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Libro. "In morte di don Masino". Dove si ferma l’inchiesta arriva il romanzo

Libro. "In morte di don Masino". Dove si ferma l’inchiesta arriva il romanzo

ROMA - n cronista che non riesce a trovare risposte e che vede mutare il proprio desiderio di raggiungerle in una corsa disperata verso una verità che nessuno vuole conoscere. Quale che sia il prezzo da pagare.

Francesco Felice, il protagonista di “In morte di don Masino” il romanzo appena pubblicato dallo scrittore, giornalista e regista Pietro Orsatti (Imprimatur, 2016, pagg. 216, € 17), non è un’icona dell’antimafia, neanche una grande firma del gotha del circo mediatico, è solo un cronista di strada testardo e smaliziato, uno abituato a consumare scarpe e blocchi per appunti, che si trova ad affrontare una storia più grande di lui che con il tempo ha trasformato in un’ossessione. E una domanda: dove sono finiti i soldi di Stefano Bontate, il boss di Cosa Nostra fatto uccidere dai corleonesi di Riina nel 1981?

La morte di Bontate, il principe di Villagrazia, rappresenta l’episodio che ha aperto la mattanza, la guerra di mafia che ha provocato migliaia di morti e aperto la strada alla dittatura di zu Totò. E poi i soldi. Un’infinità. Perché all’epoca della sua morte Bontate era all’apice dell’organizzazione che controllava il traffico mondiale dell’eroina negli anni della sua massima espansione. Soldi, calcolabili oggi in numerosi miliardi euro, sui cui nessuno è riuscito a mettere le mani, neanche Riina, o a capire dove siano finiti. “Un tesoro più grande di quello di Simbad il marinaio”. Che ha portato a una guerra feroce che per essere capita impone uno sforzo di memoria e che Orsatti indaga attraverso documenti (anche inediti) e fatti reali, pagine di cronaca, relazioni parlamentari e atti giudiziari. Che partono dalla sbarco in Sicilia degli alleati nel ‘43 fino ad oggi. Una descrizione del potere che forse solo attraverso l’uso letterario che offre la struttura di un romanzo.

Un libro scomodo, fretto, a volte spietato come quando l’autore descrive la morte di Bontate. “Di Stefano Bontade ormai non c’era nulla. Un corpo riverso nell’abitacolo di una Giulietta 2000 special ultimo modello, talmente nuova che fino a quel momento ne erano state immatricolate solo millecinquecento. Senza volto, brandelli di carne e sangue. Attorno polizia e carabinieri, i fotografi della scientifica e quelli della stampa, i cronisti di nera che non erano ancora arrivati a casa dopo la chiusura dei giornali in tipografia e si erano precipitati lì a quell’incrocio. Poi il medico legale, che esaminando il corpo trovò prima la pistola francese “di classe”, che si scoprì in seguito avere i numeri di matricola rigorosamente cancellati, e poi il portafoglio del principe con i documenti e quattro milioni e mezzo di lire in contanti. Si trattava bene, il principe. Come sempre”, scrive l’autore. Con una precisione di gesti, ambienti e sfumature che sembrano essere tratti da una sceneggiatura.

“La memoria è una parte essenziale della coscienza umana, dell’anima. La perdita dell’arte della memoria rappresenta una gravissima minaccia per la personalità umana”, scriveva il giornalista e scrittore Ryszard Kapuscinski. Da questa consapevolezza sembra partire Orsatti, che si affida al romanzo, al colpo di scena letterario, per condurre il protagonista e il lettore a un abbozzo di verità. A una risposta che probabilmente è quella più improbabile o più inquietante: Tomaso Buscetta. E’ lui don Masino, il grande pentito di mafia che consentì a Giovanni Falcone di avviare il maxi processo di Palermo, che l’autore “resuscita” e che attraverso il suo racconto svela scenari che hanno condizionato e manipolato la storia del nostro Paese. Un Buscetta che nella descrizione che ne fa Orsatti non è mai soltanto un mafioso che si è pentito, come quando gli fa dire: “A volte è necessario accettare le conseguenze. Tutte le conseguenze. Di come si vive, delle scelte che si sono fatte, di quello che si è fatto a se stessi e agli altri. Io non sono mai stato un capo. Autorevole sì, consigliere ascoltato pure. Temuto, inevitabilmente. Ma ero principalmente un soldato. Certo, un soldato con molte divise, ma sempre soldato. Avrei preferito non finire nelle mani di un reparto di polizia brasiliana composta da pazzi sanguinari, ma anche quello alla fine è servito. Ha reso più credibile tutta la storia della mia collaborazione. Quello che è accaduto immediatamente dopo la mia cattura fa parte dei rischi del mestiere. E i rischi si accettano, fanno parte del gioco”.

Un libro noir, claustrofobico, pieno di colpi di scena. A cavallo fra la fantapolitica, il giallo e il resoconto storico. Il racconto degli uomini di un’epopea criminale che hanno segnato l’Italia fino ad oggi. Una folla di volti, fatti, misteri irrisolti. Non solo Buscetta. Non solo Riina. Non solo mafia. Avvocati, politici, illustri rappresentanti della borghesia delle professioni, intellettuali, servitori dello Stato, apparati italiani e internazionali, imprenditori, finanzieri: i protagonisti di una Storia mai raccontata che si trasforma, per forze di cose, in un romanzo. Con sullo sfondo quell’urlo di Pierpaolo Pasolini (“io so, ma non ho le prove”) a dare senso e carattere al racconto.

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