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Lunedì, 09 Giugno 2014 21:45

Iginio De Luca. Quando l'arte denuncia i mali della società. L’intervista

Scritto da

ROMA - Incisivi, ironici, bizzarri, irriverenti, immediati, ma soprattutto veri per la realtà con la quale tentano di scuotere  le coscienze e di dare vita a uno scambio dialettico con la sfera pubblica.

Sono così i blitz di Iginio De Luca, incursioni estemporanee urbane che, tra ironia sarcastica e critica dissacrante, ci raccontano il nostro presente, la nostra storia “teatralizzandola” e sintetizzando un sentimento comune e condivisibile.  Ma così è più in generale la cifra stilistica che definisce il lavoro di De Luca, in cui solo apparentemente domina il gioco del nonsense, e dove invece etica ed estetica si intrecciano fino a trovare soluzioni espressive dal forte impatto visivo e comunicativo. 

Iginio De Luca è nato a Formia, vive e lavora a Roma, dove si è diplomato nel 1989 all’Accademia di Belle Arti, insegna Decorazione e Installazioni Multimediali all’Accademia Albertina di Torino.

Pochi giorni prima delle elezioni europee nella notte tra il 21 e il 22 maggio ha affisso in varie zone di Roma 10 manifesti elettorali  dove provocatoriamente candidava e invitata a votare artisti italiani da Paolo Uccello a Alighiero Boetti, passando per Piero Manzoni  a Lucio Fontana.

L'intervista

Nelle tue incursioni urbane utilizzi un linguaggio incisivo e sintetico. Qual'è l’intento dei tuoi blitz? Pensi che l’arte possa ancora provocare una reazione e influenzare le coscienze?

Istintivamente ti direi no, l’arte non provoca nessuna reazione e tantomeno influisce sulle coscienze; e invece ti dico SI! Voglio credere che l’arte ci condizioni a tal punto da migliorare la nostra vita privata, politica e sociale. Voglio credere che sia, come in fondo è sempre stata, una password speciale di accesso al mondo, arma etica, lama intellettuale sottile e profondissima che influenza il nostro pensiero e il quotidiano. Fontana, Manzoni, Pascali, Boetti o addirittura Paolo Uccello, hanno condizionato unicamente la loro ristretta cerchia di eletti o più ampiamente hanno impresso una svolta rivoluzionaria al modo di intuire la vita, di viverla e di progettarla?

L’intento dei miei blitz è di inceppare un meccanismo e riavviare un pensiero, minare luoghi comuni rendendo visibili cose nascoste. Non so quanto di quello che faccio esaudisca queste premesse e quanto questi lavori incidano direttamente sul terreno della realtà, ma mi piace crederlo, appunto. E’ principalmente una questione di fede.  

Si parla sempre più spesso di crisi culturale. Oggi lo sviluppo artistico si muove in un contesto sociale che si consuma spesso in tempi troppo rapidi anche per la comprensione umana. Tuttavia l’arte può ancora essere uno strumento di comprensione, capace di mantenere il suo messaggio nel tempo o siamo costretti a viverla solo nel momento in cui si rivela per poi dimenticarne il senso?

La crisi e l’abbrutimento culturale si vedono manifesti sulle nostre facce, è una crisi profonda che ci abbassa lo sguardo, ci allontana dalla centralità degli eventi e dall’essenza delle cose, ci toglie il desiderio, la visionarietà.

La dimensione temporale è una questione relativa e altalenante: con che velocità un lavoro ci colpisce? Al primo sguardo, nell’attimo in cui ce lo troviamo di fronte? O dal momento in cui torniamo a casa e ci accompagna per il resto della vita? Permanente o temporaneo che sia, il messaggio artistico agisce comunque e persiste in noi, l’artista si adegua a tutto e si riappropria di tutto. Ricordiamoci del futurismo e di come l’arte abbia saputo far suoi i ritmi allora convulsi di una società in divenire e in continua trasformazione, e oggi? Oggi non mi spaventa il cambio di passo, il ritmo ancor più frenetico. La parzialità, la condivisione, l’ubiquità virtuale, sono caratteristiche di approccio contemporaneo al mondo, diverse rispetto al passato ma non necessariamente negative a priori. E’ l’artista poi che dà soggetto a questi concetti, ne giustifica il senso altrimenti effimero. 

Attraverso i tuoi blitz riesci perfettamente a coniugare arte e denuncia politica e sociale. Un percorso difficile, ma nel tuo caso evidente. Possiamo parlare di arte che calca l’onda del dissenso nel più ampio significato del termine ?

Sì, a patto che diamo un senso al dissenso. Non basta protestare, sfogare la propria energia in forme di sana ribellione; in ogni mio lavoro c’è la de-costruzione di un dato reale e una ri-costruzione a più livelli dello stesso elemento. In ogni blitz il messaggio di facciata e di forte impatto, tradisce sempre metafore più nascoste e stratificate, aprendosi a diversi gradi di lettura e a più interpretazioni.

Esiste un nesso tra il tuo lavoro legato alla memoria e all’identità personale e il lavoro ispirato al sociale, oppure sono due percorsi indipendenti tra loro?

Da un po’ di tempo il mio lavoro deambula disinvoltamente dall’ironia alla maniacalità ossessiva, dalla provocazione alla dimensione intima e familiare; per anni ho gestito questi aspetti in modo distinto, affrontando separatamente le diverse parti di me e chiedendomi per primo perché utilizzassi registri così diversi. Credo che il “nesso” si trovi semplicemente nel mio modo di vivere e di sentire.  E’ così fin dall’infanzia, il mio carattere ha sempre oscillato tra la gioia e la malinconia, tra lo sberleffo e la ribellione, tra la cocciutaggine e la dolcezza, come una sorta di multiproprietà espressiva nel mio stesso io.

In tutti i lavori, dai video “impegnati” alle performance goliardiche, c’è però un aspetto che emerge, un denominatore comune tra i diversi linguaggi. E’ la sorpresa, lo svelamento improvviso di un qualcosa che non ti aspetti e che interviene a rompere un codice, a spezzare una certezza. L’intenzione non è mai cambiata da quando vivo: giocare un tranello alla realtà e sorprenderla alle spalle, come in un blitz!

Il sabotaggio e la decostruzione del messaggio pubblicitario e l’utilizzo del suo stesso mezzo, in alcuni dei tuoi blitz, non rischia di essere recepita come una contraddizione?

E’ la terapia omeopatica che attacca il suo avversario dall’interno, per somiglianza e radice comune. Si dice: se non puoi battere il tuo nemico alleati con lui. Allora, parafrasando Bonito Oliva, adotto “l’ideologia del traditore” e con tattica camaleontica mi vesto come lui, parlo come lui, divento lui per poi sferrare l’attacco finale in modo ancora più efficace.

Nessuna contraddizione quindi ma strategia bellica.

Sei un artista a tutto tondo. Ma come ti definiresti?

La parola “definizione”, sorella di “definitivo”, mi spaventa. Preferisco essere più sfocato e meno definito. 

Video Blitz Farsa Italia

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