pertanto l’iniziativa avviata in alcune città del nord di costruire una rete di supporto psicologico preventivo per queste persone. Ma il problema per quanto detto è più generale e, ripeto, fa molto pensare che rispetto a questi suicidi non si siano poste queste considerazioni, invocando al contrario l’assoluta responsabilità del movente finanziario come unico determinante.
Volendo considerare i  termini  che hanno trovato spazio sui giornali come “ferita narcisistica” e  “lutto da perdita” da voi richiamati credo che siano decisamente fuorvianti perché quello che scopriamo dunque è l’assenza di un’identità umana valida che possa generare speranza anche nei momenti più difficili. Evidentemente un’identità persa da tanto tempo e per questo sottratta a qualsivoglia ferita o perdita.

Dottor Gigli la citazione di Andrea Ventura parla di una “crisi antropologica”. Senza andare nel sociale, lei ha notato nei suoi pazienti qualche sintomatologia che si può avvicinare a quanto descritto da Ventura? Se si, ce la potrebbe descrivere brevemente e/o fare un approfondimento psichiatrico su ciò che dice Ventura?
 
La domanda relativa alla “Crisi Antropologica” richiederebbe molto spazio per essere affrontata compiutamente, soprattutto se sviluppata all’interno di una critica ai  modelli di sviluppo economico delle società moderne ad impianto capitalistico. Il libro di  Andrea Ventura  a cui fate riferimento solleva bene la questione soprattutto nel cap. quinto del suo libro, dove viene posta   l’attenzione a quelle dicotomie concettuali esigenze/bisogni  e razionalità/irrazionalità che da sole e opportunamente sviluppate potrebbero rappresentare l’ossatura di una nuova teoria economica . Sono concetti questi,  affrontati, e possiamo dire teorizzati per il contenuto nuovo loro attribuito,  dallo Psichiatra  Fagioli, - a cui Ventura espressamente si richiama -  attraverso i quali, si pongono le basi per una rivoluzione di pensiero non solo in ambito psichiatrico, ma  in ogni cosiddetta “scienza dell’uomo” fino appunto all’economia. Nella teoresi fagioliana viene proposta una nuova visione della realtà umana, e dunque possiamo dire una nuova antropologia, mostrando, a partire dalla nascita umana, l’emergenza di un senso della esistenza  umana, che lontano dal rapporto razionale con oggetti materiali o con divinità trascendenti, esprime l’esigenza fondamentale degli esseri umani: quella di stabilire rapporti interumani e attraverso essi sviluppare la propria identità. Perché ciò avvenga  è necessario che la ragione  si faccia da parte lasciando gli  esseri umani liberi di esprimere il loro mondo irrazionale fatto di affetti, fantasia, sogni e desideri . Termini questi al momento fuori dal vocabolario dell’economia, sebbene, vista la “crisi antropologica”  in atto, è bene sperare.

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