Mercoledì, 10 Novembre 2010 16:39

Monster ball tour. Lady Gaga parodia di se stessa?

TORINO -  Abito viola, spaziale, glitterato, capelli biondo acceso, su una pedana e scalini di acciaio, Lady Gaga ha aperto il concerto con “Dancing in the dark”.

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Lunedì, 08 Novembre 2010 16:50

Kirill Petrenko debutta a Santa Cecilia

ROMA - Dopo il successo strepitoso ottenuto nel 2003 (a soli 27 anni) quando dirige in quattro serate consecutive a Meiningen tutto il Ring di Wagner, Kirill Petrenko è stato subito invitato dai teatri più prestigiosi del mondo: dalla Deutsche Oper di Berlino, all’Opera di Parigi e di Vienna, al Metropolitan di New York e tanti altri.

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ROMA -  Grande attesa per il documentario "The Promise: the Making of Darkness on the Edge of Town" che presenta al festival di Roma la genesi dell'album omonimo di Bruce Springsteen e contiene interviste inedite  della rock star e della E street band, nonché filmati delle prove e delle registrazioni dal 1976 al 1978.

Published in Cinema & Teatro
Venerdì, 29 Ottobre 2010 15:56

Sufjan Stevens: il ritorno del genio

Poteva andare sul sicuro Sufjan Stevens, in fondo aveva solamente scritto una delle canzoni più belle dell’ultimo decennio, “Chicago”, dall’album “Illinois” del 2005: bastava continuare sulla falsariga di quel pezzo per i brani del nuovo album e, con il supporto del suo innegabile talento, dar vita a nuove composizioni che avrebbero suscitato l’invidida di Brian Wilson e Burt Bacharach.

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ROMA - Pubblicato nel 1981 dalla ECM, etichetta di riferimento per gli amanti del cosiddetto new jazz, questo disco si può considerare una pietra miliare nel panorama del sincretismo musicale che aveva preso le mosse dal jazz rock del decennio precedente, attraverso i percorsi tracciati da Weather Report, Chick Corea, Keith Jarrett e Gary Burton, col quale Metheny aveva collaborato dal ’75 al ’77, prima di incidere, come titolare, lo splendido Watercolors, in cui figurava il pianista Lyle Mays, da allora frequentissimo collaboratore di Pat.

 

Ai due, per questo album, si aggiunge il percussionista e vocalist Nanà Vasconcelos; le parti di basso sono suonate da Metheny, e Mays, oltre al piano, suona organo e sintetizzatore. Il lavoro si compone di cinque pezzi, per una durata di circa 44 minuti; la title track, che apre l’album, ne copre quasi la metà con la sua lunga suite suddivisa in diversi movimenti. Viene subito da chiedersi: questo è jazz? Già, perché il brano suona subito familiare per chi abbia frequentato le varie sponde del rock progressivo, sia britannico che americano, o la tradizione country-folk statunitense, dato che echi di linguaggi molto distanti dal jazz tradizionale affiorano qua e là, mescolati a sperimentalismi sonori che non avrebbero sfigurato su un album dei Pink Floyd.

 

Ciò, comunque, non basta a raccontare l’emozione profonda che si prova via via che la suite evolve verso le sue ultime note; alcuni passaggi magniloquenti sono smorzati per evitare tentazioni barocche, il tono lirico generale si pone da subito in contatto intimo con l’ascoltatore, ne sollecita nostalgie, suggerisce paesaggi interiori che spaziano dal bucolico al siderale, lo guida in un viaggio ai confini dell’anima. Un senso di trascendenza della propria dimensione immaginativa, ancorato a delicate nouances malinconiche, che persiste nei brani che seguono, in particolare nello stupefacente September Fifteenth, dedicato al grande pianista Bill Evans che scomparve il 15 settembre 1980, dove si esaltano l’abilità pianistica di Mays e una sensibilità straordinariamente coinvolgente, in grado di commuovere come, e forse più, di un notturno di Chopin. Il jazz di Metheny, così evocativo e immediato, si pose da subito come elemento di innovazione radicale rispetto al panorama del tempo, coniugando il bisogno di nuovi orizzonti sonori con un richiamo a repertori classico-sinfonici ed elaborando una visione personale e originalissima che lo avrebbe collocato di diritto tra i grandi della musica contemporanea.

Published in Il disco
Giovedì, 14 Ottobre 2010 18:25

Yehudi Menuhin – Musica e Vita Interiore

ROMA - Figura a tutti gli effetti leggendaria nella musica del novecento, Yehudi Menuhin è stato insigne violinista, apprezzato didatta e direttore d’orchestra, spirito musicale eclettico e geniale, capace di vibranti escursioni che hanno lasciato significative tracce anche al di fuori della tradizione “culta” – memorabili le sue scorribande al fianco di Ravi Shankar ed i sodalizi in chiave jazz con Stéphane Grappelli – .

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