Domenica, 12 Ottobre 2014 16:39

Intervista a Pupi Avati a “cuore aperto”

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ROMA - Guardo l’orologio. L’appuntamento è per le sedici. Affretto il passo. Il cielo è carico di pioggia ma io, osservandolo, vedo grondare parole: quelle che mi aspettano al secondo piano di un’elegante palazzina del Centro Storico. Suono. Pupi Avati mi aspetta sulla porta.

Entrando una valanga di libri m’inonda, sono ovunque. Mi fa accomodare in un salotto bianco ornato di opere d’arte. In quel momento, sento una leggera musica: è jazz. Si accomoda di fronte a me in poltrona, forse la sua preferita. Riesco a immaginare cosa prova un artista la cui opera non é compresa, come accaduto alla sua Il ragazzo d’oro; tuttavia non come possa sentirsi Avati che ha alle spalle quarantacinque film, decine di premi e riconoscimenti. Sulle sue labbra, l’urgenza di parlare. Io sono stato sedotto  dal suo ultimo lavoro perché tratta temi inusuali e affascinanti: il rapporto padre-figlio, il riscatto morale e artistico del più giovane, il recupero dell’ affetto che sembrava non esserci più, il binomio arte-follia.

D. Riguardo a “Il ragazzo d’oro”, alcuni giornalisti sembra abbiano visto un film diverso da quello che ho visto io…

P. A. Questo mi ha fatto intuire che alcuni accusano un disagio, una paura che entra in un territorio molto problematico. Non tutti siamo padri, però tutti siamo stati figli. Quando il rapporto figlio-padre entra nell’ambito sacrale della creatività, quando entrambi hanno l’urgenza di dire chi sono attraverso quello che fanno (in questo caso l’essere artisti, parola “indecente”), allora lì emerge la conflittualità, il vedere nel proprio padre i propri limiti.  Questo è il territorio sul quale ci misuriamo. Ecco che si produce una sofferenza in questo tipo di spettatore. Ostilità nei riguardi del film c’è stata anche da parte di alcuni critici che mi sono molto amici. 

D. Le tematiche trattate sono molto profonde…

P.A. Profonde, complesse e sincere. In libreria trovi Peluche di Emilio Fede vicino a La ballata del vecchio marinaio di Coleridge, nel cinema è così, nello scaffale, il mio film è accanto ad altri ben diversi, ma il mio film, per quanto possa essere il brutto del mondo, non può essere paragonato ad altri che si consumano nelle due ore di proiezione.

D. Che riflessione pone questa esperienza?

P.A. Questo mi porta a una riflessione sul livello del cinema italiano, cinema che somiglia terribilmente alla critica cinematografica italiana. Del resto non potrebbe essere altrimenti, non potremmo avere una compagine di critici, di esegeti, di saggisti straordinari e un cinema modesto. Non è mai stato così. Quando io ho cominciato i miei colleghi erano Blasetti, Rossellini, Fellini, Antonioni e come critici c’era, per dirne uno, Pietro Bianchi. C’erano delle contiguità, delle assonanze. A parte che numericamente erano inferiori. Al Festival di Venezia, quest’anno, c’erano 2.813 giornalisti (anche togliendo i giornalisti stranieri si tratta comunque di un numero spropositato) su settanta film che si fanno oggi in Italia, all’epoca c’erano 355 film e ci saranno stati trenta, quaranta critici.  

D.  A volte la critica plaude al capolavoro…

P.A. Nel film io sono un po’ irridente, sfottente nei riguardi di quelli che considerano capolavori film che non valgono nulla. Faccio storpiare anche il nome del regista americano Quentin Tarantino che nel mio film diventa “Tarandino”, regista che ha sdoganato tutti i film più brutti commettendo un gesto da irresponsabile, sia chiaro io lo considero un genio. Ero in giuria al Festival di Cannes con Clint Eastwood e Catherine Deneuve quando arrivò Pulp Fiction. Tarantino non si discute, ma so anche che è una persona particolare, a cui piace giustamente giocare con gli eccessi, se lo può permettere, lo sa fare e si diverte. Così dice che alcuni film pessimi italiani sono migliori di quelli di Laurence Olivier. E va benissimo perché è un gioco, mentre c’è chi di mestiere dice che il brutto è bello. 

D. E la critica sui blog?

P. A. Oggi ci sono un’infinità di blog, che sono delle armi improprie in mano alle suggestioni di questi guru della domenica che sparano a zero su chiunque: “Ho distrutto Woody Allen, ho stroncato questo, ho massacrato quell’altro”. Ci vuole molto coraggio per uscire dalla rassicurante omologazione culturale.

D. La critica che tipo di conseguenze produce su un film?.

P.A. Sia d’immagine che economiche perché Il ragazzo d’oro è un film anche costoso. Dietro un film c’è ovviamente il lavoro di una casa di produzione, di investimenti. 

D. Che rapporto c’è oggi tra cinema e famiglia?

P.A.  Negli ultimi tempi ho realizzato film per la televisione che riguardavano la famiglia, accompagnati da interviste e dichiarazioni nelle quali io ribadisco il concetto che una responsabilità del degrado generale è nella famiglia. Non c’è stato alcun tipo di supporto da parte dei media. Non si vuole assolutamente che io dica che c’è una parte sana del Paese che conduce e interpreta i propri ruoli, sia genitoriali che filiali, in modo corretto e responsabile, producendo degli italiani migliori degli altri, mentre ci sono famiglie, dove il disfacimento è all’ordine del giorno, dalle quali nascono ragazzi allo sbando.

D. Che importanza hanno per te i valori?

P. A. La lezione che ho impartito ai miei figli è una lezione dolorosa che li ha penalizzati:  li ho convinti che giocare alla regola paghi. Avrai tutti i debiti del mondo, avranno scritto male di te, sarai stato emarginato, ma sei a posto con la tua coscienza, non ti sei venduto a nessuno. Anche se questo gioco è difficile in un mondo che ti indurrebbe a prendere sempre scorciatoie, a cercare l’amico dell’amico, ad andare appresso all’aria che tira. Essere sempre alternativo ha un prezzo, ma anche un suo fulgore: è un’avventura medievale,  una ricerca del Santo Graal, qualcosa di spirituale che dà senso alla vita. 

D. Ne Il ragazzo d’oro il protagonista soffre un disagio mentale…

P.A. Certe persone sono molto creative, non si sono rassegnate alla ragione e sono portatrici di un’innocenza bellissima della quale abbiamo un grandissimo bisogno. Quando ho raccontato del disagio mentale del protagonista de Il ragazzo d’oro, sapevo bene di cosa parlavo, non ero uno sprovveduto. Non a caso uno psicanalista, Umberto Silva, ha visto il mio film e l’ha analizzato in un modo meraviglioso, vi ha visto il percorso di un uomo che regala la propria salute mentale a un’altra persona. Questo per dire quale sia il mio rapporto con persone che vivono un disagio mentale.

D. Perché le tue opere suggeriscono di perseguire i propri sogni?

P.A. E’il mio compito. Questa è una società che fa di tutto perché la gente non sogni. La gente risolve i suoi sogni nell’andare la mattina alle sei in fila a comprare l’ultimo iPhone, non hanno un’indipendenza dal sogno collettivo. Il mio sogno non me lo producono a Silicon Valley, me lo devo produrre io. Io cerco sempre di dirlo nelle mie opere, incentrandole sul talento individuale. 

D.Il talento ha conseguenze per chi ci accompagna nella realizzazione del sogno?

P.A. Le persone che mi sono accanto hanno pagato un prezzo altissimo. Sono così prevalente nei riguardi dei miei familiari, per cui la mia vicenda professionale si è andata a collocare in una posizione tale per cui nulla si prescinde. 

D. “Il ragazzo d’oro” è stato premiato con la migliore sceneggiatura al World Film Festival di Montreal. 

P.A. In questo film, mio figlio ha sviluppato da solo il personaggio principale, ha avuto coraggio. Abbiamo sostenuto questi due ruoli (lui il figlio e io il padre) sostenendoci. Tommaso non aveva mai dichiarato questa cosa, farlo durante la conferenza stampa è stato un outing. Inconsciamente avevo percepito che avevamo proiettato i nostri ruoli, di figlio e di padre, nella sceneggiatura, ma non ce l’eravamo mai detti. 

D. Nell’autobiografia, il mosaico di storie ci fa seguire un percorso, il tuo, che sembra dire che i sogni si avverano, basta perseverare… 

P.A. L’ho scritta per questo. Quando sono venuti quelli della Rizzoli a chiedermi di raccontare la mia vita, ho chiesto il perché. Mi hanno risposto che ai ragazzi avrebbe fatto piacere sapere come uno è riuscito a fare una determinata cosa essendo così lontano dalla stessa. Mi hanno convinto subito. Io raccontai di come sono diventato cineasta molti anni fa in televisione in un film intitolato Cinema!!!. Fu un racconto molto goliardico, la puntualità nei riguardi della verità delle cose è sempre relativa. Io realizzai il mio primo film perché incontrai un nano che mi presentò un albino. Eravamo nell’Altrove più assoluto. Ancora oggi io continuo ad accreditare certi matti. Heidegger diceva “Solo un Dio ci può salvare”, io dico “solo un matto mi può salvare”. 

D. Ho trovato un’assonanza tra un episodio narrato nell’autobiografia e quanto accade adesso con Il ragazzo d’oro.  

P. A. Nella mia vicenda umana, che coincide con quella professionale, ho la certezza di non appartenere in nessun modo a quello che sono stato. L’essere umano evolve o involve. Gli anni, l’esperienza, la voglia di allargare l’orizzonte, la responsabilità nei confronti dei soldi che spendi, è un percorso di correttezza e onestà intellettuale. È evidente che c’è un momento in cui tu sei coincidente con il mondo, è un istante, un bagliore. Dopo è un cercare di arrabattarsi, un faticoso tentativo di tornare a ciò che sei stato o che sarai. Fellini avvertiva questo rammarico. Fermare Fellini e dirgli com’era bello un suo film di 30 anni prima, era parlare di un altro regista con il quale lui era in competizione. Chiunque di noi è in competizione con ciò che ha fatto. Nel capitolo finale della mia autobiografia dico ciò che continuo ad essere, ossia un ragazzino di quattordici anni, se non lo fossi non continuerei a fare queste cose. 

D. Nell’ autobiografia c’è una descrizione di Roma bellissima.

P.A. Era la fine degli anni Sessanta, ero stremato e in fuga, scappato da Bologna nella quale non potevo più vivere. Non avevo riparo e risorse economiche, mi imbattei nella bellezza di Roma e dei classici. Andare ai Fori Romani e confrontarmi con la grande dimensione della storia e compararla con la piccolezza dei miei problemi era terapeutico. Avevo alle spalle un fallimento musicale, avevo abbandonato un lavoro d’oro, aveva fatto due film che nessuno voleva vedere, nessuno voleva leggere i miei copioni, avevo una moglie e due figli e la luce staccata. Però poi confidi e Succede. C’è chi ha fatto lo stesso percorso e un giorno prima ha mollato. Si è alzato dal tavolo della vita un minuto prima. Quello non vincerà mai una partita. Bisogna confidare nel giocare alla Regola, io lo faccio e quindi devo vincere. In ogni essere umano c’è l’esigenza dell’impossibile A un certo punto della propria vita c’è un momento in cui la ragione non sa dare risposta. In quel momento bisogna confidare nell’impossibile. Quello che ho fatto io. 

 

Sam Stoner

Scrittore

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