Martedì, 29 Novembre 2011 19:09

Una colletta per le infradito

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Sono terminate le scarpe, sono rimaste solo dieci infradito in magazzino. In ufficio è un continuo via vai. I ragazzi chiedono qualcosa per non andare in giro scalzi. Le direttive dell’equipe sono rigide: non distribuire nulla fino a quando non saremo in grado di accontentare tutti e cinquantuno i ragazzi.

I cuori si spezzano allo scandire dei nostri no. Alcuni se ne vanno tristi, altri protestano, altri piangono. Dei colleghi cercano di rigirare la questione come se stessimo giustificando il prezzo di un aspirapolvere Folletto. Quando invece ci troviamo a giustificare la mancanza di fondi e di cultura dell’ospitalità del nostro Paese. Così alcuni colleghi:“Se voi giocate a pallone con le ciabatte è ovvio che poi si rompono, dovevate fare più attenzione”. Altri: “Le scarpe che avevate si sono bucate perché le avete lavate troppo spesso”. Poi si scopre che ieri qualcuno aveva distribuito delle ciabatte di testa sua, infrangendo le regole imposte dall’alto. Allora gli utenti: “Perché ad alcuni sì e a noi no? Siete dei razzisti!”. Un ragazzo, Ole, è disperato. “Non sono un animale”. I suoi piedi nudi toccano il suolo, per l’ennesima volta. E’ un ragazzino, viene da un villaggio sperduto del Mali. Analfabeta, la sua firma è una croce.

Parla solo il Bambara. Ha le mani tra i capelli e gli occhi increduli. Come a dire “E’ questo il paese che ho sempre sognato?”. Il suo è un caso che è preso a cuore da tutti i ragazzi, anche dagli egiziani: “Ole non ha neanche un centesimo, le prime ciabatte devono essere per lui”. Trattiene le lacrime ed io mi trattengo dal togliermi le scarpe e regalargliele. Si sommano equilibri instabili, da quelli delle regole nella nostra equipe a quelli emotivi dei ragazzi. Loro chiedono guardando in alto, alcuni colleghi rispondono guardando in basso. Provo a parlare guardando negli occhi. Loro guardano me e non sanno cosa dire. Si fidano, ma sanno anche che io in questo momento rappresento l’Istituzione. Se il centro a volte sembra una galera, io dovrei essere il cellerino. Subito mi spoglio dell’autorità per vestirmi da persona. Inizia il solito ritornello, al quale aggiungo: “Tutto ciò non è giusto. Mi dispiace”. Cala il silenzio, ho addosso le attenzioni dei colleghi, stupiti e un po’ incazzati. Si chiedono perché lui che non ha fatto eccezioni, finora, deve distruggere la linea dell’equipe. I ragazzi invece non capiscono. Ed io: “Se dessimo le ciabatte ad Ole non ne avremmo per Diubi e così via. Purtroppo il comune non ci dà abbastanza soldi per comprare tutte le cose di cui abbiamo bisogno, ma questo non è importante. Credo che non siano le ciabatte il motivo per cui voi siete qui. E credo che voi non dobbiate giudicare il nostro lavoro sulla quantità di ciabatte che vi distribuiamo. Anzi, a me non importa niente delle vostre ciabatte. A me importa di voi!”. Sull’ingresso dell’edificio e per le scale si viene a creare un’assemblea e io sono in mezzo. Uno di loro si arrabbia: “Allora dacci le ciabatte!”. Ed io: “Alcune regole sono necessarie, non giuste.

Siete qui per farvi una vita in Italia, per affrontare il lungo percorso della richiesta del permesso di soggiorno. Io sono qui per aiutarvi, per darvi una mano. Abbiamo dei limiti strutturali, alcuni anche dovuti alle leggi, alle regole e ai soldi, ma ce la possiamo fare. Se le cose non ci sembrano giuste, cerchiamo di migliorarle. Dove non arrivano le regole usiamo il cuore”. I ragazzi arrivati ad agosto hanno preso due ciabatte. “Se qualcuno ha delle ciabatte in più le metta a disposizione della comunità. Lo faccia per due motivi, perché non è bello per nessuno vedere camminare un ragazzo scalzo e poi perché a gennaio arriverà il nuovo scarico di prodotti e ci saranno ciabatte per tutti”. Alcuni sono d’accordo, due ragazzi no. Se ne vanno, mentre gli altri li rimproverano. Tutti sembrano avere recuperato le ciabatte, ma questo gioco dello scambio vede ancora un ragazzo senza niente. E questo ragazzo è ancora Ole, che cede quelle appena acquisite a Melik. Lo fa per dimostrarmi qualcosa. Per farmi capire che l’ingiustizia resta. Che una ciabatta da due euro può comunque distruggere una comunità, creare una differenza, rimandare un ragazzo alla sua storia di povertà, abissarlo nello stato di povero perenne. Allora rischio ancora di più: “Le ciabatte non sono una felpa, non sono delle scarpe. Costano di meno. Solo due euro al negozio dei cinesi qui davanti. Già avete fatto una volta la colletta per comprare il pallone da calcio.

Siete più di cinquanta, bastano cinque centesimi ciascuno”. Con fatica i ragazzi raccolgono un euro e cinquanta, allora decidiamo di partecipare anche noi operatori, in qualità di persone, non di operatori. Arrivati a due euro Ole si è andato ad acquistare le sue ciabatte. Gli altri utenti sembravano soddisfatti, noi eravamo distrutti. Loro, i miei compagni di turno, dai tempi del confronto, io dal fatto che qualche collega preferirebbe la soluzione più semplice (chiudere la porta) a quella più complicata (parlare con i ragazzi). Evon e Mahma, i ragazzi che non hanno voluto rinunciare al loro secondo paio di ciabatte, più tardi hanno detto che noi “siamo tutti uguali e che se ne fottono di noi”. L’imam della comunità e Mou, il capo banda di tutti i centroafricani, hanno discusso a lungo con loro, con toni aspri. Ho saputo che hanno difeso me e il mio modo di lavorare. Evon si è chiuso a riccio ed in serata si è rifiutato di consegnare la tessera dell’autobus, dicendo che l’aveva data a me e che io me l’ero persa. Sono andato da lui, lui guardava a terra. Giustamente era arrabbiato con me, lo avevo messo in difficoltà davanti agli altri utenti quando lui aveva il sacrosanto diritto di tenersi le sue ciabatte, di non cederle a nessuno. Poteva fondare il suo piccolo impero delle ciabatte di riserva, non stava di certo ammazzando nessuno. Ci siamo guardati ed è scoppiato il sorriso, mi ha dato la tessera ed io l’ho abbracciato. Mou, invece, mi ha anche detto che ha paura che io me ne vada o che venga cacciato. “In Italia le persone buone vengono mandate via”. Ole ha ringraziato tutti quanti. Va in giro col petto in fuori, fiero delle sue ciabatte. Sono un modello diverso rispetto a quelle degli altri. Mi tiene la mano e: “Domani se pioggia no, io cammino fino Roma, se stanco io visto autobus Termini o Flaminio”.

Maurizio Mequio

Laureato in scienze storico-religiose e specializzato in antropologia culturale. Master per Esperti di comunicazione multimediale e giornalismo internazionale presso la Fondazione Lelio Basso.

www.dazebaonews.it

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