Giovedì, 24 Aprile 2014 20:20

Stanco (seconda parte)

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Orazio quasi ogni venerdì era nervoso, quella “fiesta” da bisogno iniziale era diventata un tormento. La gente durante la “fiesta” alla fine beve, beve, beve, consuma droga e in stati di non coscienza finisce con il rompere i coglioni agli altri. E perché Orazio doveva innervosirsi in questo modo? Chi lo obbligava?

Era fatto così, era un tipo territoriale però buono. Voleva solo starsene tranquillo, vivere per lo meno la sua storia d’amore in pace. E anche questa invece si stava trasformando nella causa del suo prossimo dolore. Però non si può avere tutto dalla vita e nel frattempo pensieri per il futuro e paranoie lo tormentavano. Il più grande tra questi era la minaccia di dover tornare a lavorare in spiaggia e andare a vivere con suo cugino. Questo rappresentava la ragione dei suoi incubi notturni.

Il lavoro… Quando uno inizia a lavorare è un po’ come se la sua libertà, che già al mondo è totalmente limitata, da un giorno all’altro gli venisse tolta. Le sue aspirazioni, i suoi desideri, il suo pensiero, vengono costantemente minacciati ogni giorno dalla contaminazione putrida ed infima dell’ambiente di lavoro, di chi ve ne fa parte e dal lavoro stesso. Lavorare a questo punto significa perdere la dignità; cominciare ad essere schiavi di qualcuno. Il lavoro possiamo tranquillamente dire che uccide la persona e non la riabilita o la rende libera. 

Il lavoro divide le persone, le rende sospettose, competitive, invidiose. Se uno non trova un’occupazione in una città deve trovarla in un’altra, lasciando i suoi amori al destino e in decadenza. Lo sfruttamento del corpo e della mente del lavoratore diventano la normalità. L’umore e la giornata cambiano a seconda dell’umore o della giornata del datore di lavoro o padrone. Ciò che prima era il miserabile mondo del disoccupato svanisce e diventa proprietà del datore di lavoro, che si sente autorizzato a dare ordini al suo suddito solo per la sua posizione di apparente superiorità. Il lavoratore che forse deve anche dare da mangiare ai suoi figli è costretto a subire tutte le ingiurie e i soprusi esistenti pur di riuscir a finire un’intera giornata di schiavitù. Nessuno lo aiuta nella sua ribellione ed emancipazione da tutto ciò.

Sempre più nei posti di schiavitù, si incontrano persone che si prendono a cuore la loro posizione di sudditi e la trasformano nella loro ragione di vita. Questi elementi sono ciò che di più antirivoluzionario possa esistere al mondo. Chi è sfruttato non può prendersi cura del posto di lavoro in cui è inserito, come se l’attività fosse di sua proprietà. Ovvero, un cameriere che lavora 14 ore al giorno guadagnando tre euro la ora non può essere felice di questo e lavorare come se il ristorante fosse suo. Queste persone contribuiscono alla schiavitù del prossimo, del futuro schiavo, aiutandolo ad affondare nella abnegazione.

E di lavoro per Orazio nemmeno l’ombra. Ogni giorno mandava il suo curriculum e non riceveva risposta. Intanto l’estate si avvicinava e la minaccia di perdere Paz era sempre più vicina. Orazio si era accorto di come alcuni ragazzi di lì fossero predisposti a difendere ciò che il sistema offriva loro; ovvero l’organizzazione della vita nella loro società per questi funzionava bene e quindi a priori difendevano la loro istituzione. “Schifosi pezzi di merda”, pensava con odio. Orazio per questo litigò con il fratello di Guille e per non rompergli la faccia se ne andò dall’appartamento, rifugiandosi a casa di Paz senza sapere ancora nulla del loro destino.

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