Lunedì, 18 Luglio 2016 09:32

Jugoslavia: una barbarie dimenticata troppo in fretta

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Venticinque anni dallo scoppio delle guerre balcaniche: un quadriennio di sangue e di orrore che ebbe nella mattanza di Srebrenica dell’11 luglio del ’95 il suo culmine, l’apice di una barbarie senza ritorno e di un orrore per il quale, fortunatamente, i mandanti e gli esecutori materiali sono stati assicurati alla giustizia.

Venticinque anni e risvolti di ogni genere, compresi quelli sportivi, tanto che è passata alla storia la ginocchiata di Boban ad un poliziotto nel corso di un incontro di calcio fra la Stella Rossa di Belgrado e la Dinamo Zagabria (era il 13 maggio ’90), preludio dello scontro selvaggio fra serbi e croati che innumerevoli croci avrebbe disseminato in quella che fu la Jugoslavia del maresciallo Tito.

Venticinque anni e un sangue che, come spesso accade nella storia, si è asciugato troppo in fretta, al punto che ormai, quando prendiamo in mano una cartina geografica e osserviamo lo spezzatino che è diventata la ex Jugoslavia, non pensiamo nemmeno più che quello un tempo è stato un popolo, un mondo, un crogiolo di ideali e di speranze, un’esperienza politica e sociale magari discutibile ma comunque degna di rispetto, se non altro per i grandi intellettuali che ha offerto al mondo in tutti i campi del sapere e della conoscenza.

Venticinque anni e tutto sembra ormai svanito, il tempo ha lenito le sofferenze e appianato alcuni contrasti e della memoria storica non v’è quasi più traccia, al punto che in questi giorni si fa spesso riferimento ai “sonnambuli” dell’Europa che nel 1914 scivolarono con ingenua inconsapevolezza verso un conflitto mondiale devastante senza mai ricordare che il “casus belli” nacque proprio da quelle parti, nella Sarajevo centro di primo piano di quell’Impero Ottomano ormai in disfacimento dalla cui implosione, un secolo fa, sarebbe sorto il nuovo assetto e la nuova ripartizione del potere nel Vecchio Continente.

Persino la memoria sportiva è andata perduta: dal rigore sbagliato da Faruk Hadžibegić ai quarti di finale di Italia ’90 contro l’Argentina alla scomparsa di un mito che era stato per quasi mezzo secolo protagonista in tutte le competizioni cui aveva preso parte, esibendo talenti straordinari e forgiando una nuova generazione che potrebbe puntare a vincere qualunque torneo se solo Croazia, Macedonia, Bosnia Erzegovina, Albania e le altre regioni del colosso che fu tornassero, per uno scherzo del destino, a marciare unite.

Venticinque anni e non si parla più dell’assedio di Vukovar, dei massacri compiuti dalla “tigre” Arkan, del coinvolgimento attivo della parte più feroce e nazionalista della tifoseria della Stella Rossa nelle vergognose rappresaglie ordite da Milošević , Karadžić  e Mladić, dei cecchini appostati alle finestre, del vento di pallottole che spirava con inaudita brutalità da quelle parti all’inizio degli anni Novanta, della tragedia del nostro collega Marco Lucchetta, ucciso insieme alla sua troupe da una granata mentre stava girando un servizio a Mostar, e di tutta una serie di vicende che si è preferito archiviare, come se l’Unione politica potesse nascere ed essere davvero inclusiva senza prima aver fatto i conti con se stessa.

Venticinque anni e oggi sembra che regni una calma piatta, quasi surreale, in quelle terre macchiate di sangue in cui ancora grida il senso di ingiustizia e ancora si sfogano, sotterraneamente, rancori impossibili da accantonare.

Venticinque anni e un lento disfacimento, una silenziosa dissoluzione che era cominciata ben prima della certificazione ufficiale, tanto che era bastata una partita di calcio a Zagabria, peraltro mai disputata a causa degli scontri fra le opposte tifoserie, a far esplodere lacerazioni che erano in atto ormai da tempo, come se il fiume carsico dell’odio avesse improvvisamente rotto gli argini in un contesto a lui congeniale, nel quale non è poi così difficile far leva su retorica e nazionalismo e surriscaldare gli animi, aizzando la folla e incitandola alla rivolta contro l’avversario che diviene nemico, per poi trasferirsi in men che non si dica sul proscenio della guerra vera e propria, dove gli uomini diventarono carne da cannone e gli estremisti che prima inneggiavano con violenza dagli spalti alla sopraffazione del rivale, provvidero in prima persona a dar seguito ai propri intenti.

Venticinque anni e l’amara impressione che le nuove generazioni non sappiano, non capiscano, non vogliano sapere né capire, perché in fondo la memoria costa fatica, la storia è spesso ingenerosa e ricca di punti oscuri mentre l’oblio è molto più comodo e, tutto sommato, assai più rassicurante per gli stessi governanti.

Già, ma noi possiamo pensare di costruire l’Europa sulle menzogne e sui non detti? Possiamo smettere di parlare finanche della partita mai giocata allo stadio “Maksimir” (il cui significato, per ironia della sorte, è “il massimo della pace”) di Zagabria? Possiamo ignorare il fatto che all’ingresso di quello stadio è tuttora esposta una targa che recita: “Ai sostenitori della squadra che su questo terreno iniziarono la guerra contro la Serbia il 13 maggio 1990”? Possiamo far finta di nulla quando molti degli atleti slavi protagonisti di quei giorni e di quegli eventi li abbiamo ammirati per anni sui campi della Serie A?

In poche parole, possiamo mentire a noi stessi e fare finta di nulla solo perché gli errori e le omissioni di quel periodo, di cui l’Occidente e le sue istituzioni simbolo furono tra i principali responsabili, costituiscono una macchia indelebile per la nostra coscienza? Possiamo, certo, ma poi non lamentiamoci se quest’“amore con gelosia”, per dirla con Saba, non scalda il cuore di nessuno e, tanto meno, di quelle giovani generazioni che dovrebbero essere testimoni di un nuovo passaggio d’epoca e portabandiera del futuro.

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