ROMA - Va a Cesare deve morire il “Nastro d’Argento dell’anno” 2012.

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Dal 20 marzo in tutte le librerie

ROMA - Veneranda Porta da Sacile, la prima omicida seriale femminile della Serenissima; Daniel Lanza, il maestro di Francese a caccia di vittime tra le calli nel Carnevale secentesco;

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ROMA - Leggendo questo lungo racconto ci si rende conto della modernità di quest’opera che aprì la strada al romanzo gotico epistolare che ebbe molto successo per tutta la seconda metà dell’ottocento. ‘Dracula il Vampiro’ di Bram Stoker ne fu un altro famoso esempio.

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ROMA - Un magistrato, nella sua opera d’esordio, racconta l’ambigua macchinosità del Sistema, denunciandone il degrado etico e il crollo morale delle Istituzioni con lo stile avvincente del thriller.

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ROMA - Tempi d’esordio per Cristian Umbro, trentenne romano di talento versatile, con il suo primo romanzo “Almeno una volta”. Dopo tanti “road movie”, un “road book” alla maniera di Kerouac, che sul filo del viaggio ci fa attraversare paesaggi dell’anima. E perché no, di una generazione di appena trentenni, che ha ancora sogni nel cassetto e una speranza tutta da vivere.

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ROMA -  La frangia è biondissima, rischiarata dalla luce elettrica , a vederla così Catherine Spaak dimostra vent’anni di meno. Questa signora di classe, un tempo attrice e oggi anche scrittrice, ha letteralmente riempito l’Arts studio Café   per presentare il suo nuovo libro, non ci sono più sedie ove sedersi e molti restano in piedi.

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Esce il prossimo 13 settembre 2011 l'attesissimo libro di Catherine Spaak

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Esce il prossimo 13 settembre 2011 l'attesissimo libro di Catherine Spaak

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Certo fa un po' impressione prendere tra le mani il libro di Flores d’Arcais, dove, sulla copertina rossa, spicca la parola ‘Gesù’. Subito dopo però, leggendo il sottotitolo, ‘L’invenzione del Dio cristiano’, il giudizio subitaneo si affievolisce.
L’autore del libriccino, di esplicita volontà divulgativa, vuole “ … fare giustizia di ogni pretesa di storicità dogmatica che si è affermata dal Concilio di Nicea in poi”. Questo lavoro è stato scritto in contrapposizione al libro di Ratzinger, ‘Gesù di Nazaret’ uscito nelle librerie a marzo di quest’anno, che invece afferma, tra le altre cose, la storicità assoluta del documento niceno.

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Domenica, 24 Luglio 2011 11:56

Italo Calvino. Le città invisibili

ROMA - Forse, prima di parlare di questo libro, sarebbe meglio comprendere meglio chi era Italo Calvino. Ci piace farlo con due sue citazioni che raccontano, meglio dei dati biografici, chi fosse quest’uomo. Scrive nel 1956: «Noi comunisti italiani eravamo schizofrenici. Sì, credo proprio che questo sia il termine esatto (…) con una parte di noi giustificavamo i torti, le sopraffazioni, la tirannide del partito, Stalin (…) quando mi capitava di andare in viaggio in qualche paese del socialismo mi sentivo profondamente a disagio, estraneo ostile. Ma quando il treno mi riportava in Italia, mi domandavo,: ma qui, in Italia cos’altro potrei essere se non comunista».
Italo Il 19 febbraio 1964 a L’Avana sposa Chichita: «Nella mia vita ho incontrato donne di grande forza. Non potrei vivere senza una donna al mio fianco. Sono solo un pezzo di essere bicefalo e bisessuato, che è il vero organismo biologico e pensante».


Solo un essere umano così lontano dalla ragione, che sente, profondamente, la vita delle donne che gli scorre intorno, poteva narrare di città come fossero sogni. Solo da un uomo che ha mantenuto uno stretto rapporto con il pensiero irrazionale possono sgorgare parole che fanno immagini così ricche di fantasia. Egli ha saputo immaginare e raccontare un “proprio Marco Polo” che a sua volta è: «un viaggiatore visionario che racconta di città impossibili».


Le città raccontate hanno tutte un nome di donna, non potrebbe essere diversamente, e forse riverberano…chissà, sarebbe bellissimo, incontri fugaci, immagini femminili incontrate casualmente, e poi immaginate come luoghi lontani ed esotici. Certamente l’autore non narra di città visitate, di architetture conosciute, sono fantasie, ‘immagini inconsce non oniriche’ le chiamerebbe Massimo Fagioli, che risalgono in superficie durante la veglia, affiorando alla mente cosciente che muove la mano dello scrittore.Ma, forse, per comprendere meglio dobbiamo rubare a Pirandello un po’ del suo pensiero verbale: «A noi basta immaginare, e subito le immagini si fanno vive da sé. Basta che una cosa sia in noi, ben viva, e si rappresenta da sé, per virtù spontanea della sua stessa vita. È il libero avvento di ogni nascita necessaria».
È vero, ad un lettore attento non può sfuggire che le immagini che scaturiscono leggendo questo libro, sono simili, ma non uguali, al racconto di un sogno generato dal rapporto con la realtà che diviene pensiero inconscio. Scrive Calvino, nella prefazione, che il testo è nato in un lungo periodo «come poesie che mettevo sulla carta. (…) Per qualche tempo mi veniva da immaginare solo città tristi e per qualche tempo solo città contente».
Interessante notare che egli non tiene “la giusta distanza” dai suoi stati d’animo, egli, inconsapevolmente, traduce il proprio pensiero inconscio in immagini. Ed è per questo, dice l’autore «che si deve leggere questo libro come un libro di poesie». Sempre nella sua prefazione, Calvino, cita Le mille e una notte e Il deserto dei Tartari di Buzzati. In effetti il Marco Polo di Calvino assomiglia a Shahrāzād la quale sfida la morte raccontando al re di Persia, ogni notte, una favola che porta a termine solo la notte successiva. Anche Marco Polo ha davanti un potente sovrano, il Gran Kan, con il quale ha una dialettica straordinariamente complicata, costruita con un linguaggio irrazionale fatto di allusioni criptiche.
Ma, a pensarci bene la storia è molto diversa. Shahrāzād fa una dialettica con l’altro da sé, un dialettica mortale che però ha uno scopo ben preciso: tenere vivo e rinnovare il desiderio. Potremmo invece interpretare la dialettica tra Marco e Kublai come un dialogo con il proprio alter ego. Potremmo interpretare che, in questi dialoghi sparsi tra i racconti della città, l’autore cerchi di indagare, cerchi di conoscere cos’è questo mondo invisibile interno che a volte emerge alla coscienza in forma di immagine: « per virtù spontanea della sua stessa vita».  Anche perché Marco Polo, ed il suo viaggio verso oriente, rappresentano l’andare verso l’ignoto. Polo è colui che poi ritorna e racconta, non esattamente la cronaca di ciò che ha visto, ma ciò che lo ha affascinato.


Il protagonista de Il deserto dei Tartari Giovanni Drogo è l’esatto opposto di Marco Polo. Egli non varca nessun confine, non cerca l’ignoto: nella prima pagina del romanzo, egli si guarda allo specchio «ma senza trovare la letizia che aveva sperato (…) nello specchio, vedeva uno stentato sorriso sul proprio volto che invano aveva cercato di amare»
Allo specchio Drogo non si riconosce, ha perso l’immagine di sé . Poi perderà anche Maria la sua immagine femminile e senza quella parte di sé, che rappresenta l’irrazionale, l’identità umana profonda, non è possibile andare a vedere cosa c’è oltre il confine, oltre le porte d’oro dell’invisibile. Fallita l’esistenza ciò che sta oltre quel confine è solo il “cuore della tenebra” da tenere lontano montando di guardia sugli spalti della Fortezza Bastiani. E Drogo rimane alla fortezza, fino alla fine, gettando alle ortiche la propria vita, per impedire ai Tartari, vale a dire al mondo della fantasia e dell’irrazionale, di irrompere nella civiltà della ragione dove egli si è trincerato impaurito.
Noi, sempre, a volte inconsapevolmente, interpretiamo la realtà. Ė il nostro sguardo, fuso col pensiero, che indaga ciò che ci si presenta agli occhi. Solo quando vi è la totale desertificazione della psiche, ciò che vediamo, diventa solo un mero dato oggettivo. Ed è malattia mentale, grave.


Diverso è ciò che immagina Calvino: all’imperatore Mongolo, Marco Polo, non racconta la realtà oggettiva ma visioni di città. Per Kublai il viaggiatore giunto dal paese delle Esperidi, diviene il proprio sguardo per non rimanere in superficie, per andare nella profondità del reale. In un gioco di realtà e apparenza Marco svela al Gran Kan la propria fantasia interna, come faceva Shahrāzād, per non morire, perché l’altro da sé non muoia.
Le parole del libro fluiscono raccontando per enigmi, con la lingua del sogno, con i segni della vita che scorre, mai uguale a sé stessa. E il linguaggio delle immagini diviene pensiero verbale, e poi parola scritta per comunicare. Forse è un linguaggio oscuro, sibillino come i frammenti di Eraclito il quale, quando non trovava un fonema che esprimesse l’essenza delle cose della sua mente, lasciava uno spazio tra una parola e l’altra; e non era un’assenza, era il silenzio e la pausa che creano, con il suono, la musica carica di senso.
Certamente in quest’opera Calvino non utilizza il logos, il linguaggio razionale che violenta la mente, creato per mentire, la sua lingua è figlia di Lete e Mnemosine, dimenticanza e memoria inconscia.
Ci piacerebbe, cercare sempre di vedere ciò che c’è dentro il linguaggio, cercare di distinguere i suoni dai rumori. Cercare e saper riconoscere: «… cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, dargli spazio». Per poi visitare altre città invisibili, città gravide d’arte e di bellezza, città come carte da gioco. Nera Regina di picche, Rossa Regina di cuori.

 


Oscar Mondadori, 2007- Pp 192, Euro 8,00

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