Mercoledì, 10 Maggio 2017 17:32

I Contratti di Fiume: se ne riparla a Milano

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Si sono aperti oggi i lavori del seminario nazionale "Monitorare la performance dei processi di governance fluviale". 

L’iniziativa, organizzata dalla Direzione Generale Ambiente Energia e Sviluppo Sostenibile di Regione Lombardia in collaborazione con il Team Tecnico dei Contratti di Fiume e ERSAF, si svolge nell’ambito  del progetto EU Interreg Med “WetNet-Coordinated management and networking Of Mediterranean Wetlands”. Nei numerosi interventi sono stati presentati progetti sia nazionali che internazionali di Contratto di Fiume e sono stati messi a confronto i metodi e gli strumenti per l’attuazione e il monitoraggio. 

Il seminario è uno degli step di preparazione in vista dell'XI Tavolo Nazionale dei Contratti di Fiume che si terrà alla fine del 2017. 

I Contratti di Fiume potrebbero essere l’ultima chance per evitare il ripetersi dei numerosi problemi legati all’acqua che affliggono il paese. Si pensi ad esempio ai problemi di dissesto strutturale degli edifici costruiti lungo i fiumi o alle frane che sembrano scoprire che si tratta di aree a rischio solo dopo che si verificano i disastri. O alla qualità delle acque (che in Veneto e in altre regioni d’Italia ha già causato centinaia di morti).

Eppure ogni volta, ci si accorge che intervenire e prevenire sarebbe stato possibile e sarebbe costato molto meno alle casse dello stato (e alle tasche dei cittadini). Non è un caso se al seminario in corso a Milano partecipano prima di tutto tecnici del settore: geologi ingegneri e architetti, proprio le figure professionali che da anni cercano di spiegare ai politici accentratori quali sono i problemi e come sarebbe possibile risolverli.  

Salvo vedere finire le proprie linee guida in un cassetto. 

Un modo di gestire la cosa comune che costa agli italiani milioni di euro anche in multe da parte dell’Ue (le ultime quelle sulle discariche e sul trattamento delle acque) e rimproveri da parte di tutte le maggiori organizzazioni internazionali (solo poche settimane fa i ricercatori dell’OCSE hanno definito non giudicabile il piano a lungo termine dell’Italia per la riduzione delle emissioni di CO2 a lungo termine - dato che quello presentato appariva una copia fatta male di quello passato).

Tutti problemi che i Contratti di Fiume, con i Contratti di Lago, Falda, Foce, Costa, Paesaggio Fluviale, potrebbero evitare rispondendo alle esigenze e dalle necessità del territorio con quello che a Bruxells chiamano approccio bottom up (ovvero che parte da una programmazione basata sulle richieste e sui problemi locali) fino ad oggi solo raramente applicato realmente. È per questo che i contratti di fiume costituiscono una novità.  Una innovazione, però, che è quasi una rivoluzione pacifica, democratica e dal basso. E che proprio per questo motivo sta incontrando non pochi ostacoli sul proprio cammino. Non dai protagonisti locali (che anzi hanno mostrato di apprezzare questo strumento più di quanto non si pensasse), ma dalle amministrazioni centrali. E questo paradossalmente proprio nelle regioni il ricorso a questo strumento potrebbe portare i benefici maggiori. Si pensi alle regioni  dove maggiori sono i rischi di dissesto idrogeologico e la vulnerabilità legata all’eccessiva antropizzazione. O ai territori, come la Sicilia, dove la carenza idrica legata ad una programmazione non sempre lungimirante (giusto per usare un eufemismo) sta causando danni notevoli all’ambiente e ai cittadini. 

Tutti problemi ai quali i tecnici riuniti in questi giorni a Minalo stanno cercando di trovare una soluzione. 

 

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