Lunedì, 24 Gennaio 2011 14:40

Cinema. Kim Rossi Stuart l'inconsapevole angelo del male

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Kim Rossi Stuart ha una grandfe sfiga: l’essere nato dopo il 1968 in Italia.

Egli, figlio d’arte, ha fin da giovane dimostrato d’essere un talento naturale dotato di una apolinnea bellezza e una capacità espressiva che pochi attori italiani attuali possiedono. E’ il miglior erede dell’immortale Marcello Mastroianni ed ogni sua interpretazione resta memorabile e il suo personaggio entra nei cuori degli spettatori con una naturalezza disarmante.
Però l’habitat del cinema italiano che si é andato formando con l”avvento della televisione commerciale berlusconiana riduce i talenti a cammei ed icone che, nel sistema monopolitisco dei media italiani dello spettacolo, non diventano mai vere star (un ruolo che comporta nel sistema hollywoodiano uno disumano carico di responsabilità sociale e mediatica causa di frequenti crolli psichici ai protagonisti di tale ambiente, ben mascherati da un formidabile apparato di propaganda capitanato dalle agenzie di talent scout), ma unicamente oggetti da esibire nei prodotti cinematografici al fine di alzare il livello degli incassi.


E’ la logica delle più danarose produzioni attuali alla quale naturalmente anche un uomo anticonformista come Michele Placido si adegua senza alcun problema. Pertanto Vallanzasca - Gli angeli del male, l’ultimo parto artistico del regista autore attore ascolano, ex pulotto, allievo di Ronconi ed forse l’unico regista italiano insieme a Tornatore ed Amelio capace di raccontare epopee con stile western seguendo la inimitabile lezione dell’ultimo Sergio Leone.


Quale é stato il risultato dell’accoppiata Placido-Stuart? Un film esteticamente ineccepibile che riscrive completamente la storia del grande e sanguinario criminale milanese degli 70-80 per esaltare le straordinarie doti di Stuart. Una vera e propria mitologica narrazione, frutto della scrittura di Placido Stuart insieme al fratello Gerardo, corroborata da straordinari professsionisti della scrittura cinematografica contemporanea quali Andrea Purgatori, Angelo Pasquini, Antonella d'Agostino, Andrea Leanza, Antonio Leotti, Toni Trupia. Il tutto era stato confezionato utilizzando l’autobiografia del “bel Renato” guidata da Carlo Bonini, una delle migliori penne del giornalismo noir italiano.


Negli Usa un film simile sarebbe il front-runner per gli Oscar 2011, in Italia invece é oggetto di un moralismo becero che rischia di penalizzarlo senza una vera motivazione. Eppure il problema c’é ed é enorme e persino Placido se ne accorto: il film, al contrario di Romanzo Criminale (opera ben più grezza e malamente confezionata) crea una vera e propria epopea del protagonista molto ispirita dagli eroi omerici: un misto tra Achille, Patroclo, Ettore ed Ulisse con accenti edipici e suggestioni del mitico Teseo. Ma Placido e Stuart ci aggiungono il grande elemento del “Paradiso perduto” di Milton: l’angelo che cade nell’oscurità, divenendo il grande antagonista del suo creatore. Questo artificio stravolge la prioritaria caratteristica di Vallanzasca, ossia l’essere stato uno dei più feroci, immorali, spavaldi, sanguinari, viziosi e spietati criminali dell’Italia post 68 e precraxiana, che ha non poco contribuito a delegittimare la voglia di cambiamento della società con i suoi comportamenti mediatici e pubblici anticonformisti. Il Vallanzasca interpretato da Stuart diventa un angelo del male. E ciò é un mistificante falso ideologico.


E’ chiaro che Placido non può che guardare con indignazione ribelle la tragica decadenza morale dell’Italia berlusconiana, ma compie un altrettanto tragico errore nel voler comparare la figura di un criminale <senza se e senza ma> degli anni de La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana (unico regista in Italia capace di coniugare verità storica e finzione con un linguaggio innovativo ed originale) con la pletore di immorali e corrotti che stanno governando l’italia post-tangentopoli. Entrando nel merito dei contenuti della narrazione cinematografica, due sono i momenti emblematici: il conflitto a fuco al casello autostrale e l’udienza in tribunale. In entrambi Stuart trasforma Vallanzasca da assassino a nobile guerriero in lotta contro indecifrabili soprusi del Potere. Nel primo dopo aver ucciso poliziotti e il suo amico ferito schiacciandolo con l’auto per fuggire, scoppia in un pianto ininterrotto di fronte ai suoi sgherani come un bambino che constata per la prima volta la crudeltà della morte a fronte della tragica fine del proprio amato cagnolino o passerotto (l’amico schiacciato non certo i poliziotti trucidati). Nel secondo  nella gremita aula di tribunale si erge a giudice dei giudici, accusandosi di crimini diversi da quelli contestati dal giudice istruttore, in una invettiva protoberlusconiana.


Sconcerto e tristezza si annidano nello spettatore che ha vissuto quegli anni e quegli episodi come me, perché al contrario dei capolavori di Brian de Palma Scarface e Carlito’s way o dell’immortale Edward G. Robinson ne Il piccolo Cesare di Mervyn LeRoy, ove il criminale (frutto della fantasia e non vivente uomo in carne ed ossa) resta comunque criminale e mai si scivola nella metonimia metaforica dell’angelo caduto, Stuart nei panni di Vallanzasca diventa il buono divenuto cattivo suo malgrado. Eppure bastava un’inquadratura reale dei parenti dei poliziotti assassinati al funerale o una frase sardonica di un giornalista all’udienza in tribunale nei confronti dell’invettiva di Stuart-Vallanzasca per ridare il senso della verità dei fatti. Ma Placido é allievo di Ronconi e dell’nimitabile maestro di teatro contemporaneo ha appreso a pieno l’arte del capovolgimento dei ruoli proprio della commedia dell’arte goldoniana. Solo che un personaggio teatrale o cinematografico é altra cosa da uno squallido assassino metropolitano e il sublime meccanismo provoca un inevitabile eterogenesi dei fini. E persino il tentativo cinematografico di utilizzare immagini reali per vanificare l’effetto eroe é totalmente irrilevante di fronte allo sguardo apollineo di Stuart. Mi sarebbe piaciuto vedere l’immenso Toni Servillo con il suo volto indecifrabile nei panni di Vallanzasca, capace di destrutturare ogni linguaggio omerico-miltoniano con un semplice acceno di ghigno. Lui si poteva permettere di realizzare la sceneggiatura di Vallanzasca gli angeli del male. Ma Servillo é il più antiholliwwodiano dei nostri attori, figlio puro del grande teatro melodrammatico napoletano, quindi incompatibile con una produzione cinematografica targata 20th Century Fox Italia. Stuart come Mastroianni non può interpretare ruoli completamente negativi, quale é Renato Vallanzasca, e quindi sarebbe opportuno rititolare il film Kim Rossi Stuart l’angelo del male: si renderebbe giustizia alla storia, alle vittime dell’efferato criminale e alla straordinaria bravura di un attore che per circa 100 minuti ha retto da solo una squallida storia di efferata criminalità e perversione verso il lusso degli anni in cui l’Italia cercava invano di divenire un paese più giusto e democratico.

 

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