Lunedì, 04 Aprile 2011 21:54

Sex in the city … a Roma … ad agosto. Un romanzo di Francesco Costanzo

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IV e V capitolo dove si vedrà il nostro Francesco investigare con la fedele Jole sulla ragazza dei suoi sogni erotici …


IV

“Ma adesso non se li fa venire più la sera. Succede tutto di giorno.”
“Come?”
Giovanna si stava spazientendo. Si avvicinò dalla porta di casa sua a quella di casa mia, mettendo il portaombrelli davanti alla sua, in modo da non farla chiudere.
Cercò di spiegarsi meglio” Allora lei non esce durante il giorno per lavorare, lavora a casa..come se chiama..fa er telelavoro e quindi durante il giorno ha tutto il tempo per farsi venire a trovare dai cavalieri. Che poi cavalieri, se presentano certi buzzurri..”
Stavo per dire una cosa cattiva a Giovanna, ma poi evitai. Avrei voluto dirle” così adesso che il via vai è durante il giorno, almeno la notte puoi dormire”
Invece cercai di capire meglio, anche se avevo notato effettivamente che la mattina da un po’ di giorni Jole non usciva più di casa per andare a lavorare.
“Ma scusa tu come fai a sapere che lavora a casa?”
“Me l’ha detto una mia amica che lavora con lei”
Stavolta non riuscii a trattenermi “Insomma ti sta specializzando anche nello spionaggio industriale”.
Giovanna parve quasi lusingata “E be sai tra noi donne si parla, si discute, si analizza”
“Ho capito. Grazie Giovanna dell’informazione. Senti io sto scendendo a prendere i giornali prima di andare a lavoro. Vuoi che ti prendo liberazione?”
“No, figlio mio, non te sta a preoccupà, poi scendo io più tardi”
“Va bè allora, buona giornata”
Il mistero si infittiva.
Non è che non credessi alle parole di Giovanna: non avrebbe avuto alcun motivo per raccontarmi delle stupidaggini e la sua lucidità era fuori discussione. Aveva una salute di ferro, forse meglio della mia, che avevo metà degli anni suoi.
Ma ero curioso di sapere quanti erano questi uomini che andavano da Jole  e come erano.
Non avevo altra scelta. L’unico modo che avevo per soddisfare la mia curiosità era di mettermi in malattia una settimana e controllare la situazione direttamente con i miei occhi.


V
Il primo giorno di malattia era un lunedì.
Mi svegliai alle 8. Feci una colazione abbondante: fette biscottate con marmellata, yogurt all’albicocca, latte, caffè, un uovo sbattuto.
Era settembre, il clima era ancora estremamente piacevole, quindi potevo tranquillamente appostarmi sul balcone e monitorare la situazione.
Portai con me due romanzi, una bottiglia d’acqua, lo stereo.
Il sole era sopportabile e mi riscaldava il viso.
In fondo era stata una buona scelta. Al di là di quello che sarei riuscito a scoprire su Jole, ogni tanto ci voleva una settimanella di disintossicazione dal lavoro.
Ogni tanto era giusto che il mio capo si sforzasse a fare qualcosa anche lui.
Non è che c’era poi moltissimo da fare in realtà, però anche quel poco non era scritto da nessuna parte che lo dovessi fare sempre io e i miei colleghi commessi, mentre lui andava dai fornitori, così almeno diceva.
Certo io non l’ho mai visto uno che torna dai fornitori con la fronte tutta sudata, la cravatta slacciata. Ma lui voleva che io credessi e questo e a me stava bene.
Per il momento ero io che sudavo sulla fronte mentre prendevo il sole e aspettavo di vedere cosa succedeva vicino alla porta di casa di Jole o almeno speravo di potermi godere lo spettacolo di Jole.
Cambiai varie volte genere di musica. Passavo da Chopin ai Doors e me la stavo godendo abbastanza.
Ma erano passate già due ore e nessuno finora era entrato in casa di Jole.
Cominciavo a soffrire il sole, era mezzogiorno e mezza e rientrai in casa per prepararmi qualcosa da mangiare.
Fino alle quattro non mi conveniva stare sul balcone con il sole a picco sulla testa.
Tanto mangiando qualcosa in soggiorno, avrei comunque sentito eventuali aperture del portone del palazzo e mi sarei potuto precipitare sul balcone per controllare la situazione.
Avevo comprato una fetta di pesce spada al supermercato e un po’ di pomodori.
Accesi la griglia e il televisore, mantenendolo a un volume basso.
Sentì a un certo punto il portone del palazzo che si richiudeva. Andai sul balcone. Era un uomo, ma era il postino e quindi tornai dentro casa.
Mangiai ascoltando il telegiornale. Non succedeva niente, Jole non riceveva nessuna visita. Ed erano ormai le due.
Andai nella camera da letto. Mi sdraiai sul letto e cominciai a leggere un libro di John Fante.
Il mio orecchio era sempre rivolto al balcone, in attesa di qualche segnale di novità. Niente. Passarono altre due ore, mi riaffacciai al balcone, ma non succedeva niente.
Trascorsi altre due ore ancora sul balcone a leggere, ma a casa di Jole non succedeva proprio niente.
Alle 5 e mezza del pomeriggio in punto lei uscì di casa.
Evidentemente aveva finito di lavorare a casa per quel giorno.
Non sapevo cosa pensare. Da una parte ero contento che non fosse successo nulla. Ma mi chiedevo però che cosa avesse visto la mia attentissima vicina di casa.
Evitai di rincorrere Jole. Ormai dopo che avevo creato il contatto con  la partita di calcio, non mi sembrava il caso di forzare i tempi.
D’altronde il mio interesse glielo avevo manifestato in modo evidente e quindi attendevo il momento giusto per farle qualche invito leggero, del tipo un caffè o un aperitivo.
Avevo terminato comunque anche io la mia giornata lavorativa.
La mia applicazione era stata molto lodevole e i risultati in fondo buoni.
Non avevo scoperto niente di compromettente nella vita di Jole.
I giorni successivi il copione non mutò.
Passai tutti quei giorni di malattia a prendere il sole sul balcone, a mangiare pesce spada, a leggere libri ad ascoltare musica.
La mia abbronzatura era veramente da viaggio ai carabi e infatti non sapevo come avrei potuto giustificarla tornando in negozio.
Ma me ne infischiai. In fondo, potevo sempre dire che il sabato e la domenica, una volta rimesso dalla malattia, ero stato due giorni ad abbrustolirmi la pelle al mare.
I risultati delle mie indagini divergevano completamente dai racconti che mi aveva fatto Giovanna.
Non c’era stato nessun uomo che era entrato in casa di Jole, nemmeno un minuto in tutti quei giorni.
E lei era uscita di casa ogni giorno alle 6 del pomeriggio.
Forse c’era qualche entrata segreta in casa sua che io non conoscevo.
Volli accertarmene.
L’ultimo giorno di malattia, dopo che lei uscì come al solito alle sei da casa sua, scesi in cortile e controllai i muri della casa di Jole.
Davanti, dietro, niente non c’era nulla.
L’unico modo per entrare in casa di Jole era la porta d’ingresso, non esistevano altri modi.
Quel venerdì mi concessi una bella cena a base di pesce, pesce spada, naturalmente, al miglior ristorante di Fiumicino.
Brindai con del vino bianco ghiacciato.
Ormai ero convinto che Giovanna mi avesse detto un sacco di palle, ma non riuscivo a capirne il motivo.
Quella sera stessa, rientrato da Fiumicino, decisi che era il caso di avere un colloquio approfondito con Giovanna.
Comprai del gelato al cioccolato, per il quale lei andava matta, e mi  presentai alla dieci di sera davanti alla porta di casa sua.
Suonai una volta piano, una seconda più forte. Nessun segnale di vita.
Al terzo suono di campanello, sentì la sua voce dall’altra parte della porta.
“Chi è  a quest’ora?”
Il tono non era per niente conciliante, ma d’altronde mi doveva delle spiegazioni
“Sono Francesco Giovanna, ti ho portato il gelato al cioccolato”
Aprì la porta rapidamente come se non potesse resistere al richiamo del gelato.
“Figlio mio, che ti è successo?” disse simulando un’espressione scocciata sul viso e arraffando con tutte e due le mani la vaschetta di gelato.
“Ti volevo parlare di Jole”
“Ah va bè entra” mi disse, non mostrando grande sorpresa per il motivo della mia visita.
Ci sedemmo sul divano del suo soggiorno. Come prevedevo ampiamente, prima di cominciare a parlare, si fece fuori metà vaschetta.
La guardai per dieci minuti deliziarsi e non dissi niente. Era in fondo comunque un record: ero l’unico forse che conosceva un metodo per non farla parlare per dieci minuti di comunismo.
Poi fu lei a cominciare il discorso.
“Bene, figliolo, dimmi tutto. Allora ci sei uscito. Ci hai fatto qualcosa? Almeno un bacio che so..?”
“Ma che dici Giovanna. Mica uno così su due piedi, esce con una ragazza, la bacia. Queste cose si fanno con calma”
“Ma che te voi aspettà? Lo vedi quanto è carina? Chissà quanti uomini la invitano, se non ti sbrighi..
“Intanto io” adesso toccava a me incalzarla” tutti sti uomini che vanno a casa sua non li ho visti. Mi sono messo una settimana in malattia, ho aspettato, controllato, ma non è entrato mai nessuno a casa sua. Ma tu scusa sei sicura che hai visto qualcosa?”
“Certo figlio mio che sei proprio de coccio. Io te l’ho detto a posta che avevo visto uomini entrare in casa sua. Non ho visto mai nessuno. Ma ti pare che io con tante cose che c’ho da fare me metto a spiare una ragazzina de trent’anni che manco me paga l’affitto?”
“Quindi tu non hai visto nessuno?”
“No. E perché allora mi ha detto il contrario?”
“Ma perché siccome sapevo che lavora a casa e sta tutto il giorno a casa, volevo fare in modo che anche tu te ne stavi a casa, così capivi, andavi a casa da lei e combinavi qualcosa”
“Scusa” dissi un po’ interdetto “ma non lo potevi dire direttamente?”
“Se ti avessi detto di prenderti una settimana di malattia, così perfettino come sei, non te la saresti presa e avresti sprecato l’occasione, perché se tu le cose le devi fare programmandole nun le fai. Te le cose le fai solo se ti vengono spontanee.”
“Hai ragione” dovetti ammettere, stupito e compiaciuto dall’abilità di quella signora anziana.
“Invece così t’ho fatto venire la curiosità. E siccome ho capito che ti sei proprio innamorato di questa ragazza, allora ti ho inventato quella frottola.”
“Ma invece la storia dell’affitto è vera?”
“Quello è vero. Anzi quello te l’ho detto per vedere come reagivi. Ho visto che non c’hai fatto proprio caso, allora ho pensato: eccolo è proprio cotto e ho cercato di spingerti nelle sue braccia. Ma mi sa che non hai combinato niente vero?”
“Ecco veramente io” orami ero diventato rosso come un peperone “volevo aspettare un po’, non volevo sembrare troppo pressante.”
“Ma quale pressante e pressante? Muoviti, non te la lasciare scappare, prima che te frega qualcun altro. E adesso vattene a casa che vorrei andare a dormire” mi disse con un sorriso affettuoso sul volto.
Mi alzai dal divano. La sovrastavo di quasi trenta centimetri. Avrei voluto abbracciarla, in fondo aveva fatto la cosa giusta.
Mi limitai a darle un colpetto sulla spalla e a dirle “ Buona notte Giovanna, grazie. Anche se mi sa che la tua prima esigenza adesso non è proprio quella di andare a dormire, ma piuttosto quella di finire di sbafarti il gelato”
Mi schiacciò l’occhio sinistro e mi accompagnò alla porta, mentre il suo gatto ci scodinzolava dietro
Rientrai in casa.
Mi misi velocemente a letto.
Fremevo. Erano passati ormai dieci giorni dal giorno in cui ero entrato in casa di Jole e non l’avevo ancora invitata.
Mi dovevo dare una mossa, Giovanna aveva ragione.

La prossima settimana il romanzo riprenderà da dove è stato interrotto. Qualsiasi vostro commento è gradito … a presto.

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