Giovedì, 17 Febbraio 2011 09:49

Venezia anno 1708. Una famiglia di assassini

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VENEZIA - Le domande che possiamo porci leggendo questo caso sono molte.

Ma forse, quella più pressante è una soltanto: può l'influenza di un genitore scatenare una pulsione omicida in un elemento di per se sano o vi era una propensione all'omicidio ? e se una persona ha tanto sangue freddo da uccidere, può fermarsi solo al primo omicidio o ucciderà ogni qualvolta ne sentirà l'impulso? questo è ciò che ci si domanda leggendo il caso di Giovan Battista Piantella.

La nostra storia inizia nel 1708 in un'osteria presso il Castello di San Salvatore a Susegana nel Trevigiano dove è seduto un uomo che indossa abiti mal ridotti. Quest'uomo ha quarantacinque anni e si chiama Giovan Battista Piantella. Nessuno lo conosce, ma Piantella, nasconde un segreto. Seduto a quel tavolo nella penombra sta aspettando e ricordando. Sopratutto sta ricordando il suo terribile segreto lasciato a Venezia. Giovan Battista Piantella, ha lasciato qualcosa in una casa a S. Andrea, non distante dal ponte dei Tre Ponti nei pressi dall'attuale ferrovia. Forse sta pensando anche a sua madre, perchè quello che aveva lasciato in quella casa c'entra con sua madre.
Mentre ricorda quei momenti di felicità passati con il proprio genitore entrano nell'osteria due soldati. Le loro divise li rendono subito riconoscibili: sono dei cappelletti, ovvero cavalleggeri, d'origine greca. Lo guardano, lo studiano e lo arrestano. Non è sfortuna ma il sistema incisivo delle taglie.

Ma chi era Piantella? Nella vita faceva il saoner, ovvero fabbricava sapone, un lavoro duro che a Venezia esisteva almeno dal 1565 quando i saoneri si ridussero in corpo, radunandosi nella chiesa dei Servi. Al Piantella quel lavoro piaceva e forse era l'unica cosa che sapeva fare. Lavorava alla savoneria di Antonio Biondini. Ma a dicembre del 1708 era successo qualcosa. Antonio Biondini lo aveva un giorno sorpreso che rubava e non si era limitato a licenziarlo, lo aveva denunciato ai Signori di Notte al Criminal. Questi comunicarono alla Quarantia Criminal, che ritenne il furto grave e lo condannò a vent'anni di bando con sentenza il 19 dicembre 1708. L'alternativa era presentarsi e farsi cinque anni di galera. Ma i piombi non sempre ti permettevano di arrivare a finire di scontare la tua pena. Cosa poteva fare? il suo lavoro era tutto, la sua unica fonte di sostentamento.

Cosa disse o fece sua madre per convincere a fare quello che fece non è dato a sapersi. Gli atti processuali non ce ne parlano. Ma sappiamo che la notte del 28 dicembre, quando l'anno del 1708 stava giungendo al suo termine, alle quattro del mattina Piantella si aggirava nei pressi della porta della bottega del suo ex titolare. Quando giunse a casa il Biondini, l'assassino si mosse dalla penombra nella quale si era nascosto con una mazza  ferrata, un peston da mortaro, come scrissero i periti. Lo colpi una prima volta stordendolo e lo trascinò dentro l'entrata, in quel vano lo fini con calma, sempre stando alla ricostruzione dei periti chirurghi. Biondini cercò disperatamente di difendersi dai colpi micidiali, fratturandosi entrambe le mani. Ad un certo punto Piantella si calma, il Biondini non dava più segni di vita. E' la prima volta che uccide un uomo. Poi prende una corda e la lega al collo della vittima. Questo dettaglio durante gli interrogatori fu messo in evidenza e i magistrati gli chiesero il motivo. La ragione era semplice nella sua lucida follia: non voleva che potesse risorgere da dove stava per metterlo. Perchè il Piantella non lo lasciò certo in vista in quell'androne. Dopo poche ore aveva scavato una fossa e li lo distese a faccia in giù. Prima però gli tolse i vestiti e le chiavi e li indossò.

Con il tabarro, parrucca, cappello e scarpe della vittima si diresse all'abitazione situata non molto distante dalla sua. Qui apri la porta. La casa non era vuota vi era la giovane serva, tale Lucietta. Quando lei senti girare le chiavi si diresse nell'androne. Non sappiamo se ebbe il tempo di accorgersi che sotto quel cappello e la parrucca non vi era il suo padrone ma il suo carnefice. Con pochi colpi del peston da mortaro, fece la sua seconda vittima. La follia del Piantella lo porta a rubare quello che trova nell'abitazione. Con le stesse chiavi apre uno scrigno e asporta gli argenti, denari e gioie. In seguito si dirige a casa propria.

Li lo aspettano i suoi figli. Non è sconvolto da quanto ha fatto. Calmo e rilassato cena assieme alla famiglia. Finito prende i figli e li porta a vedere il cadavere del Biondini, come si può leggere nella relazione dei magistrati increduli, "con iniqua ostentazione della perpetrata barbarie e senza punto confondersi nell'horror dell'eccesso".
Disseppellisce il cadavere, lo asciuga dal sangue ancora grondante, e a dorso lo porta nella sua abitazione, dove brucia la fune, il resto dei vestiti e seppellisce nuovamente la vittima con la mazza e parte della refurtiva. Alle dieci di sera decide di fuggire.

Il giorno successivo mentre in laguna il re Federico IV di Danimarca si aggirava per dedicarsi al famoso Carnevale Veneziano, la milizia della Quarantia Criminal indagava su quanto era successo. Perchè quel delitto aveva troppi testimoni, forse a cominciare proprio dai figli. Troppi complici, forse proprio sua madre.
Non abbiamo tutti i dettagli dell'indagine. Sappiamo che la scomparsa del Biondini desta preoccupazione. La Quarantia Criminal indaga e già il 31 gennaio, viene emesso una sentenza di bando contro il Piantella. L'indagine, però, mette in evidenza anche un altro aspetto. Il Piantella non agi da solo, fu spinto a fare quello che fece. Non una persona qualsiasi, non un altro assassino. Ma sua madre. Quella donna autoritaria aveva spinto suo figlio all'omicidio nel tentativo di arricchirsi. La Quarantia Criminal decide di arrestare anche la madre Maddalena Piantella e un complice, tale Pasquale Corna.

Il primo febbraio fu prelevato dalla chiesola delle prigioni, l'anticamera del patibolo, posto al pian terreno del corpo di fabbrica lungo il rio di Palazzo a San Marco.
Sua madre lo vide passare mentre era rinchiusa in un altra cella. Dopo i classici tormenti fu decapitato e squartato.
I quarti del corpo del Piantella fecero un ultimo viaggio, la congregazione della Scuola di San Fantin o dei Picai li seppellirono nell'arca della Chiesola della Scuola nell'isola di Santa Maria delle Grazie, assieme a quelli degli altri assassini.

Davide Busato

Davide Busato è nato a Venezia nel 1975. Fondatore assieme a Paola Sfameni nel 2006 della società Arcomai Snc, specializzata in ricerche d'archivio e archeologiche. Ricercatore storico, collabora con università italiane e straniere. 

Dal 2011 cura la rubrica "Cronaca dal passato" del sito d’informazione www.dazebaonews.it. 

È autore del sito http://www.veneziacriminale.it dov’è rappresentata la prima Crime Map di Venezia tra il Seicento e l'Ottocento e del blog http://veneziacriminale.wordpress.com nel quale ospita gli scritti di altri autori come Lara Pavanetto e Federico Toffano. 

Nel 2013 ha curato la prima rassegna letteraria di cronaca nera coinvolgendo: Fabio Sanvitale, Patrizia Guarnieri, Lisa Roscioni, Claudio dell'Orso e Monica Zornetta. 

Ha pubblicato Metamorfosi di un litorale. Origine e sviluppo dell’isola di Sant’Erasmo nella laguna di Venezia (2006) con Marsilio, I serial Killer della Serenissima: assassini, sadici e stupratori della Repubblica di Venezia (2012) e Venezia Criminale: delitti e misteri del '700 (2013) con Helvetia editrice. 

Il libro I Serial Serial Killer della Serenissima è stato tradotto in inglese da Helvetia editrice (2013).

Come coautore: L'isola della Certosa di Venezia (2009) e Forme del vivere in laguna. Archeologia, paesaggio, economia della Laguna di Venezia (2011) con il Centro Studi Riviera del Brenta. 

Ora sta lavorando al prossimo libro sui delitti a Venezia nell'Ottocento in uscita nel 2014.  

veneziacriminale.wordpress.com

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