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Rosi Bindi candidata a premier? Il nuovo che avanza

ROMA – Il Partito Democratico estrae il nome del nuovo leader della sinistra: Rosi Bindi. 

Almeno questa è una delle ipotesi più accreditate che circola negli ambienti della sinistra. Esattamente dall’incontro avvenuto  tra Romano Prodi e  Rosi Bindi  sabato scorso in occasione della festa dei suoi 60 anni. “Ti auguro di diventare presidente del Consiglio” gli ha detto il professore. A fargli eco è arrivata ieri anche l’offerta del presidente della regione Puglia Nichi Vendola, alla disperata ricerca di una grande coalizione di un centro sinistra: “Vediamo,  io l’ho fatta e mi pare una proposta coerente con il presupposto che bisogna affrontare la crisi democratica. Affrontiamola – ha precisato il leader di Sel – con una personalità di spicco politico, che possa aiutarci a traghettare il paese verso la normalità”.

Tuttavia, le spintarelle di Prodi e di Vendola, che arriva addirittura a parlare di un “entusiasmo popolare”, non sono state gradite a tutti i “compagni”, pardon “amici e amiche”,del più grande partito dell’opposizione, composto  – come ben sappiamo – da tante anime e personalità così diverse tra loro,  che spesso finiscono per indebolire la credibilità di tutto il movimento politico. Così una parte del Pd plaude la possibile candidatura della Bindi a premier, mentre altri esprimono un giudizio particolarmente scettico e addirittura negativo.

Massimo D’Alema, appresa la notizia, s’irrigidisce e liquida subito la questione con: “Il candidato deve essere concordato e non imposto”. Veltroni storce nervosamente il naso ed estrae l’asso nella manica: Mario Monti. Insomma il nuovo che avanza è alle porte. Tutte new entry nello scenario di questa politica, discutibilmente di sinistra,  che fa fatica a decollare.  Indubbio che spedire a casa l’attuale presidente del Consiglio è diventato un traguardo necessario per l’immagine del paese, ma tentare di vincere le probabili elezioni, a cui probabilmente andremo incontro ben presto, proponendo un volto che non garantisca quella ventata di novità di cui l’Italia ha bisogno potrebbe penalizzare ulteriormente l’opposizione, che in tutti questi anni non ha avuto la capacità di avviare un ricambio all’interno delle sue fila, cedendo gradualmente il passo a nuove leve e quindi a nuove idee.  Insomma tutti a tenersi stretta la poltrona. E guai a chi la tocca.  Questo è uno dei motivi principali per cui il Pd è diventato un partito fermo, immobile, incapace  di trasmettere quel minimo di coerenza, di imporsi anche quando ha i numeri per farlo. Non dimentichiamo la battaglia sul conflitto d’interessi, abbandonata con una certa presunzione per  eccesso di sicurezza. L’epilogo è cosa nota, come lo è sulla vicenda Marchionne, che ha spaccato come un’anguria il Pd in due pensieri così distanti tra loro da poterlo considerare un partito liberista a metà.
Non è detto, però, che questa ipotetica  coalizione di sinistra potrebbe anche riuscire nel suo intento, a patto che i diretti interessati si scrollino  di dosso le tante contraddizioni che costellano un’opposizione spesso assente.

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