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Reportage. Iraq, un paese nel pieno caos. VIDEO

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ROMA  - Parlare di Iraq non è mai facile perché la culla della civiltà, chiamata in antichità dai greci Mesopotamia grazie ai suoi due fiumi il Tigri e l’Eufrate, è capace di affascinare con il suo retaggio storico, le sue tradizioni e persone, ma allo stesso tempo sconvolge per la precarietà della vita e per la minaccia sempre dietro l’angolo.

Un paese con una storia recente tribolata, famoso per il regime di Saddam Hussein caduto sotto i colpi delle forze statunitensi e di una coalizione internazionale che dopo l’11 settembre aveva visto nella lotta al terrorismo la motivazione per qualsiasi operazione e volontà. 

Il recente attentato che ha causato la morte dei pellegrini sciiti a nord di Baghdad, la morte del Navy Seal americano durante una operazione di supporto alle forze curde peshmerga, l’assalto alla Green Zone da parte dei sostenitori di al-Sadr che ha delineato una sfiducia nei confronti dell’attuale governo iracheno, lo scontro Erbil-Baghdad sugli aiuti economici e militari, l’eterna lotta  tra sciiti e sunniti, l’odio dei curdi per gli arabi sunniti visti come una minaccia alla sicurezza e sostenitori dello Stato Islamico,   ecco che cosa rimane dell’Iraq oggi dopo più di dieci anni dall’ingresso delle truppe statunitensi nel paese ed ecco che cosa appare agli occhi del visitatore.

In passato il pozzo petrolifero a cui attingere, l’Occidente oramai vede l’Iraq principalmente come un problema per la sicurezza internazionale e come il punto di partenza dello Stato Islamico da dove le truppe fedeli ad Abu Bakr al-Baghdadi hanno iniziato la loro conquista riversandosi poi in Siria e raggiungendo oggigiorno con la loro propaganda mediatica e con il loro sistema di reclutamento il Nord Africa, il Caucaso e l’Asia Centrale. 

La stessa sicurezza assente  proprio all’interno dell’Iraq anche dopo i continui aiuti economici e militari e che sembrerebbe esistere soltanto nel nord, nella Regione Autonoma del Kurdistan, dove le autorità locali durante i nostri incontri avvenuti a febbraio hanno più volte elogiato la bravura del governo curdo e delle truppe peshmerga nel contrastare le forze del Califfato. Ricordo le parole del governatore di Erbil, Nawzad Hadi, durante il meeting dello scorso febbraio il quale confermava questa situazione di sicurezza sia nella capitale curda che in generale nel paese grazie al lavoro dei peshmerga e della coalizione internazionale (Crisi e guerra all’ISIS non spengno Erbil. Intervista al Governatore Nawzad Hadi).

Coalizione internazionale che registra proprio in questi giorni la perdita di un soldato, nello specifico il Navy Seal statunitense Charlie Keating IV, morto a nord di Mosul a causa di un attacco organizzato dallo Stato Islamico. Appartenente alle forze speciali statunitensi impegnato in operazioni di supporto ai peshmerga, Charlie Keating IV è stato ucciso a Tal Aqsuf a soli 5 chilometri dal fronte durante uno scontro prolungato scoppiato tra la sua unità ed i combattenti del Califfato i quali avevano organizzato un attacco su larga scala impegnando 20 veicoli e più di 100 uomini. 

Azioni di supporto ai peshmerga, alle truppe del governo iracheno e nella raccolta di Intelligence, queste sono le attività che le forze speciali occidentali starebbero effettuando in Iraq e che lo scorso marzo hanno permesso la cattura di uno degli esponenti principali delle Stato Islamico (Forze speciali Usa catturano esponente dell’ISIS nel nord dell’Iraq). Gli stessi reparti speciali i cui alloggi mi sono stati mostrati dalle truppe peshmerga durante il percorso che mi ha permesso di giungere presso le alture di Qarrah nell’area di Kirkuk dove i soldati curdi guidate da Kemal Kirkuki difendono il territorio iracheno sottratto al Califfato e, fattore maggiormente importante, i pozzi petroliferi, linfa vitale per la sopravvivenza dal punto di vista economico di Erbil e potenziale elemento di contrasto e scontro con Baghdad (Kurdistan. La guerra che c’è e quella che ci sarà). 

Con la mente è possibile tornare indietro al 2011 quando Barack Obama annunciava il ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq, forse il maggior successo della sua presidenza, per poi dover però tornare sui suoi passi e sancire soltanto un mese fa l’aumento delle unità militari di Washington le quali supereranno i 4000 soldati. 

Ma non solo gli Stati Uniti sono impegnati nel territorio iracheno, anche l’Italia che ad Erbil istruisce le forze peshmerga e nei pressi della diga di Mosul difenderà gli impiegati della compagnia italiana Trevi addetti al restauro e ammodernamento della struttura il cui collasso potrebbe provocare un ulteriore disastro umanitario. Truppe italiane impegnate vicino Mosul, città ancora nelle mani dello Stato Islamico in una regione definita durante il nostro incontro dal generale Ezhar Umar Ismael, direttore delle Relazioni e Coordinazione del Ministero dei Peshmerga, sotto controllo delle forze curde e quindi in relativa sicurezza (Il generale peshmerga Hezar Umar Ismael, ‘3 miliardi alla Turchia, ma da noi stessa emergenza’).

La stessa Mosul che le forze internazionali, quelle irachene e quelle curde vorrebbero conquistare al più presto per sferrare un duro colpo al Califfato non valutando ora le conseguenze umanitarie e quelle a livello sociale che ne deriverebbero: ad Erbil, infatti, Rory Molan della Commissione Internazionale della Croce Rossa (ICRC) descriveva un quadro preoccupante con una situazione umanitaria in rapido declino ed un ulteriore disastro che la liberazione di Mosul potrebbe causare. Secondo le stime della Croce Rossa, avvalorate anche dallo stesso governatore di Erbil, da Mosul potrebbero venire più di 800 mila profughi che si riverserebbero nel Kurdistan aggravando ulteriormente una situazione che vede la regione autonoma fronteggiare già un milione e mezzo di profughi iracheni e 120 mila rifugiati siriani, un numero esorbitante che non può essere accolto completamente dai diversi campi sparsi per il paese (Il Kurdistan dei campi profughi. Di chi ha il passato ma non ha il presente).

Problemi riscontrati per esempio nella città frontaliera di Rabia dove la maggioranza della popolazione locale araba sunnita viene vista negativamente dai curdi perché accusata di aver aiutato lo Stato Islamico nella sua avanzata e nella lotta contro i peshmerga. Come conseguenza di questo “odio dei curdi”, Rabia risulta completamente isolata ed i rapporti tra la comunità araba sunnita e quella curda si stanno lentamente ma inesorabilmente sgretolando, campanello di allarme per un possibile e futuro conflitto a livello locale il quale si andrebbe ad unire all’eterno contrasto tra la maggioranza sciita e la minoranza sunnita irachena. 

Maggioranza sciita divenuta sempre più un target per lo Stato Islamico come ha dimostrato il recente attentato avvenuto nell’area a nord di Baghdad che ha causato la morte di almeno 23 persone e 40 feriti tra i pellegrini sciiti che commemoravano l’anniversario della morte dell’Imam Musa al-Khadim (Iraq: a terrorist attack targets Shiite pilgrims in Baghdad). Nel 2015 un simile attentato aveva provocato 13 vittime e dato il via ad una protesta da parte della comunità sciita che aveva preso di mira gli arabi sunniti e le loro abitazioni portando la morte di altre 4 persone.

Sciiti che lo scorso sabato hanno supportato Muqtada al-Sadr e invaso il Parlamento riuscendo a superare le barriere della Green Zone di Baghdad protestando contro l’attuale governo per problemi di corruzione e di fatto spingendo l’attuale Primo Ministro Haider al-Abadi, in aperto contrasto con il precedente premier Nuri al-Maliki,  ad affidare molto probabilmente la guida del paese ad un gruppo di tecnocrati. Muqtada al-Sadr, personaggio politico attuale nel panorama iracheno e vera mina vagante la cui popolarità tra la comunità sciita è dovuta al ruolo della sua famiglia sotto il regime di Saddam Hussein che ha visto la morte di due membri importanti come Muhammad Baqir al-Sadr e Mohammad Sadiq al-Sadr a causa del dittatore iracheno.

Muqtada al-Sadr ben conosciuto anche dagli Stati Uniti perché leader di una milizia che ha combattuto le truppe di Washington e preso parte ai conflitti interni del 2005 e 2006 per poi divenire personaggio politico a partire dal 2010, alleato attualmente di al-Abadi, ma sempre pronto a cavalcare l’onda per raggiungere il potere.

Se il clima politico di Baghdad è tra i più instabili, non sono migliori le relazioni tra la capitale ed Erbil a dimostrazione di una reale mancanza di controllo del proprio territorio da parte del governo iracheno. Erbil e l’intera Regione Autonoma del Kurdistan farebbero parte dell’Iraq, ma in realtà con il paese devastato dallo Stato Islamico il governo curdo ha effettuato un netto passo in avanti per la propria indipendenza. In tutti i colloqui avvenuti con i rappresentati politici e militari del Kurdistan mi è stato spesso ribadito che Baghdad non fornisce aiuti economici ad Erbil da quasi due anni, fattore che crea grande disagio sociale e sta portando la Regione Autonoma del Kurdistan verso una gravissima crisi interna ed economica con relative ripercussioni per quanto riguarda la stabilità sociale e la sicurezza del territorio. Peccato che spesso i proventi del petrolio nel Kurdistan siano stati gestiti male ed in alcuni casi siano spariti in favore di qualche politico locale.

Questo è l’Iraq oggi, paese che dopo la caduta del regime di Saddam Hussein aveva festeggiato la liberazione pensando ad un futuro di democrazia, ma attualmente si trova a dover lottare con i contrasti interni, una elite politica corrotta e la minaccia persistente del terrorismo jihadista. Nel 2014 Chistianne Hoffmann scriveva sullo Spiegel International che non sempre le rivoluzioni portano la democrazia e non sempre la caduta di un regime vuol dire miglioramento sociale e politico, anzi in alcuni casi la diretta conseguenza è il caos, la guerra civile e l’anarchia. 

Durante il viaggio nel Kurdistan iracheno e nelle visite verso sud ho potuto constatare un paese sconvolto dove i giovani hanno come obiettivo la sopravvivenza; di quella democrazia tanto promossa in Occidente ed a noi cara non c’è traccia e spesso le illusioni portate a partire dal 2003 sono state sostituite da rabbia, insoddisfazione e desiderio di rivincita. 

Giuliano Bifolchi, analista geopolitico, ha effettuato una visita nell’Iraq del nord lo scorso febbraio. con base ad Erbil si è spinto alla linea del fronte di Mosul e di Kirkuk ed ha incontrato le autorità politiche, militari ed esponenti delle organizzazioni umanitarie locali.

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