Sabato, 10 Dicembre 2016 13:12

Teatro Arcobaleno. L’ “Orestea” diretta da Giuseppe Argirò

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Teatro Arcobaleno.  L’ “Orestea” diretta da Giuseppe Argirò Foto Tommaso Le pera

ROMA - Giuseppe Argirò è un amico. È il regista dell’ “Orestea” di Eschilo – in scena fino a domenica al teatro Arcobaleno di Roma – e, sì, è un amico.

Credo sia buona norma non recensire gli spettacoli degli amici, anche perché se ne perdono parecchi. Non è neppure giusto, però, quando la critica non può che essere positiva, rinunciare a parlare di uno spettacolo di valore, in nome del falsissimo mito dell’obiettività, danneggiando così un bravo regista, nonché amico appunto, i suoi attori e collaboratori, e i propri 25 lettori. 


Immaginate una foto di famiglia d’altri tempi, una certa eleganza essenziale, una posa che non nasconde, ma anzi sottolinea, nella sua immobilità, i rancori taciuti da tempo, le colpe dei padri, la gestazione silenziosa della vendetta. Sono gli Atridi, come recita il primo cartello brechtiano dello spettacolo: un nome di famiglia, un titolo forse ancor più adatto di “Orestea” all’interpretazione pervasiva, pregnante che Giuseppe Argirò ha dato della grande trilogia eschilea. 

“Gli Atridi”, dunque, lo specchio di una metafora eterna, che si può leggere, antropologicamente, nel suo tempo, o trapiantare in ogni epoca, o forse di più, come ha fatto con grazia indicibile Argirò, tirare fuori dal tempo, renderlo parabola universale. Tutto resta, specialmente nell’ “Agamennone”, di quell’impianto ideologico eschileo, come anche della semplice trama che vede il sovrano di Argo tornare in patria con Cassandra, dopo le fatiche della guerra di Troia. Ad accoglierlo Clitennestra, che lo ucciderà con l’aiuto di Egisto. Oreste tornerà per vendicare il padre e, sostenuto dalla sorella Elettra, si scaglierà contro la madre e il suo amante (Coefore). Sarà inseguito, quindi dalle Erinni, e solo Atena, con la fondazione dell’Areopago (qui invece della democrazia) e la trasformazione delle Erinni in Eumenidi, potrà salvarlo.

Argirò supera il problema della “rappresentazione filologica”, sa bene che ogni sforzo in quel senso sarebbe – come spesso è, persino con i significativi fondi del Teatro di Siracusa – un penoso “vorrei ma non posso”. Con uno scatto abile, elimina quindi il coro, e opera una scelta intelligentissima: tutta la saggezza dei cittadini di Argo la affida alla fisicità profonda, toccante di Renato Campese. Quel suo corpo di anziano attore, così elegantemente offerto al tempo, diviene forza proverbiale, incisività gnomica, poesia. A volte Campese sembra cercare una parola, forse la cerca davvero, come fa una mente che tanto sa, tanto ha visto. A volte invece quelle massime, quel “Solo chi soffre sa”, sembrano emergere da un luogo lontano dell’anima, in cui si nasconde la natura divina dell’uomo. In Campese vivono quel “di nulla troppo”, quel timore dell’invidia degli dei, quell’umanità, in fondo, che è per lo spettatore un’esperienza di verità. In altri personaggi, come per esempio in Clitennestra (Cinzia Maccagnano) e Agamennone (Maurizio Palladino), alla verità si preferisce la riflessione, così l’indicazione di regia va nel senso di una recitazione più astratta, ma quasi sempre efficace. Accanto a Renato Campese c’è una Silvia Falabella (Corifea, inesistente nell’ “Agamennone”, e poi Elettra) così composta, così definita nella sua recitazione, da diventare in maniera del tutto credibile un’altra età della vita , un’altra istanza del coro.


Alberto Caramel è capace di giocare con i registri, di creare le giuste pause, nelle sue interpretazioni della scolta e del messaggero, inserendosi perfettamente dentro un meccanismo scenico al quale contribuisce con il suo patrimonio di sensibilità.
In Cassandra, Silvia Siravo ha trovato un personaggio adatto alla sua complessità di attrice: presenza e assenza, dolcezza e arguzia, tragedia e amore che Silvia nutre con le sfumature dei suoi grandi occhi espressivi, con una gestualità rarefatta e carnale. La sua entrata in scena, tra gli spettatori, come una visione di leggerezza febbrile è uno dei momenti più lirici del dramma. Maria Cristina Fioretti conclude lo spettacolo con un monologo di Atena, e ha un che di Giulietta Masina in “Ginger e Fred”: saggezza,  brio, sì, ma anche disillusione. 

Il disegno luci acquista e restituisce significato specialmente nella seconda parte, quando la tragedia, condensata nella sua essenzialità, ridiventa mito, eterno, distante, quasi teatro di ombre di un’epica sempre presente. E allora i toni si fanno freddi, wilsoniani, tutto trascende.

Accurata la scelta delle musiche, alcune perfette, ma certamente troppe. A volte non si capisce se Giuseppe Argirò non abbia fiducia in se stesso o nella recitazione dei suoi attori e pensi di dover supportare lo spettacolo con il tappeto sonoro. Non è solo l’insistenza, negli anni, con Yann Tiersen, a sovrappopolare i suoi spettacoli. In realtà, il fatto è che ci sono momenti in cui la musica va contro le parole, contro l’assorbimento dello spettatore e soprattutto contro l’attore. Come quando Clitennestra recita il celebre “È stato il dio del fuoco, bruciando sull’Ida” e le sonorità pasoliniane dei versi entrano in conflitto con le sonorità della musica. Nel silenzio, quelle parole, e anche molte altre, sarebbero emerse con più forza, avrebbero squarciato ogni resistenza dell’attenzione.

Forte, giusta, invece, la scelta registica di far rientrare Clitennestra con i vestiti del marito, dopo l’assassinio. Un segno limpido. Non meno denso il passaggio tra “Agamennone” e “Coefore”, con Maurizio Palladino che si rialza da terra e da cadavere di Agamennone si trasforma in Oreste. Passaggio delicato, forse ardito, che solo chi conosca perfettamente il gioco della convenzione teatrale può portare a effetto con la linearità che si è vista qui. Come una riscrittura di Jean Anouilh, questa regia va dritta al cuore della classicità con strumenti contemporanei, e dritta al cuore della contemporaneità con parole antiche. 

Fino al 11 dicembre 2016

venerdì e sabato ore 21:00 - domenica ore 17:30

Teatro Arcobaleno - Roma

ORESTEA di  Eschilo

Drammaturgia e Regia Giuseppe Argirò

con Renato Campese, Cinzia Maccagnano, Silvia Siravo, Maurizio Palladino, Alberto Caramel,

Silvia Falabella, Veruska Menna

con la partecipazione di Maria Cristina Fioretti

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