Martedì, 07 Ottobre 2014 13:01

Jazz. “Mare Nostrum”, la poetica di Paolo Fresu

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Nel 2007 esce lo straordinario album del trombettista con Richard Galliano e Jan Lundgren

“Ho un pessimo rapporto con il mare 

perché non so nuotare. Non sono un “acquatico”, 

ma sono nato in un’isola e allora ho un rapporto più carnale, più poetico con il mare. Direi che mi piace immergermi con la mente e non con il corpo. 

Perciò spesso il mare torna nelle cose che scrivo”

(Paolo Fresu)

Un gigante del jazz

E’ considerato come uno dei massimi rappresentanti del jazz italiano degli ultimi trent’anni.  Profondo innovatore della tromba e allo stesso tempo raffinato compositore in vari situazioni e linguaggi della musica afroamericana, Paolo Fresu è con Enrico Rava il ‘nostro’ jazzista più rappresentativo nel mondo. Nativo di Barchidda (Olbia), un piccolo paese della Gallura Sarda, manifesta sin da piccolo l’interesse per la musica. Inizia lo studio dello strumento all’età di 11 anni presso la banda musicale del suo paese natale. Nonostante le difficoltà economiche della sua famiglia, il giovane Paolo riesce a iscriversi al Conservatorio di Sassari dove scopre il jazz. Frequenta i seminari di Bruno Tommaso e ascolta con profonda passione i suoi ‘fari’, ovvero Miles Davis e Chet Baker, i maestri indiscussi della tromba moderna.

Da Chet Baker apprende il lirismo e la poesia del suo fraseggio, da Davis la straordinaria tecnica e la padronanza espressiva dello strumento a fiato per eccellenza. Nel 1982, ancora studente al Conservatorio di Cagliari inizia la sua carriera professionale. Nel 1984 è eletto miglior nuovo talento del jazz italiano. L’anno seguente segna il debutto come solista con l’album “Ostinato”. Nel corso della sua prestigiosa carriera ha suonato con i migliori musicisti jazz di tutto il mondo: Franco D’Andrea, Uri Cane, Enrico Rava, Enrico Pierannunzi, Kenny Wheeler, Ralph Towner, Dave Holland, John Abercrombie, Gerry Mulligan, Jim Hall, Carla Bley, Steve Swallow, Toots Thielemans e tantissimi altri. A soli 29 anni, nel 1990, è eletto miglior jazzista italiano a coronamento di una carriera straordinaria tesa all’esplorazione dell’improvvisazione jazzistica.

Nel 2007 incide “Mare Nostrum”, con il fisarmonicista francese Richard Galliano e il pianista svedese Jan Lundgren, considerato uno dei migliori album jazz italiani di sempre.

“Mare Nostrum”, il capolavoro di Fresu

Nella concezione musicale e culturale di Paolo Fresu l’espressione dell’Impero Romano, Mare Nostrum evoca sempre il ricordo di un antico crocevia di popoli, culture e tradizioni. Quel posto attraversato da milioni di persone, tra navigatori, santi e poeti, dove però ognuno si sentiva a casa. Per portare a termine questo ambizioso progetto il trombettista sardo chiama due grandi musicisti: il fisarmonicista e bandoneonista francese Richard Galliano, considerato l’erede di Astor Piazzolla e il raffinato pianista svedese Jan Lundren. Tra i tre musicisti si crea un intenso feeling creativo ed espressivo. I quindici brani che compongono l’album sono incisi in una sola settimana del gennaio del 2007, segno di una grande vena creativa dei tre artisti. Alle composizioni originali di Fresu, Galliano e Lundgren ci sono anche alcuni classici come “Eu Nao Existo Sem Voce” di Jobim e De Morales, “Que reste-t-il de nos amours di Charles Trenet e “Ma mere l’Ode” del grande compositore classico Maurice Ravel. L’intreccio di vari linguaggi come il jazz, il tango argentino, la musica brasiliana e la tradizione popolare francese fanno di  “Mare Nostrum”, un capolavoro di grande coinvolgimento emotivo e di altissima qualità artistica. Ecco come Paolo Fresu racconta il suo essere sardo: “Vengo da una cultura contadina, ho imparato prima il sardo poi l’italiano. La Sardegna è oggi uno dei pochi luoghi con una grande cultura identitaria, che conserva lingua e tradizioni sue. Essere sardi è diverso da essere torinesi, ma il mio non è campanilismo, anzi, io sono un assertore della condivisione. La cultura va messa a disposizione: è questo il senso della cosmopoliticità. Essere sardi, per me, è un modo di essere planetari. Siamo circondati dal mondo”.

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