Mercoledì, 11 Maggio 2011 16:24

Sex in the city... a Roma … ad agosto. Un romanzo di Francesco Costanzo

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Ultimissimi capitoli dove si vedrà Francesco abbraccicato a  Jole …“maggica come la Roma”


XV

Non mi fidai a tornare a piedi a casa.
Se il delinquente mi avesse intercettato per strada, non avrei avuto scampo. Optai per la metro, l’ambiente più affollato. Più gente c’era e meglio era.
Ma avevo comunque la sensazione che avrei dovuto comprare un giubbotto antiproiettile.
Gli odori della gente si mischiavano in maniera impressionante. Era veramente insostenibile. Aveva ragione la mia ex a non voler salire mai sulla metro.
Ti dovevi tappare il naso per forza. Era proprio un letamaio. Ma solo in Italia è così.
Quando qualche anno prima ero stato a Londra e a mosca sulla metro non avevo sentito odori sgradevoli.
Forse sono un po’ razzista nei confronti dei miei concittadini, però la metro di Roma è veramente una cloaca. Una cloaca massima.
Forse sono i treni che puzzano.
Comunque se mi offrissero qualcosa da mangiare dentro la metro di Roma, rifiuterei anche un chilo di pasta al forno.
Sopportai il tanfo per dieci minuti, il tempo necessario ad arrivare alla mia fermata.
Erano le 17 e 35. A quell’ora Jole era uscita da casa da poco dopo la giornata di telelavoro.
Volevo incontrarla casualmente e sferrare l’attacco finale con l’invito a cena.
Uscii dalla metro ammirando le bellezze di Roma. A quell’ora la metro pullulava.
Ce n’erano di tutti i tipi: alte, basse, more , bionde, magre, formose.
Feci una bella scorpacciata.
Cominciai ad affrettare il passo.
Apparve quando non me l’aspettavo.
Era dentro un panificio.
Stava pagando, il portafoglio nella mano destra e le buste del pane per terra pronte a essere portata vie.
I nostri sguardi si incrociarono.
Inchiodai i piedi al terreno. I miei occhi cominciarono a tremare per l’emozione.
“Ciao! Non stare lì impalato come al solito. Vienimi ad aiutare che ho molte buste”
Mi avvicinai a lei. Le sfiorai una mano, lei si attaccò con l’altra al mio braccio.
Controllai la mia erezione. Era incredibile, stavo cominciando a disciplinarmi.
Uscimmo da quel posto. I profumi e gli aromi del pane avevano ripulito il mio naso dall’inquinamento metro-politano..
Tenevo le buste con la mano destra e lei mi camminava a fianco appoggiandosi al mio braccio sinistro.
Sentivo la sua pelle ammorbidirsi, finalmente. E la sua voce era un sussurro calmo.
Ogni tanto mi giravo a guardarla negli occhi. Erano aperti, completamente. Riuscivo ad entrare nelle sue pupille con facilità. Mi sentivo dentro il suo cuore.
E il mio sembrava di burro. Volevo la marmellata.
Le accarezzai i capelli
“Sai che oggi ti ho pensato”
“Come mai?
“Ma questa mattina ascoltavo il bolero di Ravel e mi sei venuta in mente tu”
“E come mai?
“Sai l’altro giorno ho letto che questa magnifica musica è stata scritta da Ravel per rappresentare il ritmo e le emozioni di un rapporto sessuale..”
“E quindi?”
“Ho pensato che l’unica donna con  la quale vorrò mai fare l’amore sentendo il bolero di Ravel sei tu” dissi con nonchalance e con occhi quasi umidi.
Ero veramente emozionato, ma un po’ ci giocai. Si un po’ mi immedesimai nella parte. Nessun lo ammette, ma in fondo certe volte mentre siamo lì che esprimiamo i nostri sentimenti alla donna amata, un po’ ci sentiamo come in un film e un po’ recitiamo.
Ma non è una finzione. Cioè è una finzione, ma una finzione vera. E’ solo che quando tutto scorre alla perfezione, quando sentiamo che l’attimo è irrepetibile, ci sentiamo inconsapevolmente nella scena di un film.
E calchiamo un po’ la mano, non c’è niente di male.
Così il film viene ancora meglio.
Lo sentivo che servivano gli occhi umidi in quel momento. Sentivo che anche Jole quella corazza di finta dura se la voleva togliere di dosso.
Ma prima voleva essere lavorata ai fianchi e al momento giusto voleva il romanticismo.
Un po’ mi sentii poeta, un po’ il solito maniaco. Perché la mano mi andò sui suoi fianchi quando i suoi occhi si illuminarono a festa.
E in un tutt’uno ruotando la mano sinistra sui suoi fianchi, mollai le buste del pane.  La abbracciai in modo pieno. Le mie forme combaciavano con le sue. Le nostre gambe, le nostre braccia si incrociarono perfettamente.
La bacai sulla guancia, poi sulle labbra. E poi le nostre lingue cancellarono i nostri cervelli, cancellarono i nostri corpi. E rimanemmo sospesi nel vortice dei nostri sentimenti.
Gustavo la sua lingua, sentivo il suo calore.
Me lo stava chiedendo. Mi stava chiedendo di portarla a casa, subito.
Staccai il mio viso dal suo. Ripresi le buste e corremmo verso casa.
Il portone era aperto.
Si infilò prima lei. Poi passai io davanti. Salivamo le scale e lei si attaccò a me così a peso morto.
La trascinai con la forza incredibile del gladiatore, io, che già quando avevo una busta della spesa da portare arrivavo con la lingua di fuori.
Era leggera.
Aprii la porta. Era ancora attaccata a me e le sue mani adesso premevano sul mio pene felice.
Mi buttai sul letto con lei dietro.
Era su di me, che già si toglieva il maglione.
E il resto non ve lo racconto, perché già lo sapete cosa successe.


XVI

“Ma il bolero poi non l’hai più messo?”
Io ero ancora assonnato, ma sentivo che picchiettava con le dita sul mio braccio. La faccia era contenta. Avevo fatto il mio dovere, anche se l’emozione mi stava giocando un brutto scherzo.
“ La prossima volta il bolero” dissi.
“Ma hai sonno?” continuava a picchiettare sul braccio.
Era morbida e delicata, però rimaneva sempre una rompiscatole di prima categoria.
“Si, tesoro, la prossima volta lo mettiamo il bolero” dissi un po’ sbrigativamente, facendo decisamente la figura del tipico maschio, che una volta raggiunto il suo obiettivo sessuale, comincia a dare qualche segno di insofferenza.
“Dai metti il bolero” urlava con voce da bambina. Rideva come un ossessa. Era decisamente incontrollabile. Aveva mollato tutti i freni inibitori e adesso voleva tutte le mie attenzioni.
Alzò la serranda.
Il mio sonno era finito. Il sole si posò sul mio cuscino e la luce aprì lentamente i miei occhi.
Cominciò a saltare sul letto e a urlare in una cantilena decisamente infantile “dai metti il bolero”.
L’avrei strozzata in  quel momento. Ma avrei voluto scoparla altre 100.000 volte almeno e quindi la abbracciai, cercando per lo meno di farla smettere di saltellare sul letto.
Continuava a saltare.
Dovevo mettere sto cazzo di bolero.
Andai in soggiorno. Avevo più di 150 dischi.
Non riuscivo a trovarlo.
E Jole continuava a urlare e a saltare.
La mia pazienza cominciava a chiedermi spiegazioni della mia calma.
Dovevo farla smettere.
Accesi il computer. Mi collegai a internet.
Su you tube ce n’erano a bizzeffe di versioni del bolero.
Ciccai sulla prima e misi il volume al massimo.
Dopo le prime notte smise di saltellare.
Corse verso di me completamente nuda.
Mi baciò sulle labbra.
“Grazie” disse sorridendo e andò verso il bagno mentre cercavo di realizzare ancora meglio che quella scultura dalla pelle bianca, liscia e levigata l’avevo toccata in ogni centimetro e non era un sogno.
Si infilò sotto la doccia.
Andai a prepararmi un caffè. Il mondo era completamente nelle mie mani. Avrei potuto anche fare una capovolta sul pavimento. No, quella non ci sarei mai riuscito a farla. Nella mia mente sarebbe sempre rimasta l’immagine dei miei compagni di scuola che mi prendevano in giro dicendomi che la mia più che una capovolta sembrava una metamorfosi.
Ma non me ne importava niente. Tutto quello che volevo era lì.



XVII

Mi era passato tutto.
Per anni ero stato un  attrezzo agricolo. Tutti i malanni del mondo ce li avevo avuti io. Per anni mi ero accanito con il cuore.
C’erano giornate mi trascinavo con questo dolore all’altezza del cuore come se dovessi morire d’infarto da un momento all’altro.
Ma poi non morivo mai.
Ci avevo pure giocato a pallone con sto dolore. E anzi il bello era che più giocavo bene e correvo più mi veniva quest’oppressione sul cuore.
Era evidente che mi facevo autogol da solo, ma nonostante ne fossi assolutamente consapevole non riuscivo  a dare una svolta alla faccenda.
Poi pian piano passò. Ogni tanto mi capita ancora, ma ormai lo so cos’è.
Alle volte mi serve per capire quando la gente puzza dentro, dico nel senso dell’anima. E’ come se il mio cuore fosse una specie di recettore di brutte persone, si attiva e mi da segnali.
Qualche volta me la batto, altre resto e cerco di affrontare.
Poi non lo so se qualche volta sto scherzetto del cuore mi farà qualche scherzetto peggiore, tipo morte, ma intanto ho imparato a essere più fatalista.
Qualcosa di vero c’è.
Voglio dire l’allergia agli acari della polvere esiste, mi hanno fatto il test.
Ma anche lì ho il sospetto che le reazioni da soffocamento che mi vengono sono un po’ psicologiche pure quelle.
E anche le emorroidi ci sono, è indubbio.
Ai tempi di Jole mi ero fissato con lo stomaco.
Mi venivano dei blocchi dalla digestione. Sentivo che dovevo fare dei rutti, ma non riuscivo a liberarli. Certo quando li facevo era una bella liberazione. Ma quando restavano lì inespressi, entravo nel panico.
La notte mi svegliavo spesso con questa sensazione e ci voleva un po’ per sbloccarsi e soprattutto per farsi passare la paura.
Ma quella mattina in cui Jole era finalmente nel mio letto mi sentivo leggero come una piuma. Lo stomaco non aveva bisogno di ruttare. E meno male perché Jole già li aveva sentiti i miei rutti dal balcone e non volevo che li sentisse a distanza ravvicinata.
Decisi quella mattina che non l’avrei più fatta la gastroscopia. Non serviva. D’altronde il medico me l’aveva detto che per lei era solo una cosa nervosa.
Era la vigilia di natale.
Jole era ancora a letto.
Lavorava a casa come al solito, io invece ci dovevo andare fisicamente al lavoro.
Mi misi sotto la doccia una decina di minuti. Cantavo gli inni della juve, ero felice.
Mi sarei mangiato il cornetto con la marmellata quella mattina, tanto ormai stavo bene.
Mi vestii velocemente.
La camicia del giorno prima andava ancora bene, non puzzava. La indossai.
Prima di uscire di casa dovevo cercare un bigliettino decente per scrivere gli auguri a Giovanna.
La sera prima  mi aveva lasciato sotto la porta il suo elegante biglietto con gli auguri per il natale.
Non trovavo niente di decente. Alla fine presi un pezzo di carta qualunque dalla stampante, lo divisi in due e scrissi i miei auguri.
Avrebbe capito Giovanna. Una comunista non poteva farsi troppi problemi per la forma.
Infatti scrissi sul biglietto che mi scusava per la forma dei  miei auguri, ma che in fondo era un biglietto proletario e che quindi le sarebbe piaciuto.
Dovevo risolvere la faccenda con Ernesto.
Lo potevo prendere per il culo, se volevo.
Potevo fingere che stavo eseguendo alla lettera le sue istruzioni, che stavo controllando Jole, così come mi aveva chiesto.
Ma quanto avrei potuto resistere?
E così decisi che era meglio dirgli tutto, tutto d’un fiato.
Era un’impresa però trovarlo in ufficio. Era sempre in giro per affari del negozio e un po’ anche per affari suoi e anche quando c’era difficilmente ti rispondeva al telefono.
Provai a bussare direttamente alla porta del suo ufficio.
C’era: miracolo.
Il suo solito “Siiiii” preannunciava che non era per niente contento di ricevere visite.
Entrai e lo trovai come al solito indaffarato a riordinare le sue tremila carte, di cose private ovviamente.
Era al telefono fisso, come al solito.
E nel frattempo stava inviando un messaggino sul cellulare.
Mi fece segno con gli occhi di accomodarmi.
Eseguii. Aveva fumato il solito sigaro, l’area era irrespirabile. Cominciai a tossire per avvertirlo che forse era meglio se apriva la finestra.
Giocherellava con una penna, buttandola sulla scrivania per poi riprenderla. Ogni tanto mi scrutava.
Ero agitatissimo. Dovevo dirgli un’amara verità. Da qualche mese l’avevano approvata la legge sulla possibilità di licenziare senza particolari problemi. Bastava nei casi di “relazione strettamente fiduciaria” dichiarare che “la fiducia non c’era più” come diceva la legge.
E in quel caso la fiducia non c’era più. Chi la poteva contestare una legge fatta in quel modo? Io mi ero messo con la donna che voleva il mio capo e non gliel’avevo neanche detto subito che ci piaceva la stessa donna.
E soprattutto che lui non aveva nessuna speranza, perché Jole era mia.
L’attesa cresceva.
Ernesto sembrava volere chiudere la conversazione. Era ansioso di sapere qualcosa.
Almeno così sembrava, perché al suo interlocutore disse una serie di volte “va bè, va bè” espressioni che usava spesso quando voleva tagliare corto.
Intanto pompavo nella testa  tritsch-tratsch-polka di strauss. Ta ta ta ta..ta ta ta tat ta ... le parole non le avevo mai capite di sto pezzo..e conoscevo pure il tedesco..Però mi sembrava una musica adatta ad affrontare il momento.
Mi stavo pericolosamente distraendo, la mia testa seguiva la musica. Quasi cantavo le poche parole che ero riuscito a decifrare le mille volte che avevo sentito quel pezzo.
Il maestro d’orchestra se ne era accorto.
E chiuse la conversazione telefonica.
Mi stava già chiedendo di parlare.
“Allora? Che succede? Problemi con quei maglioni verdi che sono arrivati da poco?
C’erano di problemi effettivamente con quei maglioni che facevano veramente cagare. Ma non volevo prendere ulteriore tempo.
“No, fosse quello il problema” dissi con voce molto bassa.
“Dimmi che succede, Francesco, qualche problema in famiglia?” Era spietatissimo, ma se sospettava di un problema familiare o di salute, tutto cambiava.
“ No, tutto a posto. La famiglia tutto ok e a salute tutto ok, niente più allergia, mal di stomaco o dolori al cuore”
“ E allora?”
“Riguarda Jole”
“E’ sposata? Ha figli?
“No”
“E’ fidanzata?”
“No, si, cioè spero di si”
“Che vuol dire speri di si?”
“Ecco spero lo sia con me” dissi abbassando sempre più la voce.
La sua voce stava diventando gelida. E i suoi occhi uscivano sempre più dalle orbite.
“Insomma stanotte ci sono andato a letto”
Rimase a bocca aperta.” Ma come ti dico di controllarmi una donna che mi piace e tu te la scopi?”
“E’ che piaceva anche a me da un po’”.
“Avresti dovuto dirmelo” mi squadrava severo.
“Lo so, ma era una cosa così delicata”
“Ovviamente una cosa e il lavoro, una cosa i sentimenti. Però per correttezza avresti potuto dirmelo” E cominciò a girarsi  verso il computer senza più degnarmi di uno sguardo.
“Hai ragione” Non seppi dire altro. Stavo per alzarmi per andarmene, quando lui cominciò a ridere. Prima piano, poi sempre più forte. Si alzò, mi venne incontro. Mi alzai dalla sedia impaurito. Ecco pensai, a questo gli è partita la rotella.
Mi abbracciò. E poi allontanandosi di un metro da me disse
“Ma secondo te io faccio così schifo che ti chiedo di seguire una donna per conto mio e di non fidanzarciti per non darmi un dispiacere?”
Non riuscivo a capire. Lo guardai interrogativo e un po’ perplesso.
“Ma io lo sapevo che tu abiti nello stesso palazzo di Jole. E sapevo anche che ti conosceva. Gliel’ho chiesto. E quando gliel’ho chiesto ho pure capito che era cotta per te. L’ho capito guardandola negli occhi”
“Ah, capisco” riuscii ad articolare e non riuscivo a trovare nella mia mente alcuna musica che potesse descrivere la situazione.
Però un po’ mi stavo cominciando a incazzare.
“Scusa ma allora perché hai fatto tutta questa messa in scena?”
“Quella ragazza mi piace veramente e ecco..me la sarei fatta volentieri una scopata extramatrimoniale..ma ho capito che non è quel tipo di ragazza. Ma volevo metterti alla prova volevo vedere come reagivi, se avresti avuto le palle di dirmi che quella ragazza la dovevo lasciare stare, perché eri interessato tu. Ed effettivamente le palle ce le hai avute. Mi hai veramente dimostrato che prima di tutto sei un uomo e poi un mio lavoratore”
Adesso l’avevo trovata la musica. E anche le immagini. Mi sentivo tanto Rocky Ralboa in Rocky I, quello nel quale Sylvester Stallone mena di brutto. Un pugno glielo avrei dato volentieri a Ernesto.
Ma forse era un po’ esagerato.
Aspettai qualche secondo. La sua risata isterica si era ormai trasformata in un sorriso disteso.
Era lì con le braccia aperte che mi diceva” non sai quanto ti voglio bene io a te”.
Ecco, ho pensato questo si scopre che è pure frocio adesso.
Mi tenni a distanza per evitare brutte sorprese.
Aspettava una risposta.
Allora con calma dissi “ Mi sembra a questo punto che per completare questo tuo crudele gioco e per dimostrarti che sono un vero uomo un bel vaffanculo ci sta proprio bene no?”
Sorrise e annuii con la testa, un po’ sconsolato questa volta, ma sapendo perfettamente di non avere scelta.
Allora glielo dissi in modo netto e a voce alta “ Ma vaffanculo Ernesto!”
Provò a tendermi la mano, ma non gliela strinsi. In tre passi ero davanti alla porta del suo ufficio.
La aprii e la chiusi abbastanza violentemente dietro di me.
E mentre mi allontanavo dissi pure a voce alta “ Anzi vaffanculo, te il Milan, Ronaldinho e Berlusconi”
Mi diressi verso gli altri colleghi
Ero incazzato come una iena. Avevo scampato un bel pericolo, però non potevo continuare a lavorare con quello psicopatico. Chissà che altra stramberia si sarebbe inventato la prossima volta. Intanto me ne sarei andato a casa per quel giorno.
Dissi ai colleghi di dire a Ernesto che sarei tornato a lavoro solo il giorno seguente.
Dovevo avere una brutta faccia. Mi guardavano impauriti non osandomi chiedere cosa fosse successo.
Affrettai il passo verso l’uscita del negozio. La mia mente cominciò a realizzare che avevo una giornata a disposizione per stare con Jole che era a casa.
Il mio umore cominciò lentamente a cambiare. In fondo mi aveva fatto un bel regalo Ernesto: un giorno di ferie giustificatissime per avere subito i suoi giochi masochistici.
Ci avevo guadagnato, in fondo. Mi sarei goduto Jole un giorno intero.
E lui si sarebbe gustato il risultato dei suoi scherzi idioti, credendomi incazzato.
Era un buon compromesso, tutto sommato.




EPILOGO
Suonai al citofono di casa mia.
Jole era ancora lì. La sua voce non sembrava quella di una che era sorpresa.
Mi accolse con uno dei teli rosa di emergenza per donne di passaggio in casa mia che tenevo nell’armadio.
Si vedevano solo le spalle e un po’ di gambe. Era stupenda.
“Già di ritorno? Qualcosa andato storto con il capo?”
Le spiegai tutto e Jole cominciò a ridere. Non capivo bene cosa ci fosse di tanto divertente e inoltre ero un po’ irritato del fatto che lei non mi avesse assolutamente detto che  Ernesto le aveva chiesto di me.
Decidemmo di andare a villa Pamphili.
Uscendo di casa incontrammo Giovanna.
Il suo sorriso era esagerato, dava troppo nell’occhio. Jole avrebbe capito tutto, anche se non ero così sicuro che avesse già capito tutto.
Cominciava a farsi strada dentro di me la convinzione che ero vittima di un grande gioco organizzato da Ernesto, Giovanna, Jole e Gilberto tutti insieme.
Però il gioco mi piaceva.
Alla mia ex donna non ci pensavo più. Con il capo le cose andavano bene, avevamo ormai raggiunto un equilibrio, un pazzo equilibrio, ma sempre un equilibrio era.
Mi restava solo un problema, il più grosso in realtà, il malvivente che voleva eliminare me e  Gilberto.
Per quello avrei dovuto inventarmi veramente qualcosa di straordinario.
Ma non me lo inventai io.
Se lo inventò Jole naturalmente.
E fu proprio quella mattina di villa Pamphili.
Me lo immaginavo che si sarebbe piazzato sotto casa ad aspettarmi, il malvivente.
E infatti era lì, poco fuori il portone del palazzo.
Anche quella mattina con  la lametta  mi ero fatto la testa lucida lucida.
Mi si potrebbe definire un pelato, alla Yul Brinner dice qualche ragazza gentile, quando vuole tirarmi un po’ su di morale.
Quella mattina appena uscimmo dal portone per andare a villa Pamphili non feci proprio la figura del coraggioso.
Cercai subito di allontanarmi dal brutto ceffo, che stazionava dall’altra parte del marciapiede e ci veniva incontro.
Allungai il passo verso la macchina, tenendo per mano Jole, mentre lui ci inseguiva.
Jole non era agitata, la dovevo quasi tirare per il braccio. Remava contro, era come se volesse fermarsi e affrontare il tipo.
Ormai lui era lì a due passi da noi.
La sua voce era cattivissima e le parole poco gentili
“A pelato do vai, viè qua te voglio morto”
Il cuore mi batteva fortissimo. Aveva sicuramente un coltello quel tipo o forse qualcosa in più pensai.
Jole mi strinse l’avambraccio come a dirmi “ ci penso io”
Ci girammo.
Jole si avvicinò al tipo. Lo guardò negli occhi e gli disse con calma con perfetto accento romano in un tono che sembrava allo stesso tempo calmo e disperato e con un’espressione tra il sorriso, il dispiacere e l’incazzatura “ Lascia stà che ce devo fa la pasta co sto pelato oggi”
Si arrese, così di colpo. Cominciò a ridere guardando con ammirazione, direi quasi devozione Jole.
Mi disse “C’hai culo che la tua donna c’ha le palle e m’ha fatto fa na risata de vecchi tempi. Vattene mò prima che ci ripensò e dì pure al tuo amico che se m’encontra non me deve guardà che sennò so cazzi sua”.
Entrammo in macchina. Guardavo Jole. Era propria maggica come la Roma.
La baciai sulle labbra. La sua espressione fiera invitava il sole caldo a riscaldarle il viso.
Presi il telefonino. Chiamai Gilberto
“Ue Francesco”
“Ciao Gilberto”
Piccola premessa prima di questo secondo epilogo: Gilberto ogni volta che gli davo un appuntamento per il giorno stesso si appuntava l’ora e il posto dove ci vedevamo. Per dire ci sentivamo alle 4 del pomeriggio per vederci alle 8 della sera davanti al cinema Barberini, il cinema più famoso di Roma. Bè, lui se lo scriveva.
“Allora ti volevo dire tutto a posto con quel tipo”
“Bene!!
“L’unica cosa, mi raccomando, se lo vedi, non lo guardare mai, fai finta che non esista”
“Si allora aspetta che…”Si stava appuntando che non doveva mai guardarlo.
Jole già rideva io mi stavo incazzando.
E mi incazzai.
“Gilberto non te lo devi scrivere, lo devi fissare nella mente, in eterno”
E chiusi il telefonino.
Adesso si che finalmente eravamo pronti per andare a villa Pamphili.

E qui finisce il Romanzo di Francesco Costanzo …
Dalla settimana prossima, e fino a luglio, causa il caldo che invaderà la redazione, pubblicheremo una serie di racconti brevi … non perdeteli. Qualsiasi vostro commento è gradito … a presto.

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