Lunedì, 16 Gennaio 2012 13:19

“Luana” di Francesco Costanzo

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Continuiamo il racconto di Francesco Costanzo  “Luana” dove vediamo il seguito ironicamente delle disavventure di un Casanova romano …




III

Aspettai qualche giorno prima di chiamarla.
Non volevo pressarla troppo.
Ero già riuscito a fare un po’ breccia nel suo cuore, a creare un contatto.
Non volevo sprecare tutto con qualche passo troppo affrettato.
Ne avevo fatte di minchiate in passato. Ne avevo fatte molte, troppe.

Nella fase dell’aggancio ero imbattibile.
Forse per via dei miei modi da ragazzo per bene o per via della mia faccia da buono, fatto sta che potevo vantare una percentuale di abbordaggi riusciti piuttosto rimarchevole.
Le donne si fidavano di me, sembravo innocuo e quindi un’uscita me la concedevano sempre.
Il problema era che alla seconda uscita non ci arrivavo quasi mai, perché ero troppo pasticcione.
Tanto bravo ero a irretirle con la mia dolcezza e i miei modi gentili, e anche devo ammetterlo con la mia spavalderia e sfacciataggine, quanto imbecille ero poi a cancellare tutti i frutti del mio lavoro con i miei sciagurati harakiri post prima uscita.
E si perché dopo la prima uscita e i primi cauti e quasi inavvertiti contatti corporei, io mi gasavo all’inverosimile e cominciavo a tempestare la ragazza di turno con sms, inviti pressanti, mail, fiori, cd.
Insomma riuscivo a sfinirle quasi subito e mandavo a puttane tutto quello che avevo costruito.
Infatti trombavo solo con le turiste, perché loro si aspettavano che il corteggiamento si esaurisse tutto in un giorno o al massimo in un paio di giorni e io in quello ero un campione.
Ero il campione olimpico dei corteggiamenti rapidi, ma in quelli a lungo termine ero una pippa colossale.
Ma questa volta con Luana avevo deciso di cambiare registro.
Il pomeriggio stesso che tornai a casa dalla prima uscita con lei tappezzai tutte le porte di casa mia con grossi fogli bianchi con su scritto “ Stai calmo”. Me lo scrissi anche sulla lavagnetta della cucina.
Funzionò. Per ben due giorni riuscii a non chiamarla, limitandomi a inviarle due sms molto brevi ai quali lei rispose prontamente e esaurientemente.
Il terzo giorno la chiamai.

Mi aveva detto che la mattina studiava e anche il pomeriggio e che faceva una pausa tra le 13 e le 15.
Le 14 mi sembrò l’orario più adatto per chiamarla.
Ero agitatissimo. Non sapevo cosa le avrei detto di preciso.
Volevo invitarla di nuovo, magari questa volta per un’uscita un po’ più impegnativa, tipo un cinema.
Mi misi davanti allo specchio mentre cercavo il numero nella rubrica del cellulare.
Era una mia tecnica quando ero agitato.
Guardandomi allo specchio e cercando di coordinare la voce con le espressioni del viso ero convinto che le mie emozioni sarebbero arrivate più nitidamente all’altro capo del telefono.
Una volta qualche anno prima dovevo telefonare a una ragazza in un orario in cui ero a lavoro.
Quindi andai in bagno e mi misi davanti allo specchio.
Malauguratamente dimenticai di chiudere la porta e entrò un mio collega.
Per l’imbarazzo mi cascò il telefono nel lavandino.
Il collega da allora a stento mi rivolge la parola.
Comunque quella volta era un sabato, ero a casa da solo e potevo guardarmi allo specchio senza che nessuno mi rompesse i coglioni.
Rispose dopo tre squilli.
Era allegra, sembrava proprio contenta di sentirmi.
Parlammo qualche minuto. Stava andando bene lo studio. Il cane stava bene. Sua madre stava bene. E accettava di andare al cinema con me.
E le piaceva anche Woody Allen.
Mentre mi diceva di passarla a prendere alle cinque del giorno seguente sotto casa, il mio pugno chiuso, trionfante dava leggeri colpi allo specchio e il mio sorriso era quello di un pazzo ebbro di gioia.
Facevo delle smorfie da pazzo davanti allo specchio.
Peccato che non avessi calcolato che non avendo le tende nella finestra del balcone, e avendo tenuto la serranda completamente alzata, il ragazzo di 16 anni del palazzo di fronte si stava sbellicando dalle risate nell’osservare il mio viso deformato riflesso nello specchio.


IV

Pioveva in un modo inaccettabile. Ormai Roma era diventata come Parigi. Pioveva sempre. Uscii di casa sicuro, come al solito, che il temporale fosse ormai passato e senza preoccuparmi dell’ombrello.
La bufera si scatenò a metà del tragitto verso casa di Luana.
Mi serviva un ombrello, perché non intendevo per nessuna ragione rinunciare alla mia consuetudine di aspettare una donna fuori dalla macchina.
Avrei tanto avuto bisogno di un venditore di ombrelli, ma ai semafori non c’era neanche uno.
Non potevo fermare la macchina e rincorrerne uno. Primo perché non avevo tempo; se mi fossi fermato, non sarei arrivato in tempo all’appuntamento con Luana.
Secondo perché mi sembrava assurdo andare a rincorrere un venditore di ombrelli. Di solito sono loro che rincorrono me quando sono a piedi (quasi sempre), ma io rifiuto sempre la loro offerta.
Preferisco frascicarmi completamente, ma non compro mai ombrelli per strada. È una questione di principio: ne ho talmente tanti sparsi per casa e in ufficio e dispersi nei vari ristoranti dove mangio che non mi sembra giusto spendere altri soldi in ombrelli.
Cominciai a sbracciarmi verso il marciapiede nella vana speranza che uno dei venditori mi venisse incontro.
Due o tre di loro si girarono. Mi guardarono qualche secondo con aria divertita. Dovevo sembrargli un pazzo.
Ed effettivamente non c’era nessun motivo valido che potesse giustificare una abbandono del fiorente mercato di passanti colpiti dalla pioggia per andare incontro a una sola persona, cioè io, che se ne stava bello coperto sotto il tetto della sua macchina.
Uno penso che mi riconobbe anche. Ero uno di quelli che ricevevano sempre un rifiuto all’offerta dell’ombrello quando ero a piedi. Mi sembrò di intraveder e un sorriso beffardo sul suo volto.
O forse ero troppo incazzato io e mi immaginai tutto.
A un certo punto rinunciai.
Anche rallentare e  accostarmi al marciapiede mi stava pericolosamente facendo perdere tempo e non volevo arrivare in ritardo neanche di un minuto.
Infatti spaccai il secondo.
Telefonai a Luana dicendole che ero arrivato sotto casa sua.
Nel frattempo la pioggia era aumentata.
Mi potevo riparare sotto il tetto del distributore di benzina, ma trovai, per  miracolo, posto per la macchina. C’erano comunque almeno 200 metri da fare  a piedi, anzi, meglio, quasi a nuoto.
Infatti, quando scesi dalla macchina la strada, che era fatta praticamente come un imbuto, offriva alle mie gambe almeno 10 centimetri d’acqua.
Ci infilai le scarpe di ginnastica perforate in più punti - lo ritenevo un mio vezzo - con decisione.
Corsi più veloce che potevo, comunque lentissimo - una volta in una gara di 100 metri da bambino impiegai 17 secondi … quasi mi doppiarono -  e arrivai sotto il tetto del benzinaio.
Il traffico delle macchine questa volta era notevole. Era un venerdì.
Mi misi proprio accanto ad una delle pompe in una zona dove non davo fastidio al benzinaio, che comunque non mi dimostrò molta simpatia.
A parte le scarpe zuppe non ero messo poi tanto male.  La maggior parte dell’acqua era planata sulla mia testa rasata a zero. Con pochi movimenti delle mani asciugai la mia pista d’atterraggio.
Avrei dovuto sorbirmi almeno per dieci minuti gli scarichi delle auto che si fermavano per fare benzina, ma tutto sommato le cose si erano messe per il verso giusto.
Passarono dieci minuti, ma di Luana non c’era traccia.
Si affacciò nuovamente il panzone dell’altra volta.
Questa volta lo anticipai. Lo guardai fisso e gli ruttai sonoramente in faccia.
Rientrò in casa senza fare alcuna obiezione.
Ero abbastanza tranquillo. Non pensavo che questa volta Luana avrebbe portato il cane. Al cinema ancora non possono entrare i cani, anche se prima o poi si inventeranno anche questa.
Passarono altri dieci minuti. Adesso il ritardo cominciava a farsi preoccupante. Rischiavamo di perdere il cinema.
Stavo per chiamarla quando si presentò con la chioma sciolta e il tacco altissimo.
Ebbi una specie di mancamento.
I capelli questa volta non erano più ricci, ma liscissimi e morbidissimi. Si era fatta il colore, ma sembrava naturale.
Non era sola.
Una donna molta bella, un po’ più vecchia di lei la seguiva. Sembrava la copia spiccicata di Luana con qualche anno di più.
Pensai subito fosse la sorella maggiore … invece era la madre.
Era vestita anche lei di tutto punto. Quindi stava uscendo pure lei.
Mi dissi “Probabilmente la passano a prendere anche lei a quest’ora e sono scese insieme”.
Mi sbagliai. Veniva con noi al cinema.
“Sai non esce mai di casa ultimamente, le ho detto che a te non avrebbe dato fastidio se fosse venuta con noi al cinema” disse Luana con un sorriso che non ammetteva repliche.
“Certo, certo non c’è nessun problema signora” dissi. E in realtà poter uscire con due fiche così insieme non mi dava per niente fastidio.
E comunque meglio la madre di Luana che il cane.
“Chiamami Loredana, mi sembra che non sono poi così vecchia da meritare il lei no?”
“Assolutamente signora … cioè Loredana … sembrerà scontato ma più che la madre di Luana sembri la sorella”. Accennai un baciamano. Loredana parve lusingata. Emanava un profumo forte, molto femminile. Non so esattamente cosa fosse, so solo che mi sentivo un pascià con quelle due donne vicino.
Luana salì davanti e Loredana si accomodò dietro.
Indossava una gonna di pelle beige cortissima. Non portava calze.
Luana attaccò  a parlare dei suoi studi. Era piuttosto loquace quel giorno.
“Ormai ci siamo tra dieci giorni ho l’ultimo esame e mi sento preparatissima. Mi sa che ormai sono vicina alla laurea”. Gli occhi le si illuminarono a festa e i miei di conseguenza.
“Certo se mi potessi dare una mano. Magari potremmo vederci un giorno per ripetere l’esame. Insomma tu ti sei laureato con 110 e lode ... quindi chi meglio di te ...”
In realtà mi ero laureato dieci anni prima quindi non so che aiuto potessi darle in concreto, ma non mi tirai indietro.
“Certo ti aiuto con piacere a qualsiasi ora e in qualsiasi giorno tu voglia del giorno e della notte..”
Ogni tanto guardavo Loredana.
Si era letteralmente stravaccata sul sedile di dietro.
Le gambe erano in bellissima esposizione e le apriva sempre di più.
Ormai aspettavo solo il momento fatidico, quello in cui avrei visto se portava o meno gli slip.
Faceva finta di guardare fuori dal finestrino. Ma il suo striptease era troppo perfetto per non farmi pensare che lo stesse facendo apposta per me.
Davo un’occhiata allo specchietto e una alla strada.
Luana continuava a parlare del suo esame, a pormi quesiti, ma io ero ormai in trance, completamente assorto dalle cosce di sua madre.
Per fortuna il mistero si svelò giusto in tempo utile affinché io potessi frenare a secco inchiodando proprio a un centimetro dalla volvo che mi precedeva.
Le mutande c’erano. Erano rosa.
Mi destai. Luana mi guardò in modo severo. Tirò un sospiro di sollievo. Non so se capì quel che era successo.
Restai qualche secondo interdetto. Non sapevo cosa dire.
Loredana mi tolse dall’impaccio.
“E con tutta quest’acqua che è caduta, tutte ste macchine che girano, è sempre un casino guidare qui a Roma. I freni ti funzionano bene comunque e hai anche dei buoni riflessi”. Sentii la sua mano appoggiata sulla mia spalla destra.
Mi sciolsi. “ Va bè scusate comunque ... devo stare più attento”
Luana mi sorrise. E continuò a parlare dei patti tra Stati.


IV BIS

Al cinema mi misero in mezzo.
Luana si sedette alla mia sinistra, Loredana alla mia destra.
Avevo la giacca sopra le gambe.
Anche Loredana teneva il soprabito sopra le gambe.
Lo accostò alla mia giacca in modo da creare una specie di lenzuolo.
Non capii subito cosa volesse fare.
Dopo qualche secondo lo sentii. La sua mano sinistra si posò all’interno delle mie mutande e cominciò a massaggiare tutto il mio reparto intimo.
Con calma, lentezza e precisione si dedicò al suo massaggio.
Cercai di simulare concentrazione sul film.
La mia mano sinistra stringeva la mano sinistra di Luana che si stava sganasciando dalle risate per il film. Guardava fisso verso lo schermo.
Durò una decina di minuti poi non ce la feci più e venni in modo prorompente.
La mia giacca cominciò a sobbalzare su e giù per vari secondi.
Mi piegai un po’ per cercare di nascondere il movimento tellurico, più per istinto che per altro. Nessuno guardava.
Strinsi più forte la mano di Luana.
Non mi girai a guardare Loredana ma sono sicuro che avesse un bel sorriso stampato sul volto. Non tirò fuori subito la mano dalle mie mutande, indugiò ancora un pochino. Era molto piacevole.
Alla fine del film indossai la giacca praticamente da seduto. Temevo che si potesse vedere la macchia sul mio pantalone.
Ci alzammo. Luana era felice. Si stringeva al mio braccio mentre Loredana camminava dietro di noi.
Salimmo in macchina. Pioveva ancora.
Procedetti con cautela.
Arrivato a casa delle due donne Loredana salì subito a casa, salutandomi in modo affettuoso con due baci sulle guance.
“Che bravo che sei stato, la volta scorsa ti sei sciroppato il cane, questa volta mia madre…” disse con un sorriso un po’ malizioso Luana.
Che avesse capito che la mamma aveva svolto un’esercitazione manuale sul mio pene?
Tagliai la testa al toro.
“Va bene in fondo l’importante era stare con te quindi se tu avevi piacere di farti accompagnare da tua mamma, è stato un piacere anche per me”.
In realtà avrei voluto dire che la presenza del cane era stata insopportabile ma quella della madre era stata gradevolissima.
“Ok allora la prossima volta porto mia nonna..” rilanciò ancora.
“ Per me va bene basta che non si sbellica dalle risate come te. Non mi andrebbe molto di cercare la sua dentiera tra i sedili del cinema. Sai… col buio..”
“Che scemo che sei” e si attaccò alle mie labbra.
La strinsi a me. Esplorai con delicatezza le sue notevoli forme.
Lei mi mise una mano nelle mutande. Tale madre tale figlia.
Mi sorrise. Era fiera del fatto che al solo sfiorarci ero venuto o voleva farmelo credere perché si era accorta che l’artefice di quella situazione era stata la madre?
Non lo sapremo mai, perché non glielo chiesi mai.
Salì in casa.
Riavviai il motore. La guardai mentre apriva il portone e saliva verso casa.
Ero al settimo cielo. Era stata una giornata perfetta.


V

Non seppi resistere alla tentazione.
Era troppo bona. E troppo sensuale.
E soprattutto ormai era arrivata davanti alla porta di casa mia.
Quando suonò il campanello e ne vidi le prorompenti forme  attraverso lo spioncino ormai era troppo tardi per tirarmi indietro.
Nel momento stesso in cui la vidi non c’era più ormai nessun ostacolo che si poteva opporre al contatto fisico tra me e Loredana.
Forse se non avessi aperto il portone senza chiedere chi era avrei avuto qualche possibilità di non farla entrare nel mio letto.
Forse.
Perché, anche se mi giustificai dicendomi che avevo aperto il portone di getto perché pensavo fosse come ogni mattina a quell’ora il postino; in realtà io lo sapevo benissimo che Loredana mi sarebbe venuta a pescare a casa.
E mi feci pescare abboccando all’amo non appena il filo della canna da pesca toccò l’acqua.
Ne valse la pena
Era bellissima. Il suo corpo era letteralmente infuocato.
Fu senz’altro un’esperienza memorabile, una di quelle scopate che ti riconciliano con il mondo intero.
Nel tragitto dalla porta di casa al letto non dicemmo neanche una parola.
Ci scambiammo solo sorrisi.
Anche la copula fu priva di parole.
Qualcosa però a un certo punto ce la dovevamo pur dire.
Ma io, pensando a Luana, non è che avessi neanche una minima idea di ciò che dovevo dire.
Mi dedicai quindi con meticolosità a qualche coccola.
La abbracciai. La strinsi a me da dietro. Le baciai le mani, la pelle del viso che era morbida come quella di una ventenne.
Insomma aspettavo che fosse lei a pronunciare la fatidica domanda.
A un certo punto arrivò:
“E che fai adesso con mia figlia?” rimbombò nelle mie orecchie con una veemenza un po’ sproporzionata.
“Posso essere sincero senza che ti offendi Loredana?” dissi con cautela.
Si voltò di scatto e mi puntò gli occhi addosso senza rispondermi.
“Ecco tu sei una donna bellissima e mi piaci molto, ma io vorrei  fidanzarmi con tua figlia. Non ho saputo resisterti, ma non vorrei che la cosa si ripetesse, perché io ho intenzioni serie” dissi con il massimo della convinzione possibile.
Mi guardò come fossi un ebete poi assunse un’aria grave.
“Vedi caro Francesco, non è la prima volta che io vado a letto con un aspirante fidanzato di mia figlia.”
“In che senso scusa?”
“Nel senso che per verificare se sono persone serie e vogliono veramente dedicarsi totalmente a mia figlia, io li tento e provo ad andarci a letto”.
“E immagino che nessuno riesca a resisterti” provai a difendermi.
“Bè diciamo che pochi ci sono riusciti, un dieci per cento degli aspiranti..”
“Quindi io mi colloco nel 90 per cento” dovetti costatare con tristezza.
“E si”
“E che succede a quelli del 90 per cento?”
“Finora ho sempre detto a mia figlia quello che è accaduto e ovviamente, come dite voi ragazzi, il giorno dopo i miei amanti avevano già chiuso con Luana”
Il terrore vero mi assalì.
“ Quindi  sono fottuto?”
“Non lo so. Voglio pensarci. Ti mi sembri comunque diverso dagli altri. C’è qualcosa in te che mi ispira fiducia … nonostante”.
La guardai con riconoscenza e anche con un po’ di arrapamento residuo, che contenni onde evitare di sciupare le residue chance rimastemi.
Le presi le mani tra le mie.
“Grazie vedrai che d’ora in poi righerò dritto”.
“Vedremo” disse sfruttando la sua posizione dominante.
“Comunque ti terrò d’occhio, ti controllerò e se non mi convinci dirò tutto a mia figlia”.
“E quanto durerà questo periodo, diciamo..di osservazione?”
“Non lo so, devo essere convinta che il mio intuito non mi stia tradendo”.
“Ok, ok” dissi scodinzolando un po’.
“Ma posso chiederti una cosa?” aggiunsi.
Non rispose. La incalzai prima che perdesse la pazienza.
“Ma tu sei d’accordo con Luana? Cioè lei lo sa tu diciamo… fai queste prove di seduzione con i suoi aspiranti fidanzati?”
“Si, certo che lo sa ed è d’accordo. Anzi la prima volta che l’ho fatto, me l’ha chiesto proprio lei e da lì in poi abbiamo mantenuto la tradizione.”
Una bella tradizione da mignotte, avrei voluto dire.
Ma mi limitai ad osservare: “Interessante”.
Si fece una doccia. L’accompagnai alla porta.
“Ma cosa dirai quindi adesso a Luana?”
“Le dirò che tu mi hai fatto entrare, mi hai respinto, mi hai offerto un caffè e mi hai mandato a casa.  Semplice no?”
“Semplicissimo”
Mi salutò ricordandomi che mi avrebbe tenuto d’occhio.
Mi ero infilato in un bel casino.
Dovevo studiare un piano d’azione.
Rimandai al giorno dopo.
In fondo ormai la scopata megagalattica me l’ero fatta  e non era il caso di sciuparne il sapore con i rimorsi...

il racconto riprenderà da dove è stato interrotto.
Qualsiasi vostro commento è gradito … a presto.

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