Martedì, 04 Luglio 2017 10:56

Cinquecento: quando l'Italia cominciò a volare

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Sessant'anni dalla nascita di quel mito italiano chiamato Cinquecento che, sei decenni dopo, continua a circolare sulle nostre strade, pur avendo assunto forme più moderne e adeguate alla realtà contemporanea.  Sessant'anni dal gioiello disegnato da Dante Giacosa, già autore, su esplicita richiesta di Mussolini, della Topolino, ossia l'antesignana della macchinetta che ha carrozzato e messo, di fatto, le ali all'Italia.  

Era il luglio del '57, da pochi mesi era comparsa sul piccolo schermo la magia di Carosello e l'orizzonte del benessere era ormai costituito dalla mitica triade vettura-televisore-frigorifero, in un elogio ingenuo e bonario del consumismo, prima che finisse con l'avvelenare le nostre vite e col privarci di ogni stilla di autenticità.

La guerra era terminata ormai da oltre un decennio, le sofferenze e lo strazio che aveva provocato e lasciato dietro di sé sembravano essere definitivamente alle spalle e il boom economico bussava alle porte in tutta la sua meraviglia, con le prime vacanze estive, i primi consumi oltre l'essenziale e, per l'appunto, quest'utilitaria realizzata su misura dell'italiano medio, mentre da Milano a Napoli veniva costruito un altro gioiello simbolo della dilagante voglia di vivere di quel periodo: l'Autostrada del Sole, un nastro d'asfalto lungo 755 chilometri cui riuscimmo a dar vita ad una media entusiasmante di 94 chilometri l'anno, mentre tutto cambiava intorno a noi e le nostre esistenze si riempivano di meraviglia e di speranza. 

La Cinquecento, compagna di viaggi e di avventure, luogo di concepimento di molti dei bambini nati in quella felice stagione, metafora delle famiglie unite che correvano verso il domani ed esempio di umanità ed attenzione verso coloro che, fino a quel momento, in cambio della propria fatica, non avevano avuto nulla, fu anche il simbolo del nascente ceto medio, ossia di una nuova categoria sociale che avrebbe innervato e fatto la fortuna delle società occidentali nei cosiddetti "Trenta gloriosi".

Il presidente del Consiglio, in quell'estate, era Adone Zoli, la Juve era pronta a dominare il campionato con una coppia di fuoriclasse, quella composta da Charles e Sivori, che avrebbe tinto di bianconero una generazione, l'Italia stava per spiccare il volo e quella scatoletta con quattro ruote, il suo volante di bachelite, i suoi sedili scomodissimi e un andamento che oggi farebbe sorridere, quel mito universale e intramontabile divenne l'emblema  della riscossa del Paese: una sfida vinta tutti insieme, un trionfo della volontà popolare, una favola collettiva che riuscì a includere e a far sentire tutti compiutamente cittadini. 

I sindacati, l'industria, la politica, il genio italico, l'informazione, il cinema, il costume, lo sport e tutte le altre categorie si mobilitarono e si lasciarono travolgere da questo giocattolo che ci proiettava finalmente verso il futuro, dopo tanto dolore, immensi lutti e decenni di arretratezza e dittatura. 

Tutto sembrava possibile in quell'Italia di sei decenni fa: un'Italia sognatrice, semplice, capace di accontentarsi con poco e di farsi bastare un gelato per essere felice. 

Tutto fu possibile in quell'Italia che cresceva a ritmi vertiginosi, esplorava, scopriva nuovi orizzonti e non aveva alcuna intenzione di fermarsi, prima che a travolgerla provvedessero il terrorismo, la recessione economica e tutti i drammi e i disastri dei decenni successivi. 

La Cinquecento: protagonista dei nostri giorni migliori, delle nostre uniche Olimpiadi, le ultime davvero a misura d'uomo, della nostra estate e della nostra sconfinata voglia di emanciparci, di inventarci un mondo, un'epica, una grandezza rustica e casereccia che, forse, proprio per questo, risultò ancora più bella. 

Dello spirito e dell'entusiasmo di quei giorni, oggi, non è rimasto nulla: per questo, per quanto accompagnata da un discreto successo, anche la nuova Cinquecento è passata inosservata. Perché all'epoca ci mise le ali; ora, al massimo, rinchiude fra quattro mura di lamiera le nostre angosce e le nostre solitudini.

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