Giovedì, 30 Marzo 2017 11:39

Teatro Quirino. “Erano tutti miei figli”, il grande teatro che è vita

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ROMA - Verso la fine dell’Edipo re di Sofocle, Giocasta grida al protagonista: “No, per gli dei! Se tieni alla tua vita, abbandona questa ricerca! Basta il mio dolore”. È quel momento in cui la madre comprende fino in fondo quanto è accaduto nel palazzo di Tebe e vuole salvare il figlio, che è anche il marito, dalla verità. 

Questi sentimenti di consapevolezza e negazione attraversano Erano tutti miei figli di Arthur Miller, qui tradotto alla perfezione da Masolino D’Amico. E nell’allestimento diretto da Giuseppe Dipasquale il dramma rivela tutta la sua forza tragica, nel senso più alto, grazie a un’indimenticabile Anna Teresa Rossini, nel ruolo di Kate, a un Mariano Rigillo iperuranio, qui Joe Keller, a un convincentissimo Ruben Rigillo, che incarna Chris Keller, figlio di Kate e Joe. Durante la Seconda guerra mondiale Joe Keller fabbrica pezzi di aerei per l’esercito americano. Viene prodotta una partita di testate difettose, ma Keller e il suo socio Steve decidono di consegnarla comunque, occultando le incrinature. Questo causa la morte di 21 piloti. E Larry, figlio di Joe, potrebbe essere uno di loro. Nel processo Joe riesce a far ricadere tutta la colpa sul socio Steve. Il corpo di Larry non viene ritrovato. Sono passati tre anni e Ann (Silvia Siravo), figlia di Steve, e un tempo promessa sposa di Larry, giunge in visita dalla famiglia Keller, per annunciare il suo matrimonio con Chris Keller, fratello del disperso. Questo evento attiva il meccanismo del dramma. 

Non c’è bisogno di sottolineare la bellezza del testo, con le sue trame dialettiche che oppongono verità e menzogna, ricerca e negazione, purezza e corruzione. Esso ci porta, ieri come oggi, dentro il senso della responsabilità individuale, della nostra possibilità di scegliere tra il bene e il male, ma anche nelle paure, nel dolore, nella complessità dei legami di sangue, nel concepibile e nell’inconcepibile della vita.

Quello che si può dire è che Anna Teresa Rossini dà prova di essere un’attrice gigantesca. Nella sua grazia accoglie tutte quelle istanze che fanno senza dubbio di Kate il personaggio più complesso del dramma. La Rossini fa sparire l’attrice, del tutto, ed è metamorfosi viva che porta sulla scena Kate e, in essa, il suo archetipo Giocasta. Non recita, bensì diventa la madre che sa il rischio della verità e non può accettare l’innaturalezza degli eventi. Ma è la tragedia quel luogo, dove l’impossibile accade, perché la tragedia spiega all’essere umano che l’impossibile è possibile: uomo e sorte insieme lo rendono tale. 

Non si può dimenticare lo sguardo della Rossini, lo sguardo rarefatto di Kate, che cerca il figlio morto nel vento, quel suo camminare sottile sul palcoscenico, come per non alzare la polvere del passato, dove è scritta la sua condanna esistenziale. Non si può dimenticare quel senso uterino feroce, con cui si aggrappa alla vita di un figlio che non c’è più, affinché non crolli tutto. E neppure si può dimenticare come, solo entrando sulla scena – mentre George, fratello di Ann, è lì furibondo che vuole portarsi a casa la sorella e la vendetta – liberi un’energia che sposta i sentimenti del teatro intero, con la sua maternità irrinunciabile e totale, cui anche George cede. Chi lo dimentica, non lo ha visto. 

Perché la Rossini ha detto tutto quello che il più bel personaggio del dramma aveva da dire. Quell’invito finale alla vita, rivolto a Chris, quel corpo di madre illuminato nel buio, che chiede, portando un indice alle labbra, la dimenticanza del passato, e poi sprofonda in un grido muto, in “un urlo nero” di dolore è Niobe, è la Pietà, è l’immagine di ognuno di noi, quando perde ciò che ha di più caro.

Che attore sia Mariano Rigillo l’ho già scritto a proposito della sua recente interpretazione del Lear. Solo poche immagini per ribadirlo. All’inizio dello spettacolo Joe Keller è seduto di schiena al pubblico e ci resta per un po’. Noi vediamo solo le sue mani, che sfogliano il giornale, eppure con quel gesto, con la sua voce, con un leggero movimento delle spalle, riesce a catalizzare la nostra attenzione: è l’uomo che legge la cronaca del mondo e pensa di poterla controllare. Quando si alza, il palcoscenico viene invaso dalla sua forza, Rigillo-Joe ne è il padrone, come è il padrone della fabbrica, come crede di essere il padrone della verità. Ha movimenti solenni, pur nella sua umanità di patriarca. Spesso un passo o le braccia precedono di poco le parole, come lanciando un tappeto regale, su cui il timbro di autenticità di questo straordinario attore le fa sfilare fino al cuore dello spettatore, che gli crede e basta. Nel corso del dramma Rigillo permette a Joe Keller di essere un vecchio sempre giovane, senza scrupoli, senza rimorsi, sicuro di non avere responsabilità nella morte del figlio, certo di aver agito per il meglio, pur facendo il male. Ma quando il palazzo della menzogna inizia cedere e nuove verità elevano il dramma a tragedia, Rigillo restringe il suo spazio scenico, sveste il personaggio delle sue certezze, si contrae fino a diventare un grumo di dolore sulle assi: un ciuffo di capelli in disordine, la camicia fuori dai pantaloni, lo sguardo stralunato di chi, senza poter tornare indietro, si rende conto. Mentre pronuncia quell’ “Erano tutti miei figli” conosce davvero la sua colpa. 

Una regia nel segno dell’eleganza e dell’asciuttezza, quella di Dipasquale, consapevole del patrimonio attorale che porta sul scena. La costruzione dimostra grande equilibrio. Gli interpreti sono tutti all’altezza dei loro ruoli, alcuni più, altri meno naturalistici. Ruben Rigillo si distingue per una particolare credibilità, nello scambio dialettico con gli altri personaggi. Il suo Chris rigoroso è il messaggio stesso di Miller all’uomo contemporaneo, l’invito a essere individui migliori, a ricordarci che dal nostro comportamento, dalle nostre scelte, dipenderanno le sorti della polis

Fino al 2 aprile al Teatro Quirino di Roma

Teatro della città - Catania
MARIANO RIGILLO   ANNA TERESA ROSSINI
ERANO TUTTI MIEI FIGLI
di Arthur Miller

regia GIUSEPPE DIPASQUALE

traduzione Masolino D’Amico

con (in ordine alfabetico)
Filippo Brazzaventre   Barbara Gallo   Enzo Gambino   
Liliana Lo Furno   Giorgio Musumeci
Ruben Rigillo   Silvia Siravo

scene Antonio Fiorentino
costumi Silvia Polidori

      

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