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L’innovazione: la nuova eccedenza è il Capitale

L’innovazione: la nuova eccedenza è il Capitale

Oggi ad Hannover si apre il CeBIT, uno degli appuntamenti principali per fare il punto sulle innovazioni tecnologici che aspettano l’umanità nel suo prossimo futuro, e mai come oggi un tale appuntamento si intreccia con i destini sociali e politici delle nostre società. La “narrazione” degli accadimenti, negli spazi informativi del mainstream, ma anche nella comunicazione social, si incentra sulle forme della crisi e sulle sofferenze che essa produce. Eppure…

Eppure c’è un gigantesco spazio politico nuovo per la liberazione umana. Uno spazio che sembra oscurato dalla potenza della crisi, dalle minacce di guerra e che, invece, è lì, solo a osservare la realtà con occhi curiosi e un po’ ipermetropi. 

Certo non lo si può mettere a fuoco nel sottile distinguo che divide, in maniera spesso poco comprensibile, la miriade di sigle che attraversano la galassia della politica. Destra e sinistra – che continuano ad esistere al di là della distribuzione degli scranni nei parlamenti dell’Occidente – rispondono in maniera diversa alla trasformazione profonda che attraversa il mondo. Una crisi che è disvelamento dei limiti raggiunti dall’attuale modello di vita imposto all’umanità da processi economico-sociali che stanno mostrando tutti i loro limiti e infliggendo tutti i dolori possibili all’umanità intera, a tutta la sfera del vivente, all’ecosistema del pianeta.

C’è una politica che pensa sia possibile rimettere in sesto equilibri sociali o economici e che mai, in realtà, erano stati raggiunti o gradi di libertà individuali e collettivi mai realmente vissuti. Una politica che si affanna in quello che chiama “realismo” ed è, in realtà, il più grande degli inganni e la più spettacolare delle illusioni. 

Per essere realisti, oggi, bisogna saper mettere a frutto intuizioni e fantasia, immaginare meccanismi sociali ed economici alternativi, introdurre pratiche di vita extra-mercantili, produrre soluzioni radicalmente nuove rispetto al passato. È chi pensa che sia sufficiente una piccola aggiustatina al livello del debito, una spruzzatina di soldi sui salari, il ritorno ad una moneta nazionale o un nuovo aumento degli investimenti pubblici per creare un lavoro – all’interno delle logiche produttive e di consumo esistenti – che inganna se stesso e la sua gente. È chi pensa all’interno degli schemi che sono stati validi fino a pochi anni or sono che è irrealista, inadatto e incapace a guidare il cambiamento in atto.

La destra, nel mondo, sembra aver compreso prima della “sinistra vecchia” quello che sta accadendo dentro le società in risposta a questa grande trasformazione. In larga parte perché controlla una parte non indifferente degli apparati di comunicazione e in parte perché la paura, iniettata a grandi dosi nei corpi sociali sotto forma di lotta al migrante, al diverso, allo straniero, ha radici antiche nelle comunità umane e sembra far scattare ancora dei meccanismi automatici di risposta nelle persone. Una risposta che le destre si illudono di poter governare indicando una strada che è senza sbocco. Questa risposta della destra, infatti, guarda al passato e ad equilibri non più producibili. Sembra voler alludere ad una società nella quale le persone vivevano “rinchiuse” dentro i loro territori; un mondo in cui le comunità erano sostanzialmente autosufficienti e incomunicanti tra loro. Quelle culture e quei modelli sociali, ancora radicati nelle culture diffuse, erano figlie di un periodo nel quale nel pianeta vivevano decine di milioni di individui e, nei momenti alti qualche centinaia di milioni, non si affrettavano a raggiungere gli 8 miliardi di individui come oggi. Un periodo in cui raggiungere un’altra città era un privilegio di pochi e un rischio per quasi tutti. Un’era nella quale intelligenza artificiale e robotica non erano in grado di sussumere all’interno della macchina produttiva, il posto di lavoro di milioni di persone. La distribuzione della ricchezza prodotta dovrà essere redistribuita ancora attraverso il lavoro? Allora serve una “rivoluzione” nella sua forma e nelle sue caratteristiche. E i modelli di welfare (sanità, pensioni, scuola, università, ecc…) dovranno continuare ad esistere? Allora dovranno essere “rivoluzionati” nelle loro forme, nel sostentamento economico, nella loro erogazione. E non tra 50 o 100 anni, ma nella prossima legislatura. La velocità delle trasformazioni non consente distrazioni. La ricetta dei sovranisti, però, poggia su un bisogno che è totalmente condivisibile e inestirpabile nelle coscienze umane: quello della autodeterminazione. La “sinistra nuova” dovrebbe prendere fortemente sul serio questo bisogno producendo un salto in consapevolezza, comprensione del nuovo mondo, offrendo un orizzonte “positivo” a questo bisogno che la globalizzazione capitalistica ha tentato di estirpare dalle società e dalle coscienze. Indicare un nuovo orizzonte, non un semplice programma o, ancor meno, uno schieramento di forze per presentare una lista elettorale. Di questo la sinistra nuova ha bisogno ed è questo che manca. Nell’era della conoscenza direttamente produttrice di beni e servizi, il conflitto tra le classi, il conflitto tra chi comanda e chi è comandato, tra chi sta in alto e chi sta in basso, assume caratteristiche nuove non solo rivendicative di diritti – come è stato in questi secoli - ma di produzione diretta di realtà di vita, di merci, di cura, extra-mercantili, extra-capitalistiche. Con logiche, circuiti, forme, modalità esterne al modello esistente.

C’è un grande spazio politico nuovo nel pianeta, uno spazio che sta rapidamente consolidandosi e che necessita di una nuova politica, di una nuova sinistra. È lo spazio che si può produrre attraverso l’ampiamento delle potenzialità che la conoscenza umana ci ha messo a disposizione ma piegandone gli esiti non all’accumulazione del capitale, ma alla distribuzione sociale dei benefici producibili. Non solo è possibile, ma è l’unica alternativa alle tragedie che la trasformazione in atto produrrà se resteremo all’interno dello schema capitalistico. Proporre, oggi, uno schema di vita extra-mercantile non è una “fantasia al potere”, ma una necessità concreta della politica.

Oggi possiamo e dobbiamo ripensare il ciclo produttivo, soprattutto nei punti alti dello sviluppo, riducendo le merci prodotte, trasformando il tempo di non occupato nel lavoro salariato in tempo capace di produrre direttamente valore d’uso. Oggi possiamo misurare le transazioni e/o produrre monete di scambio senza dover passare per il meccanismo delle banche centrali e del signoraggio. Una enorme opportunità che il capitale sta iniziando a sfruttare e che se scegliessimo di utilizzare in maniera autogestita all’interno dei territori, produrrebbe uno smarcamento enorme rispetto alla struttura capitalistica del soddisfacimento dei bisogni. Ad oggi esistono più di 500 criptomonete (quelle basate sulla tecnologia dei Bitcoin e che poggia su tecnologie non proprietarie e quindi prodotte socialmente). Ma le prime strutture che stanno utilizzando queste forme sono i grandi trafficanti e le grandi banche planetarie. Possiamo ipotizzare che siano le strutture sociali del mondo del lavoro e della società a produrre la loro moneta e i loro scambi? O dobbiamo pensare che non possiamo pensare troppo in grande? Possiamo pensare di agire con queste nuove potenzialità per i circuiti del consumo a KM0, all’autoproduzione, alle produzioni sociali, al lavoro di cura?

C’è una grande opportunità per l’umanità, il mondo, la natura, l’intero pianeta. E non sarà certo solo perché una nuova primavera, in questa parte del mondo, sta prorompendo sulla scena. Certo bisogna avere occhi curiosi, capacità di visione oltre il quotidiano; orecchie raffinate in grado di ascoltare le voci crescenti che sia aprono a nuovi linguaggi, forme di relazione, nuova umanità, nuove forme di esistenza. La grande crisi che si palesa davanti ai nostri occhi e alle nostre giornate è solo la fine di un modello di vita che non era umano, non era sostenibile, non era in sintonia con la natura, il pianeta e chi lo abita. 

Dobbiamo abbandonare la paura che questo modello di vita finisca. 

Con la fine di questo modello finisce anche il modello di potere che lo ha prodotto e che, per restare sul ponte di comando del mondo, sta seminando odio e paura e guerre e industrializzazione dei sensi e commercializzazione delle vite. Certo non sarà semplice. Le poche decine di persone che detengono la maggioranza delle ricchezze del mondo faranno di tutto per sottomettere culturalmente, socialmente, economicamente l’intero pianeta. Ma, insieme al terrore, alla paura e allo smarrimento che viene profuso quotidianamente dai media e che si somma alle inquietudini di essere dei residui all’interno del modello di vita che ci viene propinato, nuovi livelli di consapevolezza emergono e svelano, giorno dopo giorno, le caratteristiche del dominio che ha egemonizzato l’umanità in questi anni. Sempre più persone si fanno domande sulla forma della loro vita, su ciò che follemente vorrebbero che continuassimo a fare, sul nostro cibo, sulla nostra acqua, sulla nostra aria, sulla alterazione del clima che abbiamo prodotto con un modello di vita e con le armi di una guerra climatica di cui i TG non ci dicono.

Le crepe di un modello sociale iniquo, ingiusto, incompatibile con la vita, si stanno allargando. Ora serve la politica, la sinistra in grado di essere all’altezza di questa fase.

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