Domenica, 28 Dicembre 2014 12:00

Simone Perotti: “Sono un uccello che si è aperto la gabbia da solo”

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ROMA - Nato da famiglia Ligure a Frascati nel 1965, Simone Perotti può essere, alla lettera, definito cittadino del mondo. Laureatosi in lettere moderne, conseguito un master in comunicazione, è stato manager di successo in aziende italiane e multinazionali, ma l’amore per la letteratura e per il mare lo ha spinto altrove.

Nel 2009 il suo saggio autobiografico edito da Chiarelettere “Adesso basta - Lasciare il lavoro e cambiare vita” è stato a lungo ai primi posti delle classifiche. La scelta di disfarsi di una professione stimata e retribuita per vivere secondo la sua talentuosa natura, pone Simone Perotti nel novero di quegli scrittori che hanno votato la propria esistenza all’arte. E’ scultore e, oltre a romanzi, scrive saggi dedicati agli amanti del mare. Ha pubblicato undici libri con i più grandi editori. E’ ideatore e cofondatore del “Progetto Mediterranea”, una spedizione nautica, culturale e scientifica della durata di 5 anni (2014-2019). Il 2015 vedrà l’uscita del nuovo romanzo di Simone Perotti “Un uomo temporaneo”. In questa intervista a Bruna Alasia lo ascoltiamo raccontare della sua straordinaria vita e delle sue feste “fuori dal coro”.

Come hai trascorso queste festività?

P. Per me non sono feste più di quanto non lo siano anche tutti gli altri giorni. Non voglio stressare il concetto più di quanto non abbia già fatto, ma un uomo che si mette sulla difficile, faticosa, lunga strada della libertà, cambia la sua relazione col mondo a partire dal tempo. Io ho annullato la domenica, il weekend, le ferie, dunque anche le festività. Ho lo stesso tempo, la stessa disposizione d’animo di sempre in ogni giornata che il sole manda in terra. Tuttavia, sono gli altri ad avere più tempo, ad essere più liberi. Dunque passo del tempo con loro, perché loro finalmente possono. Prevalentemente in famiglia dunque. Anche perché sono appena sbarcato da mesi in mare. Mi riposo un po’. Il mare è meraviglioso, ma è anche molto impegnativo.

Cosa significano per te queste precise ricorrenze?

M. Nulla, appunto. Sono ateo e per di più tendo alla libertà. Che le feste siano “comandate” da qualcuno, fosse anche un calendario, un almanacco, o peggio una legge dello Stato o della Chiesa, lo trovo aberrante. Quando fare festa, quando sentirsi in festa, dovrebbe essere emozione e sentimento individuale, al massimo di un gruppo di persone rilevanti già in relazione. Dunque per me c’è solo tempo, una clessidra che si sgrana sempre, che se ne infischia dei nostri calendari e delle nostre leggi. Un lasso che ho a disposizione senza sapere perché, venendo da dove, andando dove, e di cui sento fortemente la responsabilità. Tempo. Esiste solo lui. Il resto sono divertissement organizzati, layout civile, di cui non mi interesso più se non come conseguenza del tempo e degli impegni degli altri. Per amore di qualcuno ne tengo conto per intercettarlo quando c’è, quando ha tempo. Patisco molto la mancanza di disponibilità delle persone. Odio doverle incontrare “quando possono” e non quando vogliono. E odio doverlo fare anche io per conseguenza loro. Ma si fa quel che si può...

La scelta di vivere senza un introito sicuro ha limitato il tuo Natale?

P. Ah! Questa è una domanda che mi fa sorridere. Ma tu pensi che io che non ho uno stipendio da sette anni, che ho gettato via quattordici mensilità assai profumate, che non ho assicurazioni, che non avrò la pensione, che non ho abbastanza soldi da parte per poter vivere di rendita, che imposto la mia vita sulle maggiori economie possibili, che per fare la pasta prendo l’acqua nel bidet così fa meno strada, si raffredda meno e spendo meno per rifarla… possa pensare al Natale in questo modo? Il Natale mi ricorda bei momenti familiari da bambino, è un’occasione per stare con una famiglia meno oberata dal lavoro, e se ho del denaro disponibile faccio regali a qualcuno oppure no, come in ogni altro giorno dell’anno. Tutto qui. Riguardo al rapporto tra il tempo, il calendario, le feste “comandate” e il denaro ho decisamente un approccio diverso...

Esiste una stretta correlazione tra denaro e felicità?

P. Sì. Più denaro del necessario rende decisamente infelici. Occorre pensarci, amministrarlo, fare in modo che non si depauperi, temere perché qualcuno, che sia l’Erario o un nemico, ce lo rubi, angosciarsi per le spese, etc. Quanto alla relazione “construens” direi invece di no. Potrebbe essere un problema solo nel caso della povertà totale, che è determinata da due fattori: la totale mancanza di denaro e la totale mancanza della benché minima attitudine a qualsivoglia lavoro saltuario. Il che è fenomeno rarissimo, che riguarda qualche povero ammalato, qualche persona decisamente in difficoltà. Ma non noi, non il 90% della gente, anche di più. Noi siamo talmente fortunati ad avere strumenti per capire, per scegliere, che questa relazione proprio non c’è, direi.

Qual è il prezzo della libertà?

S.P. Alto. Non dà protezioni; spinge su sentieri sconosciuti; non offre certezze; porta molto spesso in zone di forte solitudine; implica la differenza dagli altri, che è difficile da sostenere; genera domande, a cui non sempre sappiamo rispondere; non fa sconti sugli stati emotivi; implica un pensiero individuale, che non è cosa semplice da produrre; offre momenti di spaesamento. Potrei continuare a lungo. Diciamo che la libertà è come il mare: bellissimo, affascinante, ma che molti è bene vedano dalla costa. Navigarci dentro è cosa non impossibile, non a costo zero, non per tutti.

Quale la ricompensa di non omologarsi?

P. Suppongo sia l’autenticità: somigliare il più possibile all’idea che si ha di sé. Io ho di me un’idea piuttosto articolata, che passa in molti punti, direi sempre, per la libertà. Senza la libertà io non sono all’interno della mia storia, dunque qualunque cosa faccia è candidata al fallimento. Ma io sono un uccello che si è aperto la gabbia da solo. Chi non è in grado o non è determinato a fare questo gesto è bene che non cerchi ricompense meno premianti del costo che serve per aggiudicarsele.

Quale, secondo te, la peggior cosa accaduta in Italia durante il 2014?

P Direi che abbiamo l’imbarazzo della scelta… Provo a fare un breve elenco:

- il perdurare della strage dei migranti che raggiungono l’Europa dalla sponda meridionale del Mediterraneo

- il perdurare della mancanza di colpevoli e dunque della giustizia in molte stragi del passato

- il perdurare del modello capitalista, di questo capitalismo consumista, simbolico, in cui siamo solo follower di altri e non produttori di un nostro autentico progetto di vita e di aggregazione

- lo spreco dell’occasione offerta dal Semestre italiano alla guida dell’UE, in cui abbiamo per l’ennesima volta mancato l’obiettivo di proporre valori e opzioni per l’aggregazione dei paesi del Mediterraneo

- lo spreco di un altro anno ancora nello sviluppo delle fonti rinnovabili e nella lotta dura all’inquinamento di mare e terraferma

- la pessima stagione del Milan

 Che percezione hai del futuro del nostro paese?

S.P. Non buona. Avremmo molte cose da dire, molte cose da fare per dare il nostro contributo al miglioramento delle condizioni sociali e politiche dell’EU, ma non parlano le buone teste, chi ha il microfono in mano non lo usa, dunque manchiamo sistematicamente l’appuntamento con la storia. Siamo sempre di più un paese sovraffollato, di gente stressata, scontrosa, infelice, antipatica, maleducata. Con rare e ottime eccezioni, siamo un Paese in piena decadenza.

    D. Che bilancio fai del tuo personale 2014?

    S.P. Non buono. Non sono stato all’altezza molte volte della mia vita. Ho fatto un paio di gravi errori, di cui ho patito pesanti conseguenze emotive. Sono caduto in una trappola esistenziale come un pivello, e questo mi stupisce e mi addolora molto. E’ stato, complessivamente, un anno di stasi, con uno o due passi indietro, ma sono fiducioso per il futuro. Tuttavia, è stato l’anno di Mediterranea (www.progettomediterranea.com) e questo mi inorgoglisce molto. Diciamo che ho molto da lavorare. La libertà, l’equilibrio, l’autenticità sono strade molto impegnative. Non sempre ci si trova all’altezza del compito ambizioso che implicano.

D. Quali progetti per il tuo 2015?

     S.P. Trovare più quiete interiore, uscire dalla mia mente più spesso, sentire di più, scrivere molto. E’ l’anno dell’uscita del mio nuovo romanzo “Un Uomo temporaneo” che sento molto vicino, verso il quale provo sentimenti di profonda adesione. Speriamo che entri in risonanza con chi lo leggerà. Ecco, l’obiettivo per il 2015 è risuonare il più possibile col mondo che cerco, che mi interessa.

Bruna Alasia

Giornalista e scrittrice

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