Debutto al Teatro Tordinona con il sostegno della Compagnia Licia Lanera

Published in Cinema & Teatro

ROMA – Al Teatro Olimpico, fino al 26 gennaio, torna in scena Gagmen, grande successo teatrale di Lillo&Greg. Molti sketch sono ben noti al pubblico in sala, perché lo spettacolo è una miscela del repertorio televisivo ma soprattutto radiofonico, attinto dal programma cult 610, in onda su Radio Due sin dal 2003.

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ROMA - E’ la notte di Capodanno a Napoli. Donna Violante (una bravissima Marisa Laurito) ex serva in un bordello, e ora proprietaria di un appartamento che affitta a ore, discute e litiga con uno degli affittuari, il travestito Mariacallàs che è arrivato insieme agli amici Fred e Byron.

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Mercoledì, 15 Gennaio 2020 19:01

"Leonardo. Le Opere". La recensione del film

Un documentario prodotto e distribuito dalla Nexo Digital che apre la nuova stagione della “Grande Arte al Cinema”. Solo il 13, 14 e 15 gennaio nelle sale cinematografiche d’Italia.

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Il nuovo romanzo di Paolo Di Paolo porta un titolo che è evocazione e destino: tre parole stanno lì a fissarti, in copertina, a chiederti conto di distanze e assenze, a invocare risposte che non sei sicuro di poter trovare. “Lontano dagli occhi” (Feltrinelli) intreccia e conduce per mano – dentro la Roma spietata e mamma dei primi anni '80 – tre storie di donne e uomini – diversi per età, condizione, vita – tutte sconvolte dall'evento che sta per trasformarli in genitori.

Published in Il libro

All’Eliseo Off Stefania Barca incarna la sconosciuta innamorata della lettera-monologo di Stefan Zweig

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Roma - Al Teatro Quirino è da poco calato il sipario sul “Mastro Don Gesualdo”: un vero e proprio capolavoro per la regia di Guglielmo Ferro con l’imitabile Enrico Guarneri. 

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“Utopia” ovvero “formulazione di un assetto politico, sociale, religioso che non trova riscontro nella realtà ma che viene proposto come ideale e come modello”, è il tema della sostanziale monografia che “InfinitiMondi”, bimestrale di pensieri di libertà, diretto da Massimiliano Amato e Gianfranco Nappi, presenta nel numero 11 di settembre-ottobre 2019.

Published in Il libro

«Tina è una moderna Amélie che vive in un mondo fantastico, pur essendo sempre conscia della sua realtà». A dirlo è l’impareggiabile Lunetta Savino impegnata sul palco del Piccolo Eliseo a Roma con “Non farmi perdere tempo: tragedia comica per donna destinata alle lacrime”. 

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Di Giulia Rocchetti

ROMA - Al Teatro Quirino, fino all’8 dicembre, Enrico Guarneri interpreta Mastro don Gesualdo, per la regia di Guglielmo Ferro. La rielaborazione drammaturgica di Micaela Miano rispetta pienamente l'intento dell'opera letteraria di Verga. Il suo valore storico e concettuale è ben reso attraverso la modalità del racconto, grazie alla bravura di Guarneri nel passare dalle vicende recitate in scene corali a quelle narrate - in forma di soliloquio - da Don Gesualdo.Questo permette allo spettacolo di scorrere a un ritmo più veloce, adeguato al teatro. L'adattamento è efficace e intelligente, senza mai penalizzare la trama, senza esserne una "riduzione". La scenografia accompagna e sottolinea questa doppia dimensione di narrazione e recitazione. Neri pannelli, che sembrano enormi pietre tombali, scorrono e si chiudono, lasciando da solo sul proscenio Mastro don Gesualdo che narra rivolto al pubblico. Nelle scene corali il fondale è visibile, e cambia aspetto secondo l’ora, le stagioni e l’ambientazione. 

 Gesualdo Motta, che grazie al lavoro è diventato un uomo ricco, resta pur sempre di umili origini. Pensa, sposando Bianca Trao, di conquistarsi un posto nella nobile famiglia decaduta, ma per tutta la vita rimarrà isolato. Motta è soprannominato dai suoi compaesani "mastro-don", fra "Mastro", riservato ai manovali, e "Don" dovuto ai signori. Il nomignolo evidenzia che nessuno riconosce in pieno la scalata sociale di Gesualdo Motta. I parenti nobili, acquisiti con le nozze, lo disprezzano perché è un parvenu, mentre quelli di basso ceto lo invidiano. Gesualdo si considera vittima della società, delle gelide occhiate di una moglie malata e debolissima, del disinteresse della figlia. Nella sua enorme casa si definisce padrone assoluto, ma è schiavo di una cosa: la roba. Come il Mazzaro' della novella di Verga, che prima di morire grida: "roba mia, vientene con me", Gesualdo è ossessionato dalle ricchezze che ha accumulato con il duro lavoro. La roba che possiede è la sola cosa per cui lo si sente proferire parole quasi d'amore; si emoziona quando parla dei suoi campi e del verde delle sue tenute, che tanto gli hanno dato e altrettanto gli hanno tolto. Vorrebbe portare tutto con sé alla sua morte, anziché lasciarlo a qualcuno che dilapiderà ciò che lui con fatica ha conquistato. La fissazione porta Gesualdo a misurare ogni cosa con lo stesso metro: i terreni, il grano, i denari. Persino la fedele serva Diodata diventa "roba raffinata, sangue di barone". Per dimostrare il suo potere assoluto sulla famiglia, ennesima proprietà da gestire, compie scelte azzardate, come trovare marito per la figlia. Isabella ama il giovane Corrado, definito da Gesualdo come pezzente, non degno di sposare sua figlia e, soprattutto, di ereditare i suoi beni. Giudica invece adeguato il duca di Leyra che, pur provvisto di titolo nobiliare, si rivela uno scialacquatore.

I concetti fondanti l'opera verghiana sono perfettamente trasposti dall'adattamento e dalla regia di Guglielmo Ferro. La caducità della vita e degli affanni materiali sono visibili quando Mastro don Gesualdo si svela per quello che è: il perfetto esponente del Ciclo dei vinti di Verga. E in questo mettere a nudo il personaggio, l'interpretazione di Guarneri è magistrale. La musica è in grado di rilevare i momenti di maggiore drammaticità, quelli in cui Gesualdo si sente più solo. Persino mentre sua moglie è in punto di morte (e sullo sfondo appare la Madonna della Seggiola di Raffaello a sottolineare il legame tra madre e figlia) il primo pensiero di Gesualdo è quello degli affari. La supplica inascoltata della moglie Bianca, il cui unico desiderio è rivedere la figlia prima di morire, mostra l'aridità di sentimenti. L'unica traccia di affetto è nell'abbraccio che l’uomo chiede a sua figlia, quasi come favore di una Trao a Gesualdo Motta. Contro quei nobili, che vorrebbero si vergognasse delle sue mani callose, non reagisce; anzi ne segue i passi e ne acquisisce la spocchia. Alla fine muore com’è vissuto.

Teatro Quirino di Roma

ENRICO GUARNERI 

MASTRO DON GESUALDO

di Giovanni Verga

con

FRANCESCA FERRO   ROSARIO MINARDI   ILEANA RIGANO    ROSARIO MARCO AMATO   PIETRO BARBARO   GIOVANNI FONTANAROSA   VINCENZO VOLO 

ELISA FRANCO   ALESSANDRA FALCI   FEDERICA BRECI

scene Salvo Manciagli

costumi Carmen Ragonese

Regia GUGLIELMO FERRO

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