Martedì, 12 Aprile 2011 15:37

Fotografia: vent’anni di neorealismo in mostra

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ROMA - Un’Italia fatta di stracci e nebbie, di dita sporca e sante processioni, un Paese fatto di mura diroccate e bambini che guardano altrove. In scena fino al 25 aprile al museo di Roma in Trastevere, la mostra “La Fotografia e il Neorealismo in Italia 1945-1965” una buona panoramica per comprendere quella formidabile stagione culturale chiamata neorealismo.

Celebre per la produzione cinematografica che ne decretò il successo, il movimento ebbe anche in fotografia i suoi importanti interpreti. L’obiettivo? Quello di tornare a documentare un Paese inquinato da vent’anni di retorica fascista e di “eroiche imprese” per raccontarne la quotidianità. Ricominciare dalle strade, dalle periferie, dalle provincie, da quella civiltà contadina e pre-industriale che era ancora il cuore pulsante della nazione. Concentrarsi su ferite recenti, come l’occupazione nazista, e su ferite mai rimarginate, come la condizione dei contadini negli enormi latifondi del Mezzogiorno.

Da qui la necessità di un nuovo linguaggio. Non più la ricerca dell’ “effetto” o dell’ “inquadratura”, ma quella di una fotografia che fosse narrazione, mezzo di espressione capace di raccontare un mondo. Tematica cara a tutto il movimento neorealista quella della “narrazione del reale”, in fotografia fu sviluppata soprattutto da Luigi Crocenzi. Attivo nella Milano del primo dopoguerra, gli scatti di Crocenzi sono uno dei primi esempi del dopoguerra di articolare moderni racconti fotografici, attraverso la fusione di testo ed immagini, con una fotografia connotata da un forte intento documentario . Un impegno che portò il  fotografo marchigiano a partecipare al  “Politecnico”  rivista fondata da Elio Vittorini nel 1945, sperimentando attivamente un nuovo linguaggio giornalistico e narrativo ed a esplorare gli angoli di un paese distrutto, che si avviava verso un lento, ma (allora) promettente processo di ricostruzione e modernizzazione.

La Milano dei quartieri popolari e dei mercati, la Sicilia povera e quasi astorica del reportage tratta dal romanzo di Elio Vittorini “Conversazioni in Sicilia”, le borgate popolari romani pre- pasoliniane, sospese tra tram, case in costruzione e campagne, fino alla Puglia contadina dei primi anni ’60, a ridosso del boom economico: un universo dominato da povertà e sguardi. Una serie di istantanee dove “la posa fotografica” lascia spazio a una realtà spesso scarna, ma autentica. Una poetica appartenente a un’Italia minore e dimenticata composta da piccoli borghi, periferie, sudore e campagne; inventario visivo della cultura popolare del tempo, la stessa cantata vent’anni dopo (in maniera divina e straziante) da Pier Paolo Pasolini,

Un impegno portato avanti da numerosi fotografi negli anni ’50, come quelli del gruppo appartenente al Centro per la Cultura nella Fotografia (CCF) di Fermo, fondato dallo stesso Crocenzi o al Gruppo Friulano per una Nuova Fotografia di Spilimbergo (tra i quali ricordiamo maestri del calibro di Italo Zannier, Carlo Bevilacqua e Nino Migliori). Ed è negli scatti dei fotografi friulani che si riscontra il maggior ribaltamento della rappresentazione della vita contadina del tempo, con quel “realismo lirico” volto a celebrare i segni della fatica e del lavoro manuale e della povertà, ma anche la poesia e la religiosità di un mondo destinato a scomparire.

Chude la rassegna, una serie di ritratti fotografici a grandi del cinema e della fotografia di quegli anni: da Visconti a Paul Strand. La mostra si arresta a metà anni ’60, quando le opere di Mario Giacomelli stravolgeranno l’estetica neorealista, apportando una fotografia basata su una nuova poetica tonale. Ma la lezione di quegli anni, resterà nel patrimonio culturale e visivo a lungo.

Colpiscono i molti ritratti di bambini. Difficile riconoscere nei loro sguardi, gli stessi dei nostro padri o dei nostri nonni. Alle spalle muri diroccati, cartelloni elettorali stralciati, campagne aride; i segni di una storia e di un presente difficile. Ma il loro sguardo è oltre. Sembra attraversare la fotocamera per proiettarsi in uno spazio indistinto, da dove proviene la luce che li mette a fuoco. Uno spazio e un tempo che è sempre più difficile interpretare: il nostro.

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