Venerdì, 30 Gennaio 2015 09:17

Tav. Uno scontro ideologico, libertà di espressione contro diritto penale

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ROMA - “La Tav Va sabotata”. E’ in quel “va” che sta il discrimine tra l’istigazione a delinquere e la libertà di parola che Erri De Luca invoca in sua difesa.

Il processo che ieri si è aperto contro lo scrittore napoletano si fonda su questa frase, pronunciata in un’intervista rilasciata all’Huffington Post il primo Settembre 2013, rea di aver indotto gli altri affiliati del movimento no Tav a compiere atti illeciti contro le strutture della Ltf ( la società Lyon Turin Ferroviaire costituita per la realizzazione della linea ad alta velocità Torino-Lione), parte lesa in giudizio.

Quattro parole, cui si ricollegano più delitti tesi a danneggiare il cantiere dei Treni ad alta velocità e a rallentarne i lavori. Una guerriglia, quella dei no Tav, aperta fin dagli anni novanta da un esercito di cittadini che difendono a spada tratta-ma anche con bombe carta e petardi- la Val di Susa dall’invasione di 50 km di binari che dovrebbero collegare la Francia all’Italia. 

Una delle Grandi Opere finanziate dall’Italia che in effetti di grande risulta avere ben poco come le analisi e le inchieste a sostegno del movimento dimostrano.In effetti il progetto della Torino–Lione si basa su previsioni di crescita errate ed in contraddizione con la reale evoluzione dei traffici che si intende spostare sulla nuova ferrovia, e che potrebbe essere ben inferiore rispetto a quanto previsto, cosa che comporta quindi una drastica riduzione dei benefici che dalla Tav ci si aspetta. Riflessioni queste che si accompagnano alla polemica ambientalista: per far posto alla ferrovia si prevede infatti la costruzione di un tunnel di 50 km scavato tra le montagne fra Susa e Maurienne. Ma bucare quelle montagne significa una profonda ferita che genera polveri avvelenate dall’amianto, inquinamento e dissesti geologici.

Ne è convinto anche Erri De Luca, che definisce questa lotta la più “civile e democratica che conosca”. Ma la parola sabotaggio di civile non ha proprio nulla e questo lo sanno i pubblici ministeri che a De Luca imputano il reato di istigazione alla delinquenza, aggravato dalla posizione pubblica dello scrittore. Sull’ingresso del tribunale un picchetto di fan mostra solidarietà allo scrittore con cartelli che rimandano ad un inopportuno parallelismo con la strage di Charlie Hebdo, simbolo della lotta per la rivendicazione della libertà di parola: “Je suis Erri.” 

Ancora una volta lo scontro si fa ideologico: la libertà di espressione contro il diritto penale.

Ma questo processo non rappresenta la censura alla “parola contraria” come sostiene De Luca nel suo omonimo scritto- che i maligni definiscono un’apologia- perché a parlare sono i fatti.

Se di per sé l’art 414 del codice penale punisce “chiunque pubblicamente istighi a commettere uno o più reati”, a ragione allora dovranno essere messe a processo le parole di un personaggio pubblico che, attraverso la sua notorietà, sia in grado di influenzare le masse.

Parole che non possono farsi scudo con la libertà di espressione, di cui troppo spesso si abusa rischiando di strumentalizzarla e così sminuirla, rendendone labili i limiti. La questione che si prospetta oggi va quindi ben aldilà del fazionismo creatosi attorno al progetto Tav. In discussione viene messo l’intero equilibrio di interessi che regola il nostro ordinamento e la nostra Costituzione: può la libertà subire restrizioni in nome della salvaguardia di interessi superiori come l’ordine pubblico? A deciderlo sarà una corte di giustizia.

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