Venerdì, 23 Settembre 2016 16:12

“Lontananze perdute”, Eugenio Murrali in viaggio con Dacia Maraini

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ROMA - Eugenio Murrali, giovane giornalista e autore, è, oltre che amico, appassionato studioso della nostra più grande scrittrice: Dacia Maraini. Dopo aver scritto con lei “Il sogno del teatro”, edito da Rizzoli, Murrali firma anche “Lontananze perdute.

La Sicilia di Dacia Maraini”, Perrone editore, nel quale racconta il fascino letterario e vivo della terra dove la Maraini ha creato il suo capolavoro: “La lunga vita di Marianna Ucria”. In questa intervista Eugenio Murrali ci parla del suo viaggio attraverso il genio di Dacia Maraini e del loro rapporto di lealtà e affetto.

 “Lontananze perdute”, la Sicilia di Dacia Maraini. Com’è nato questo viaggio?

Vorrei rispondere “con la causalità delle cose belle”, ma ormai il mio interesse per il lavoro della Maraini è noto, quindi la volontà la fa da padrona sul caso.
L’editore romano Giulio Perrone ha inventato una bella collana che si chiama Passaggi di dogana e indaga il rapporto tra letteratura e geografia o, se preferite, letteratura e genius loci. Dopo aver dato alle stampe testi su Tabucchi, La Capria, Magris e altri scrittori, Giulio mi ha domandato di occuparmi del volume dedicato alla Maraini. Avrei voluto raccontare la relazione tra Dacia e Roma, seguendo il solco del mio precedente libro, in cui ho ripercorso la sua storia drammaturgica, tra teatro di cantina, manifestazioni femministe, amicizie artistiche. Su Roma sono usciti tanti libri, però, la capitale è poco ricettiva, a quanto pare. Quindi l’altra possibilità era scrivere su Dacia e la Sicilia, la terra della famiglia materna, o l’Abruzzo, dove risiede alcuni mesi l’anno dal 1990.
Ho scelto la Sicilia, come una sfida, perché è una terra difficile da raccontare, con un patrimonio culturale immenso, contraddizioni, luci che sorprendono, storie che spaventano. E poi l’ho scelta perché essa contiene gli echi della grecità e la grecità per me è tutto.

L’ amicizia tra te e Dacia Maraini a quando risale?

Dacia è misteriosa negli affetti. Non saprei dire quando abbia smesso di considerarmi solo un giovane studioso diligente per accogliermi nella famiglia ristretta delle sue amicizie. Certo, credo che gli anni in cui ho scritto Il sogno del teatro, dal 2009 al 2013, siano stati decisivi per il consolidamento di un rapporto di lealtà e affetto. A volte abbiamo idee diverse, ma il confronto è franco e civile. Però sulla letteratura, il teatro e il cinema i nostri gusti sono molto simili. E poi, ovviamente, da lei c’è molto da imparare. Quando andiamo a teatro, per esempio, lei sa indicare perfettamente se una scena è troppo lunga, se un dialogo è poco realistico. Basta ascoltarla per entrare dentro i meccanismi della scrittura.

Come definiresti il rapporto della Maraini con la Sicilia?

E’ un complicato amore. Come spiego in Lontananze perdute, la Maraini per anni non ne ha scritto, poi dall’ ‘84 al ’90 ha dato vita al personaggio di Marianna, nel ’93 esce Bagheria, come se un blocco si fosse sciolto e trasformato in quel fiume di memoria, dolore, dolcezza che è la letteratura.

Scrivi: “A volte quest’amica e maestra scrittrice mi ricorda il capitano Bellodi …”. 

Sì. Per il suo senso di giustizia, la sua instancabile ricerca della verità, il suo idealismo. Sciascia nel Giorno della civetta precorre tutti i tempi, racconta tutti gli eroi antimafia a venire. Inoltre quella Sicilia, in cui la mafia sembrava ‘non esistere’, è la stessa che Dacia ricorda da bambina, quando ancora non era nato, o comunque non si era espresso, lo spirito civile con cui la popolazione siciliana ha reagito alle grandi stragi. Di mafia poi Dacia parla in Bagheria, ovviamente nel libretto edito da Perrone Sulla mafia, in tanti articoli e racconti.

Il tuo è un viaggio dentro l’arte di Dacia Maraini, ma anche dentro te stesso …

Dacia ha già raccontato la Sicilia con i risultati formidabili che tutti conoscono. Riassumere, foss’anche in buona prosa, quello che lei aveva detto nei suoi romanzi, articoli, racconti mi sembrava un esercizio sterile e pleonastico. E poi io non sono siciliano. L’unica possibilità era trasformare questo viaggio nella letteratura di Dacia anche in una storia delle emozioni, le emozioni che la lettura dei suoi libri procura al lettore. Infatti è il viaggio di Eugenio che rincorre i personaggi, che parte alla ricerca di luoghi conosciuti in pomeriggi assorti, durante quella storia d’amore e silenzio che è la lettura. Se riesco a trasmettere questo spirito di gioco e piccola avventura a chi ha tra le mani il mio libro, allora sono riuscito nel mio intento che è quello di far innamorare e incuriosire dei libri di Dacia e della Sicilia. Infatti mi fa tanto piacere quando chi ha letto il mio libro poi mi fa vedere cha ha comprato anche La lunga vita di Marianna Ucrìa o Bagheria.

 Lungo la strada ti sei definito un “turista allo sbando” …

Sì, a Roma avrei fatto il Cicerone, a Palermo sono un turista allo sbando che cerca informazioni dai libri, che ruba frasi alle persone che ascolta parlare al ristorante, che interpella amiche e amici, telefona, tenta, fallisce, riprova. Marguerite Yourcenar dice che si arriva vergini a tutti gli avvenimenti della vita. E’ vero. Lei si riferisce al dolore, però questa “verginità” è relativa a tanti altri sentimenti. Io credo che a volte per supponenza, per la smania di sapere tutto, mentiamo anche a noi stessi, fingiamo di conoscere e ci perdiamo il gusto dello stupore. Io, invece, non ho lezioni da dare, mi voglio stupire, nel bene e nel male, con intelligenza, un certo grado di malizia. Non rinuncio al piacere della sorpresa. Così mi diverto insieme al lettore e spero che il lettore si diverta insieme a me. 

      Spesso ti accompagna un sentimento di amorosa nostalgia, tanto che citi la Maraini: “Non sempre scappando si scappa davvero” …

E’ così bella la nostalgia, un sentimento che ci ha reso simpatico persino Odisseo, con il suo nostos, il viaggio di ritorno verso Itaca. Credo che nel mio libro ci siano due tipi di nostalgie: quella di chi conoscendo s’innamora e sente già il desiderio di tornare in quella patria del cuore, la Sicilia, che dovrà lasciare dopo pochi giorni, e quella di chi vorrebbe condividere l’innamoramento con persone che sono lontane, ma a cui tiene particolarmente. La distanza poi diventa chiarificatrice, disegna meglio i profili dei nostri rovelli interiori, e sì, ci permette anche quel viaggio dentro noi stessi di cui si parlava qualche riga fa. 

Nel libro, in un carteggio con la scrittrice, manifestavi il timore di non essere all’altezza della narrazione, eppure Tornatore pubblicamente ha consigliato a tutti di leggerti …

Le parole che Giuseppe Tornatore e Aldo Cazzullo hanno speso per il mio lavoro il giorno della presentazione – ma non solo, perché Aldo ne ha poi parlato anche su Sette – sono state davvero importanti. Come tutti quelli che hanno a che fare con la scrittura vorrei sempre due cose: aver letto di più, aver scritto meglio. Quindi le parole di stima di due maestri come loro, di cui uno bagariota, mi hanno dato sollievo… anzi, per una volta diciamolo, felicità. A questo si aggiunga che il libro è piaciuto tanto anche alla Maraini e non era scontato, visto che scrivere sulla sua Sicilia è proprio un bell’atto di ùbris.

 In “lontananze perdute” ci sono anche ricette di cui la Maraini parla nei romanzi: pasta alla norma, sarde a beccafico, una raffinatezza … le hai mai mangiate al lume di candela?


Le sarde no di certo, perché ho una totale allergia al pesce e ai crostacei. La pasta alla Norma sì, la adoro e la preparo bene. Le amiche, gli amici e anche gli amori della mia vita questo me l’hanno sempre riconosciuto. L’uomo che sa (anche) cucinare gode spesso di una certa popolarità e comunque è un uomo più complesso (escludendo qualche fenomeno da baraccone che compare in tivù). Il nonno di Dacia, il Duca Enrico, di cui parlo nel libro e che ha composto una raccolta di ricette vegetariane e crudiste, era infatti un essere moderno, singolare, affascinante. Poi il cibo è una forma altissima di cultura, che porta con sé storie, tradizioni, eros, lotte e dunque, se si osserva con sguardo profondo, anche una certa epica. 

Bruna Alasia

Giornalista e scrittrice

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