Sabato, 26 Novembre 2011 18:11

“La spadaccina” di Susanne Portmann

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Vi presentiamo la prima parte di un racconto-fiaba dal sapore prenatalizio “La spadaccina”, di Susanne Portmann:  che racconta di spade e cassetti ‘incantati’ …



La spadaccina


La bambina era nata nella casa addossata alle mura oblique del castello non lontano dal grande portone d’accesso. Era la casa del capo del piccolo esercito del reame, suo padre. Vista dal bosco, oltre il fiume, sembrava piccolissima: tra gli alberi, ai piedi del potente baluardo che le spioveva attorno dall’alto, se ne scorgevano appena le tegole rosse. Ma era la casa più grande del paese ed era abbracciata dalla semiellisse pensile di un giardino lussureggiante.

Lei era nata in quella casa, dove ogni stanza aveva una grande portafinestra sulla valle e cozzava verso il suo sbieco cul de sac formato da quel tanto di pietre rozze del bastione che soffitto, pareti e pavimento inquadravano. Le verticali stavano tutte in piedi soltanto nell’androne, dove un immenso armadio di castagno dava le spalle al muro. Non si può dire che in quella casa vivesse una vera famiglia: la madre era morta otto mesi dopo la nascita della bambina e aveva lasciato dietro di sé un padre col cuore spezzato, il quale, a meno che non ci fossero esercitazioni in atto, passava a casa due sere a settimana. La domestica, così vecchia che nessuno si ricordava di averla mai vista giovane, viveva esclusivamente in cucina; non si sa dove dormisse né tantomeno se dormisse. Il giardiniere entrava solo in cucina, e soltanto per consumare i pasti, per il resto vegliava senza mai interferire sulla crescita spontanea della vegetazione dall’alto dei rami del vecchio noce, giocando solitarie partite a scacchi. A curare il giardino ci pensava piuttosto il vecchio cavallo, che brucava l’erba del prato, mangiava i frutti dagli alberi e i cespugli incolti e calpestava sentieri e radure nella fitta boscaglia, mentre il cane – bastardo – vi scavava cunicoli labirintici appresso ai conigli. L’unica che veramente abitava quella casa era lei, la bambina, che sempre e da sempre andava vestita da maschietto: sua madre, nei tre anni di matrimonio trascorsi fino alla sua nascita, aveva riempito l’armadio nell’atrio d’ogni capo possibile per un esercito di maschi da zero a sette anni.

L’armadio fu la dote portata dalla madre. Il padre era tornato dal villaggio ai piedi della catena montuosa all’altro capo del regno, dove l’aveva conosciuta mentre assolveva i due anni di guardia alla frontiera, camminando a fianco del cavallo, sul quale sedeva la giovane e che trainava un carro carico di una montagna di assi di legno. Giunti alla casa sulla muraglia, lei era entrata e l’aveva perlustrata in lungo e largo, da sotto a sopra. Poi si era messa schiena contro la parete di fondo dell’atrio e aveva allargato le braccia, e il padre era andato a cercare il falegname del paese. Per montare l’armadio, a questi ci vollero 13 giorni e 13 notti, perché la sposa insisteva su un certo ordine nell’assemblaggio delle 976 piccole tavole rettangolari percorse da finissime linee ondeggianti composte da minuscole schegge di madreperla, che andavano montate sulla parte interna delle due ante e all’esterno dei 488 cassetti, nessuno uguale all’altro. L’insieme componeva un’immensa, impossibile scacchiera verticale. Figlia della più lontana provincia, ella parlava una lingua sconosciuta al padre e agli abitanti del paese sotto il castello. Per combinare il matrimonio con la bella, che con lo sguardo, dall’alto del suo balcone, per mesi lo aveva accompagnato nelle marce di pattuglia sul confine roccioso del regno, si era servito dell’interprete dell’avamposto, e il contratto di matrimonio – approvato dal re in persona come prescriveva la legge del regno – recitava che gli si dava in sposa la ragazza a condizione che assieme a lei, si fosse portato via quell’armadio, che doveva  essere rimontato come lei sapeva.

Il matrimonio fu consumato soltanto dopo le due settimane che la ragazza passò nell’atrio con il falegname – a scuotere la testa, a strapparsi i capelli, a girare in tondo, disperarsi e lamentarsi nella sua lingua, finché le tavolette non furono assemblate ognuna al posto giusto. La sera – un venerdì – che finalmente salì al piano di sopra per coricarsi nel letto matrimoniale, il falegname tornò in bottega, infilò i suoi attrezzi in saccoccia e se ne andò e nessuno più lo vide. Mentre lei, scesa dal letto l’indomani all’alba, si mise all’opera nell’atrio dabbasso: pettinatura, filatura, tintura, tessitura, taglio e cucito, lavoro a maglia e all’uncinetto, ricamo, lavorazione del feltro e fabbricazione di bottoni di corna di cervo… non c’era arte che sfuggiva alle sue mani, che faceva riposare per poche ore a notte fonda e – due volte la settimana – dopo aver praticato per un’altra ora anche l’arte più alta – delle carezze – sul corpo del marito. Nata la bimba dopo tre anni, la madre l’allattò per sette mesi nella sedia a dondolo piazzata davanti all’armadio ad ante spalancate, riempiendole gli occhi con il suo sguardo e cantandole dolcissime canzoni nella sua lingua, così struggenti che a sentirle i paesani, si fermavano incantati qualunque cosa stessero facendo. Al settimo mese la madre svezzò la bimba con il latte di mucca, pezzetti di mela e salmone affumicato, sciolti con la sua saliva. Poi, una calda sera di giugno, il calzolaio le venne a consegnare le 15 paia di scarponcini dal numero 21 al 32 e altrettante paia di sandaletti estivi, commissionati. Li sistemò nei cassetti più bassi dell’armadio e tornò a cullare, accompagnando nel sonno la bimba vestita della tutina azzurra più fine che s’era mai vista. Poi la mise in braccio alla vecchia domestica ed andò ad affacciarsi alla veranda. Chiamò il cane, che accorse scodinzolando e con la lingua penzoloni e si chinò a sussurrargli nell’orecchio a lungo. Dopo avanzò qualche passo sul prato a guardare il cielo stellato un’ultima volta prima di tornare in casa e salire la scala. Era un martedì: il padre la trovò addormentata per sempre sul letto, rientrando dal servizio.

Non che alla bambina fossero mancati vestitini da femmina: il padre mandò presto ad acquistare un corredo rosa di tutto rispetto. Ma a volerle infilare un capo che non fosse uscito dalle mani della madre, la pupa si metteva a strillare in modo così straziante che il padre ordinò alla domestica di lasciar perdere per non fare accorrere tutto il paese, tanto più che per il resto, la bimba non era per nulla capricciosa, non dava noie a nessuno. Passava le giornate sul seggiolino in cucina a dirigere, mestolo in mano, magnifici concerti di borbottio delle filastrocche che la domestica recitava tagliuzzando verdure, rompendo uova, impastando farina e spezie, battendo la carne e rimestando dentro pentole, sui fuochi sempre accesi dei fornelli. Non appena riuscì ad alzarsi sulle gambette, le si mise a fianco il cane che, ad ogni ripiombare sul sedere, le prestava pelo, muso, orecchie e coda per ritirarsi su e la scortava nelle perlustrazioni della casa e del giardino, preservandola da tutti i possibile pericoli. Di fatto, da tata, le faceva il cane. Esplorando il giardino la bimba fece amicizia con tutti gli animali che vi svolazzavano, strisciavano e vi si aggiravano, dagli uccellini alle talpe, dai vermetti agli scoiattoli, dai topolini alle farfalle. Le bambole inerti e dallo sguardo vuoto che le portava il padre, non destarono mai il suo interesse; lei aveva il suo bel daffare a coccolare tutti i cuccioli che nascevano in giardino secondo la stagione. Faceva sempre capolino puntuale in cucina, per la colazione, per il pranzo, di nuovo per la merenda pomeridiana e prima del tramonto. Di martedì e venerdì si faceva il bagno, aiutava ad apparecchiare la tavola nella grande sala tra cucina e atrio e sedeva ad aspettare il padre, unico visitatore che si recasse alla villa. Dopo cena, lui la prendeva in braccio e si accomodavano nella grande poltrona rossa davanti al camino in inverno e sull’amaca appesa tra le colonne della veranda in estate, e lui allora le raccontava le storie, tutte quelle che sapeva, finché lei non si addormentava e allora la portava a letto. Ad ogni risveglio la bambina s’infilava i vestiti che la sera prima aveva pescato dai cassetti dell’armadio, svuotandoli uno dopo l’altro dal basso, da destra a sinistra, e poi su, sempre più su, man mano che cresceva col susseguirsi delle stagioni. Scoprì presto che tirando fuori un cassetto in basso, salendoci dentro e mettendo i piedi sui bordi, riusciva ad aprire un cassetto più sopra e salendo dentro a questo, piedi sui bordi, un altro più in alto ancora. Scalare l’armadio era uno dei suoi passatempi preferiti nelle giornate di pioggia e d’inverno: i 488 cassetti le permettevano di costruirsi scale sempre nuove, salissero di sbieco, a serpentina, a zig zag oppure combinando in modo sempre nuovo questi tragitti formati dai cassetti aperti. Saltava giù da un cassetto aperto dentro l’altro e, da agile trapezista, si lanciava dai bordi laterali da un cassetto all’altro. Ma infine riuscì a risalire la parete verticale senza aprirne neanche uno, servendosi unicamente degli interstizi tra il bordo superiore del frontalino di un cassetto e quello sopra, infilandovi mani e piedi.

La sera del suo quinto compleanno, un martedì, aprendo il cassetto numero 343, vi trovò un golf di lana merino dagli stessi colori autunnali, che le foglie degli alberi avevano quel giorno e, annodata alla manica sinistra, venne fuori dapprima una sciarpa dalle sfumature dei rossi più belli dei corbezzoli e poi, annodato all’altro capo di questa, una strana giacchetta di tela bianca rigida, imbottita e rifinita di fodera rossa. Portò i vestiti in camera sua, piegò pantalone, golf e sciarpa ai piedi del letto per l’indomani e andò a fare il bagno. Infilato il pigiama e la vestaglia di flanella, pantofoline ai piedi, scese a tavola portandosi appresso quella strana giacca bianca. A vederla il padre non fece una piega. Gliela prese dalle mani e l’appese allo schienale della sedia vuota lì a fianco. Accese le candeline sulla torta e stappata la bottiglia di champagne, dalla quale le versò cinque gocce nel calice riempito a metà con l’acqua, alzando il bicchiere per il brindisi, le indicò la giacchetta poggiata sulla sedia: “Voi sapere a cosa serve?” Lei annuì e soffiò sulle candele. Il padre prese la giacchetta sotto braccio, il candelabro nella mano sinistra e lei nell’altra e salirono in soffitta – lei non c’era mai stata. Le fece infilare, nella serratura della grande porta massiccia in cima alle scale, la chiave che aveva preso dal cassetto della scrivania e la fece entrare in una grande sala che filava avanti nel buio. Piazzò il candelabro ai piedi d’un grande specchio, poggiato contro i pietroni del baluardo retrostante. A destra e a sinistra dello specchio, come da due fili del bucato, a lama in giù pendevano una sfilza di fioretti, sciabole e spade e sopra delle maschere a maglia fitta di metallo, senza faccia. Accorgendosi che la bambina si era spaventata a vederle, il padre ne staccò una dal chiodo: “Non avere paura.” Gliela fece toccare e se la mise in testa e poi la fece provare a lei, che così scoprì quella strana faccenda, di vedere senza essere visti. Poi il padre le disse: “Da domani mattina salirai qui e ti aspetterà il maestro d’armi della famiglia. Ti insegnerà l’unica arte che conosce il mio mestiere, l’arte della difesa. L’arma va impugnata soltanto per parare, mai per attaccare. Non sarò io ad insegnarti, noi non ci sfideremo mai neanche per gioco.”

L’indomani mattina, la bimba si alzò e salì la scala della soffitta. Il maestro l’aspettava con la maschera già indossata. Lei non vide mai il suo viso, ma come se lo conoscesse da sempre, si fidò di lui senza esitare. Le venne incontro dalla finestra aperta in fondo alla stanza, sul parquet composto da migliaia di listelli di legni diversi che si inseguivano l’un l’altro a formare motivi bizzarri che risplendevano nella luce del mattino, e si fece dare il suo panciottino. Lo rovesciò e poi, all’interno, tra l’imbottitura e la stoffa bianca, infilò e fissò due dischi concavi di metallo: “Tu non dovrai mai accettare alcuna sfida a viso scoperto e senza questi dischi nel petto della giubba, né mai sfidare chi non porta maschera o donna che non porti i dischetti come te.” Quindi andò a staccare l’ultimo fioretto appeso in fondo, il più piccolo, le fece vedere come si impugna e le insegnò il saluto d’armi.

Da quel mattino le giornate della bambina si arricchirono delle lezioni di scherma. Alla fine del suo primo anno di sala incominciò a dare del filo da torcere al maestro: era sveltissima nei passi sulle gambe piegate, ad avanzare e indietreggiare, abilissima con il braccio, la lama del fioretto non sembrava che l’allungo delle sua dita, la punta di penna con cui eseguiva calligrafie mozzafiato per aria; non c’era finta che non prevedesse, non c’era stoccata che non parasse. Dal giorno del suo sesto compleanno, alle lezioni di scherma si aggiunsero le lezioni di lettura, di scrittura e di algebra. Le venivano impartite da una giovane donna che, ad una certa ora del mattino, d’improvviso e ovunque nel giardino o per casa la bimba stesse bighellando, appariva, le sorrideva e la conduceva in biblioteca. Anche questa donna le era tanto familiare e mai esitò a seguirla, ma di lei, ad ogni fine lezione, si scordava viso e voce, fino al giorno seguente, quando puntualmente la donna si ripresentava per farle riprendere gli studi.

Poi un giorno, poco prima del suo settimo compleanno, la bambina fu convocata al castello dal re assieme al padre. Lui mise l’uniforme di rappresentanza e, viso grave, la prese per mano. Fu la prima volta che la bimba varcò il cancello del giardino. Oltrepassarono il portone del castello e il padre la guidò per i mille corridoi e le cento scale del palazzo, affossato dentro il bastione. Sulla porta del salone di ricevimento, il padre le fece togliere il berretto e lisciare i capelli e le disse di non rivolgere parola al re, neanche se le avesse fatto una domanda. L’elmo con la piuma d’aquila sotto il braccio, lui andò avanti. Raggiunse il podio all’altro capo della stanza, dove l’aspettavano in tre: il re seduto sul trono, la giovanissima principessa in piedi alla sua destra e a sinistra un uomo magrissimo, vestito con un lungo abito nero, da donna. Giunto ai tre scalini, il padre sfoderò la spada, la poggiò sulla fronte a capo chino, si piegò sul ginocchio e depose l’arma ai piedi del re, che invece di badargli, allungava il collo per scrutare la bambina sulla soglia. Il re iniziò a parlare a voce alta e scandendo le parole perché nessuna si smarrisse lungo il tragitto: “Tuo padre è il soldato più valoroso del mio regno. E’ discendente dell’eroe che trecentoundici anni e centoventiquattro giorni fa, nella gloriosa battaglia contro gli invasori,  salvò il regno e la vita al bisnonno del bisnonno di mio nonno di mio padre di mio padre di mio padre di mio padre. Il bisnonno del bisnonno di mio nonno di mio padre di mio padre di mio padre di mio padre costruì all’eroe la casa dove vivete, fuori dalle mura, perché questi desiderava poter posare lo sguardo sulla valle e i boschi anche fuori servizio, quando non era di guardia sul bastione. Il bisnonno del bisnonno di mio nonno di mio padre di mio padre di mio padre di mio padre gli concesse questo privilegio solo in cambio della promessa che i figli maschi della vostra famiglia, fino alla fine del tempo, avrebbero continuato a prestare servizio nell’esercito. Ma dai tempi dell’eroe, mai nella vostra famiglia è nato più di un figlio unico e maschio, per generazioni e generazioni. Tuo padre è stato il primo a generare una femmina. La stessa sorte è toccata a me. Ma le principesse possono diventare regine, mentre le figlie dei comandanti non possono diventare comandanti. Questa è la legge.”

Qui il re fece una pausa e si passò un dito sul sopracciglio destro. E riprese a spedire parole all’altro capo della sala: “Tu sei femmina, anche se vesti in quel modo. Il vescovo qui presente, da anni denuncia questo malcostume e il grave peccato di una creatura che non ha ricevuto i sacramenti. Ma qui ognuno deve innanzitutto portare la pazienza necessaria alla salvaguardia di questo regno, e lui l’ha avuta, in cambio della promessa di non farti mai vedere in paese. E se io fin qui ho tollerato la pagliacciata di quel maledetto armadio in casa vostra, è per il rispetto che il regno deve alla famiglia di tua madre, infedeli sì, ma che da secoli lealmente presiedono il nostro avamposto sulle montagne. Non conviene contrariarli, sono gli unici a conoscere i monti, ragione per cui non potevo oppormi al matrimonio con tuo padre ed è sempre per la stessa ragione che tu non sei battezzata. Ma ora dobbiamo pensare al futuro. Dal giorno del tuo settimo compleanno, ti trasferirai al castello e ti comporterai da femmina: seguirai le lezioni con la principessa e le damigelle di corte; imparerai a pregare, a tenere il mignolo a modo bevendo il tè, a muoverti con grazia, a sorridere e ricamare e a stare zitta in presenza di uomini, come Dio comanda! E la tradizione sarà salvaguardata nel seguente modo: tu sposerai l’ufficiale che tuo padre dirà il più valoroso tra i figli dei nobili e i vostri figli maschi continueranno a prestare servizio nell’esercito, come hanno fatto tutti i discendenti dell’eroe da trecentoundici anni a questa parte. Tornerai a vivere nella casa di tuo padre con tuo marito il giorno del vostro matrimonio. Battezzati saranno i vostri figli e gli annali taceranno il tuo nome. E se mai dovesse giungermi voce di una tua mala condotta, sarai punita severamente. Mia figlia è qui presente, perché questo mio ordine sia rispettato fino alla tua morte e il vescovo a egual garanzia, in caso l’eternità colga noi prima di te.”

A quel punto il re fece un veloce gesto di mano per aria, di stizza. Il padre raccolse la spada da terra, la rinfoderò e batté i tacchi. Poi si girò a raggiungere la bambina e la ricondusse a casa. Quella sera – un venerdì – a cena mangiarono poco e non parlarono affatto. Il padre si spostò presto in poltrona a guardare le fiamme nel camino. Lei gli passò alle spalle in punta di piedi dopo aver aiutato la domestica a lavare le stoviglie, andò nell’atrio, aprì le ante dell’armadio e tirò fuori i cassetti per fare la scala e raggiungere l’ultimo in alto a sinistra: vi pescò il solito paio di pantaloni, un nuovo ricambio di biancheria e calzini, una maglietta gialla e un soffice golfino di lana di alpaca rosso rubino, e infine, sul fondo, tastò uno zainetto di morbidissimo camoscio. Si portò tutto in camera e aprì lo zainetto: dentro c’era un pacchetto che rivelò un magnifico vestitino di seta color verde acqua, il corpetto ricamato con piccolissime perline che ricomponevano lo stesso disegno, delle linee di madreperla, che correva lungo le ante e i frontalini dei cassetti dell’armadio dabbasso. La bambina lo stese sul letto, lo guardò e lo accarezzò a lungo prima di ripiegarlo con cura e riporlo nello zainetto. Vi mise anche il golfino e poi appese lo zainetto alla spalliera della sedia sulla quale aveva poggiato il cambio per l’indomani e gli scarponcini numero 32, l’ultimo paio tirato fuori dai cassetti bassi la settimana prima.

Quella notte sognò che dalla porta la chiamava la principessa. Lei si alzava e la trovava sulla soglia, la casacca di scherma indosso, maschera e fioretto in mano. Prese il suo giubbotto anche lei e seguì la principessa su per le scale, nella grande palestra dove l’altra andò a piazzarsi a metà sala, mettendosi in guardia. Lei la raggiunse, fece il saluto a capo scoperto, portandosi la lama prima sul viso poi di lato e abbassò la sua maschera. Ma non appena si piegò sulle ginocchia, si bloccò e si mise la mano sinistra sul petto: non c’erano i dischetti! Apparve il vescovo nero, dicendo che era lui il giudice di gara. Lei gli chiese tempo, si guardò attorno, perlustrò tutta la sala cercando i dischetti. Non c’erano. “Tempo scaduto!”, urlò allora il vescovo, e poi: “In ginocchio la perdente!” Alla bimba allora salirono le lacrime agli occhi e le offuscarono il sogno. Si trovò ad asciugarsele dal viso svegliandosi prima dell’alba. Non piangeva da quando piccolina cercarono di infilarle dei vestiti non fatti dalla mamma, non si era mai sentita triste fino a quel giorno e fino a quel sogno.

Si vestì e salì nella sala in soffitta, fuori iniziava a farsi giorno. Andò ad aprire la finestra in fondo e sedette sul parquet, in attesa del maestro che l’avrebbe infilata di lì a poco, saltando dai rami della vecchia quercia. Arrivò a viso scoperto: era il giardiniere e, per niente sorpreso di essere stato scoperto, si sedette con lei a guardare verso i boschi oltre la valle. Arrivò il cane e sedette anche lui a guardare con loro. Venne la vecchia cameriera, in mano il vassoio della colazione e, mentre versava il cacao fumante nelle tazze, a tratti intermittenti assumeva le sembianze della giovane maestra. Per ultimo li raggiunse il padre, prese una tazza anche lui e vi inzuppò i biscotti allo zenzero delle grandi occasioni. Non parlò nessuno, solo il cavallo ad un certo punto nitrì, da sotto la finestra, per reclamare la sua parte di biscotti. Svuotate le tazze e spazzolate via le ultime briciole, si alzarono tutti in piedi. La bambina passò da un abbraccio all’altro, salutando i suoi cari, soffermandosi a lungo nelle braccia del padre. Poi prese la borsa con i panini dalle mani della domestica e se la mise a tracolla, raccolse lo zaino da terra e se lo mise in spalla e, preceduta dal cane, misurò per l’ultima volta la lunghezza della sala, prima di imboccare la scala, uscire sulla veranda, salire sulla ringhiera e scivolare in groppo al cavallo, che l’aspettava. Quando oltrepassarono il cancello della villa, dalle colline oltre la valle spuntò il primo raggio di sole. Il cavallo la traghettò sul fiume e la portò dov’era sorto il giorno. Lì la bambina scese e rimase per un po’ con la guancia poggiata al muso del cavallo prima che questo s’incamminasse verso il ritorno. Quando sparì dalla sua vista, lei abbracciò con un unico sguardo tutta la sua infanzia, passata in quella casa cerchiata dal giardino, appesa alla muraglia del castello, che sovrastava la collina oltre il fiume. Soltanto anni dopo avrebbe compreso che vi era stata reclusa senza mai vedere un abitante del paese, senza mai incontrare un altro bambino, e che le persone a lei più care erano state i suoi custodi e carcerieri. …CONTINUA



Tra una decina di giorni il racconto riprenderà da dove è stato interrotto. Qualsiasi vostro commento è gradito … a presto.

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