Visioni diverse e, per certi versi, enormemente contrastanti alla Conferenza Generale delle Nazioni Unite in corso a New York. Parlando ai giornalisti, Federica Mogherini, Alto Rappresentante per gli Affari Esteri UE, si è detta fiduciosa: “L'Europa sta già facendo molto, spero e mi auguro che la comunità internazionale sostenga questa volontà”. Al vertice del 14 settembre con Guterres e il presidente dell'Unione africana al Palazzo di Vetro, la Mogherini ha ribadito che gli obiettivi collaterali sono “collegati alla situazione dei flussi migratori”. Migranti che si trovano intrappolati in campi che, secondo la stessa Rappresentante UE, “dovranno essere chiusi e sostituiti con altri gestiti con standard internazionali”. Il quadro presentato dalla Mogherini è apparso grave ma in miglioramento. 

Diverso il quadro della situazione presentato da Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, UNHCR, che, durante i lavori di UNGA72, ha definito la situazione la Libia un contesto politicamente complicato e pericoloso, luogo di passaggio di migliaia di migranti e rifugiati, spesso bloccati e costretti a subire ogni tipo di abuso. “Il lavoro è complesso: parliamo di uno Stato nel quale il conflitto continua, le istituzioni restano fragili e le condizioni di sicurezza sono molto precarie”. 

Una situazione che emerge in tutta la sua complessità e gravità nell’ultimo rapporto dell’UNHCR i cui numeri sono impressionanti e dimostrano un netto peggioramento della situazione in tutto il pianeta. Ogni minuto, nel mondo, circa 20 persone sono costrette ad abbandonare la propria casa a causa di conflitti o persecuzioni. Sono 65.6 milioni le persone costrette a fuggire dal proprio paese. E di queste, circa 22.5 milioni sono rifugiati e metà di loro sono di età inferiore ai 18 anni.

Particolarmente grave la situazione dei bambini: secondo un rapporto pubblicato nei giorni scorsi dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, lo scorso anno, più di 3,5 milioni di bambini rifugiati di età compresa tra i 5 e i 17 anni non hanno avuto la possibilità di andare a scuola. Di questi, 1,5 milioni non hanno frequentato la scuola primaria e 2 milioni la scuola secondaria.

“La metà dei 17,2 milioni di rifugiati sotto il mandato dell’UNHCR, sono bambini”, ha detto Filippo Grandi, “L’educazione di queste giovani persone è fondamentale per uno sviluppo pacifico e sostenibile dei paesi che li ospitano e dei loro paesi d’origine quando saranno in grado di farvi ritorno. Ma a confronto con gli altri bambini e adolescenti nel mondo, il divario in termine di opportunità per i rifugiati sta diventando sempre più ampio”. Una situazione, quindi, tutt’altro che rosea e che non sta affatto migliorando; anzi sta peggiorando. 

A confermarlo è il rapporto Left Behind: Refugee Education in Crisis”, che analizza e confronta i dati sull’istruzione dei rifugiati a livello globale dell’UNHCR con quelli dell’UNESCO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura. Impietoso il quadro generale: se è pur vero che, nel mondo, il 91% dei bambini frequenta la scuola primaria, tra i migranti e i rifugiati questa percentuale cala al 61% (e nei paesi a basso reddito scende ancora fino al 50%). Con l’aumentare dell’età la situazione non migliora, anzi, peggiora ulteriormente: solo il 23% degli adolescenti rifugiati è iscritto alla scuola secondaria (a fronte dell’84% su scala globale). E ancora una volta la disparità nei paesi a basso reddito si rivela ben più grave di quanto potrebbe sembrare ascoltando i discorsi dei giorni scorsi: solo il 9% dei rifugiati frequenta la scuola secondaria. Una situazione gravissima non solo in Libia ma in tutto il mondo: l’iscrizione ad un piano di studi secondario non va oltre il 36%, ma per i rifugiati, questa percentuale scende all’1%.

Numeri che evidenziano che le misure adottate fino ad ora (con i Millenium Goals, prima, e con l’obiettivo quattro degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile ora: “Assicurare a tutti un’educazione inclusiva e di qualità per promuovere un’educazione duratura”) non potranno essere raggiunti a meno di un miracolo. Un problema quello dei rifugiati e dei migranti e della loro educazione che inevitabilmente finirà per avere gravi ripercussioni su molti altri “obiettivi” (salute, prosperità, uguaglianza e pace).

I dati storici dimostrano purtroppo che spesso alle promesse e ai buoni propositi sbandierati durante quelli che sono sempre più eventi mondani e di spettacolo che impegni programmatici seri, non seguono azioni concrete: anche il primo rapporto sull’educazione dei migranti e dei rifugiati, pubblicato prima del Summit dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sul tema dei Rifugiati e dei Migranti dello scorso settembre, aveva evidenziato una situazione grave. In quell’occasione, ben 193 nazioni firmarono una dichiarazione (Dichiarazione di New York per i Rifugiati e i Migranti) che poneva l’educazione in prima linea. A distanza di un anno la situazione non è migliorata molto: meno di un adolescente rifugiato su quattro è iscritto a scuola. Quasi un rifugiato su tre vive in paesi a basso reddito e le sue possibilità di frequentare una scuola sono sei volte meno dei coetanei negli altri paesi. Anche i migranti o i rifugiati ospitati in altri paesi spesso trovano difficoltà nell’ accesso all’istruzione: “Il bassissimo livello di iscrizioni scolastiche dei bambini rifugiati che vivono in regioni a basso reddito indica come ci sia ancora bisogno di investire in questi troppo spesso dimenticati paesi ospitanti”, ha detto Grandi. 

Un divario che mostra come la situazione in Siria, ma anche in Libia e in generale in tutti i paesi in cui sono forti i flussi migratori è lungi dall’essere stata risolta. E le conseguenze del perdurare di questo stato di cose avranno un impatto considerevole nella società di domani. Ma di tutto questo a New York nessuno dei leader politici e delegati ha parlato.    

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