Mercoledì, 06 Luglio 2011 14:46

E’ emergenza previdenziale. Anche il Censis suona l’allarme

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La parte decisamente più fortunata dei giovani italiani sarebbe destinata ad un futuro di stenti, i circa 4 milioni di giovani di età compresa tra i 25 ed i 34 anni che sono oggi ben inseriti nel mercato del lavoro, con contratti standard ed i contributi regolarmente versati andrà in pensione con trattamenti miseri, tanto che ben il 42 % di loro non arriverà ad intascare 1.000 euro di pensione, a ribadirlo per l’ennesima volta, a lanciare nuovamente l’allarme ci pensa stavolta il Censis illustrando quanto emerge dal primo anno di lavoro del progetto «Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove politiche sociali» di Censis e Unipol. 

Sul destino poi di quel milione di giovani che attualmente risulta essere lavoratore autonomo o con contratti atipici, e per cui il rapporto tra l’ultima retribuzione e la prima pensione rischia di essere drammaticamente più basso, o dei 2 milioni di giovani NéNé, che oggi né studiano né lavorano, sembrano esserci purtroppo ben pochi dubbi.
Dopo le ripetute riforme delle pensioni che dagli anni ’90 hanno portato ad assegni sempre più bassi e sempre più tardivi, garantendo così la sostenibilità finanziaria a medio termine del sistema, oggi si comincia finalmente a valutare il costo sociale che la preoccupante riduzione delle tutele per le generazioni future comporterà per il sistema paese.  A fronte di un tasso di sostituzione del 72,7% calcolato per il 2010, nel 2040 i lavoratori dipendenti beneficeranno di una pensione pari a poco più del 60% dell’ultima retribuzione ma andando in pensione addirittura a 67 anni di età e con 37 anni di contributi e risulta difficile immaginare arzilli 67enni lavorare in catena di montaggio, guidare autobus e camion, smistare la posta, mentre gli autonomi pur arrivando a lavorare fino ai 68 anni di età e con 38 anni di contributi vedranno ridursi il tasso di sostituzione fino a meno del 40%, ed a 68 anni chi guadagnava ad esempio 2.000 euro netti al mese dovrà accontentarsi di 800 euro mensili di pensione.

 

E se gli assegni non saranno certo sufficienti a godersi la pensione qualche dubbio finalmente comincia ad illuminare le menti dei nostri strateghi sulla tenuta del sistema e sulla possibilità della mera sopravvivenza con questi importi di pensione, il Censis infatti segnala come “Il ricorso a prestazioni sanitarie totalmente private è oggi molto diffuso. Nell’ultimo anno solo il 19,4% delle famiglie ne ha potuto fare a meno. Invece, più del 70% ha acquistato medicinali a prezzo pieno in farmacia, più del 40% è ricorso a sedute odontoiatriche, quasi il 35% a visite mediche specialistiche, più del 18% a prestazioni diagnostiche. Tutto ciò è costato in media 958 euro a famiglia.”
Ancora più allarmante la situazione per quei nuclei familiari in cui si è dovuto far ricorso al dentista, spesa molto più diffusa tra glia anziani, infatti “La spesa privata complessiva sale fino a 1.418 euro in media per le famiglie in cui un componente ha avuto bisogno del dentista.”
Le risposte all’emergenza indicate nel rapporto scontano, forse, il fatto che la seconda firma sia quella dell’Unipol e si accentrano sugli strumenti integrativi che assicurano maggiori ritorni a banche ed assicurazioni giudicandoli ancora poco presenti nel portafoglio delle famiglie italiane. Per il Censis “Il dato più alto si registra a proposito della polizza pensionistica integrativa (ce l’ha già il 9,1%): l’intenzione di attivarne una in futuro è espressa solo dal 6,3%, mentre la maggioranza manifesta disinteresse (74,7%) o la non conoscenza di questo strumento (9,9%). L’80% non intende aderire a un fondo pensione di categoria e il 13,7% non sa nemmeno cosa sia. Il 78,4% non vuole stipulare un’assicurazione sanitaria privata e il 14,4% non la conosce. Il 78,5% non intende accendere un’assicurazione per la non autosufficienza e il 19,7% ne ignora l’esistenza.”.

 

Da parte nostra aggiungiamo che risulta alquanto strano parlare di soluzioni quando ogni forma di risposta privata a quella che sta assumendo giorno dopo giorno più ferocemente i contorni di una vera e propria emergenza previdenziale viene tartassata, da ultimo con la assurda proposta di superbollo sui conti titoli che sembra essere una formula punitiva nei confronti dei piccoli risparmiatori che si permettono di mettere qualche soldo da parte senza ingrassare banche ed assicurazioni.
E proprio banche ed assicurazioni, nel poco tempo rimasto prima della esplosione della bomba ad orologeria previdenziale, dovrebbero fare un passo indietro, lasciando quindi la libertà di prevedere formule innovative che vengano incontro alle necessità dei cittadini e non solo a quelle del proprio profitto di breve periodo, mentre i cittadini, da parte loro, dovrebbero aprire gli occhi e prendere coscienza che la partita che si gioca sui loro risparmi e sui loro contributi è troppo importante per dichiararsi non interessati e voltarsi da un’altra parte.

 

 

Amerigo Rivieccio

Laureato in Economia Aziendale ed abilitato all'esercizio della professione di Promotore finanziario; dal 2001 sono contabile alla Camera dei deputati. Prima di approdare a Montecitorio sono stato ragioniere:
alla Presidenza del Consiglio; al Comune di Napoli; in una cava di inerti.
Ma sono stato anche Funzionario dell'Unione europea e arbitro nazionale di pallacanestro.

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