Sabato, 11 Gennaio 2014 14:55

Una domenica mattina

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In una fredda domenica invernale mi ero concessa il lusso di un lungo sonno ristoratore. Quando aprii gli occhi erano pressappoco le undici. Fui felicissima di potermi stiracchiare nel letto per qualche altro minuto senza nessuna fretta, anzi rallentai all’estremo ogni singolo movimento proprio per il gusto di sfidare le lancette dell’orologio che negli altri giorni della settimana erano lame sottili contro il mio sistema nervoso. 

Tirai fuori un piede dal piumone e lo infilai nella ciabatta che mi sembrò gelida all’istante, poi calzai anche l’altra e mi avviai in cucina. La casa era vuota, erano usciti tutti; oggi , finalmente, potevo fare colazione in solitudine. Senza una meta ben precisa iniziai ad aggirarmi per le stanze con il telecomando nella mano sinistra e due biscotti nella destra, rintronata e rilassata al tempo stesso. Ma tutta questa calma fu spezzata dallo squillo improvviso del mio cellulare. 

La voce che sentii dall’altro capo  del telefono era una delle più dolci e rassicuranti che conoscevo, e ormai potevo dire di conoscerla da più di dieci anni. Era Anna, la mia compagna di banco del liceo, la confidente di tutti gli anni delle superiori, una delle persone più sensibili che avessi mai conosciuto. Durante gli anni universitari ci eravamo perse un po’ di vista, avevamo cambiato città, io per gli studi e lei per lavoro. I nostri incontri avvenivano a scadenze sempre più lunghe ma non mancavano messaggi e chiamate che subito ci riportavano indietro nel tempo tra ricordi e risate.

Adesso era qualche mese che non la sentivo, e con la voce un po’ tremante mi disse che c’erano delle novità. Pensai subito ad un nuovo impiego, quel lavoro da segretaria non l’aveva mai soddisfatta, me lo ripeteva sempre. Con un po’ di imbarazzo e di timore le sue parole impastarono uno strano discorso interrotto da attimi di silenzio, io facevo fatica a seguirne il filo, la sentivo imbarazzata, parlava a voce bassa e dopo qualche minuto concluse dicendomi: “ Aspetto un bambino”.

In quell’attimo sentii salirmi fuoco alle guance e di scatto strinsi la mano frantumando un po’ i biscotti che caddero leggeri sul pavimento. Pensai di non aver sentito bene, di aver confuso le parole, che fosse uno scherzo … tutto ma non quello. Riuscii solo a sbiascicare una frase spezzata, volevo farmi sentire felice e non dare l’impressione di una che era appena caduta dalle nuvole, eppure quelle tre semplici parole mi paralizzarono i pensieri per un istante, avevo sempre pensato che un bambino cambiasse radicalmente la vita; anzi ne ero sicura.

Inizia a dire che era una cosa bellissima, che i bambini portano sempre tanta gioia, gli dissi che Fabio sarebbe stato un papà fantastico, attento, premuroso … e così, mentre le parlavo con molta dolcezza, i miei pensieri tornavano al passato, tra i banchi di scuola, tra le espressioni di matematica copiate in fretta la mattina prima che iniziasse la lezione e le versioni di latino che stravolgevamo con tanta facilità che i poveri Virgilio e Orazio si sarebbero rivolati nella tomba.

Ripensai ai pomeriggi di studio intervallati da merende e chiacchiere, alle prime confidenze d’amore, alle foto delle gite, ai sogni nel cassetto, alla tanto ambita patente, al terrore per l’esame di maturità. Ripensai a tutto questo e per un attimo mi apparve così lontano come mai mi era sembrato fin ora e questo pensiero mi mise addosso una leggera malinconia. Ricordavo il suo corpo esile, quasi fanciullesco e ora mi sembrava impossibile immaginare le sue forme arrotondarsi, e la sua pancia sottile modellarsi con la dolcezza della gravidanza. 

Per un motivo che non riesco a spiegarmi bene io avevo sempre considerato me e le mie amiche degli esseri non soggetti allo scorrere del tempo, o meglio, non destinati a diventare adulti. Qualcuno avrebbe potuto giudicare questa cosa come una vera malattia, la paura di crescere, di assumersi delle responsabilità. Sì, forse, e allora? Io giudicavo loro e me stessa come delle eterne ragazzine, noi avevo ancora un mucchio di cose da fare, viaggi insieme, pomeriggi sfrenati di shopping, … sognavo un lungo viaggio a New York, salire e scendere da quei taxi gialli e perdere lo sguardo lungo le vetrine della Fifth Avenue. Ma forse la vita non è un film di Sex and the City e adesso Anna avrebbe barattato le vetrine di Manolo Blahnik per quelle di Chicco o di Prenatal. Ne ero sempre più convinta, un figlio ti cambia la vita e anche lo shopping. 

Dalla voce mi sembrava felice e ora lo ero anche io per lei. Le promisi che sarei andata a trovarla prestissimo …

Chiusi la conversazione e guardai fuori dalla finestra, un pallido sole aveva fatto capolino ; in quel momento ricordai che anche Miranda Hobbes aveva un bambino e sorrisi immaginando il pancione di Anna.

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