Martedì, 25 Febbraio 2014 12:04

Mafie s.p.a. a Roma. A Fondi l'esperimento. Anticipazione da Grande Raccordo Criminale

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Il libro inchiesta “Grande Raccordo Criminale” di Floriana Bulfon e Pietro Orsatti per Imprimatur editore sarà in libreria dal 26 febbraio  

ROMA - Fondi, provincia di Latina, a metà strada tra Roma e Napoli. Porta di accesso dei Casalesi nel basso Lazio e poi, da lì, alla Capitale. Fondi è una piccola città dell’agro pontino, feudo da decenni della ‘ndrangheta e dimora accogliente per i clan siciliani. Meno di quaranta mila abitanti e uno dei più grandi mercati ortofrutticoli d’Europa, il Mof. Quello che Nicola Schiavone, il figlio del boss Francesco detto “Sandokan”, difendeva dalle mire dell’allora primula rossa Michele Zagaria. «Lascia stare il mercato di Fondi, perché è una cosa che me la vedo io [...]». Il mercato, uno snodo logistico da cui si controlla il trasporto su gomma dei prodotti ortofrutticoli e anche base per il traf-

fico, non solo nazionale, di cocaina e armi. E così dai camion della società di trasporti La Paganese, leader incontrastata del mercato senza la cui autorizzazione nulla si può fare, si scaricano Kalashnikov, mitragliatori nascosti nelle cassette della frutta. E si fanno affari per il cartello

degli Schiavone e di Gaetano Riina, il fratello del capo dei corleonesi. Cosa Nostra e Casalesi insieme si spartiscono l’“oro verde”, il trasporto di frutta e verdura.  

Fondi è anche colonia di quella Terra dei Fuochi in cui le famiglie di Casal di Principe hanno seppellito rifiuti tossici e seminato morte: un racconto dell’orrore lungo due decenni che Carmine Schiavone, l’ex ragioniere cugino di “Sandokan”, da anni collaboratore di giustizia, aveva rivelato già nel lontano 1997 davanti alla Commissione bicamerale d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. L’ha ripetuto di fronte alle telecamere nell’estate 2013: rifiuti tossici, pericolosi e radioattivi provenienti dal Nord Italia e da tutta Europa sono stati interrati nel sud del Lazio, smaltiti in cave, laghetti, fosse. Un affare da migliaia di miliardi di lire. La Terra dei Fuochi si espandeva come la “linea della palma” descritta da Sciascia ne Il giorno della Civetta. Si sapeva dagli anni Novanta eppure la reazione dello Stato è stata quella di ignorare o al più di minimizzare. Ci sono voluti vent’anni solo per ammettere di sapere. Vent’anni di morti avvelenati.

«I primi ad arrivare a Fondi siamo stati noi calabresi. Prima con il confino di alcuni esponenti di spicco, poi seguiti da tutti gli altri. I napoletani e i Casalesi sono arrivati dopo, quando già la ‘ndrangheta aveva in pugno la situazione».

Francesco Fonti, uno dei rari pentiti di ‘ndrangheta, è morto recentemente. Un pentito considerato importante, anche con tutte le sue contraddizioni, nello spiegare il sistema dei traffici internazionali di rifiuti e in particolare l’inquietante vicenda, mai del tutto svelata, delle navi dei veleni. Lo

incontrammo alcuni anni fa, circondato da gatti e poche cose, in miseria, malato. Sapeva molto anche se non era un boss, perché era un uomo di fiducia dei capi del reggino in Emilia e in Lombardia, perché era la figura di collegamento del business illegale di scorie. Di lui oggi rimangono solo le dichiarazioni ai magistrati, anche quelle non prese in considerazione, e quella lunga ed estenuante chiacchierata. «A Fondi si è fatto un esperimento, di lavorare insieme fra le

varie organizzazioni nel gestire sia il controllo del territorio e del Mof che il traffico di droga, quello dei rifiuti e in qualche caso, credo, anche quello di armi. Fondi è la porta di Roma».

Un patto figlio dei tempi che, secondo Fonti, divenne sistema e poi modello. E che si intrecciava con lo scenario che intanto si era consolidato a Roma fin dai primi anni Settanta.

La ‘ndrangheta a Fondi ha giocato un ruolo inedito, moderno, spregiudicato. E quando Fonti parla della storia che lo ha visto protagonista, quella dei rifiuti, appare il vero potere ‘ndranghetista e la sua capacità di modellarsi secondo le necessità. «A un certo punto arrivò la richiesta di trattare questa cosa dei rifiuti tossici. Venne fatta a tutti e, diciamo, non direttamente dalle aziende del Nord e del resto dell’Europa, ma da uomini, mettiamola così, che potrei definire vicini ai servizi. Nessuno se la sentì, non per paura, ma perché non si riteneva che ci fosse da guadagnare abbastanza, i siciliani in particolare che avevano la possibilità di farlo quel traffico, e ce lo prendemmo noi». C’era poco da guadagnare e i rischi erano alti, ma era un modo anche di accreditarsi, racconta il pentito. Accreditarsi con chi? «C’erano dei rapporti già dai tempi di Reggio, dalla

storia di “Boia chi Molla” all’inizio degli anni Settanta».

Di nuovo lo stesso scenario che si ripete, con le organizzazioni mafiose direttamente connesse con la strategia della tensione, apparati deviati dello Stato, politica e massoneria. «Dovete capire che c’è la ‘ndrangheta e c’è la Santa. Sembrano la stessa cosa, ma non è così. Da un lato ci sono le regole della ‘ndrangheta, che sono rigide, basate sul sangue, e che impediscono ogni rapporto con l’esterno, con altre organizzazioni, con la politica, con la massoneria in particolare. Per questo è nata la Santa, che sta sopra, che è aperta, che non è solo ‘ndrangheta, che consente a chi ci sta sopra di appartenere anche ad altro, alla massoneria, ad altri poteri. La Santa controlla la ‘ndrangheta. Contemporaneamente è la negazione della ‘ndrangheta».

E contemporaneamente sorge il feudo di Fondi, dove ci si allea con le altre organizzazioni per gestire al meglio i traffici e gli affari. Una famiglia calabrese, quella dei Tripodo, è capofila di questa Associazione temporanea di impresa criminale. Quei Tripodo che Carmine Schiavone

conosce ben e , come rivela nel 1996 nella caserma dei Carabinieri di Latina: «Di Fondi conosco personalmente da svariati anni i fratelli Venanzio e Carmelo Tripodo. Conoscevo anche il loro genitore Domenico Tripodo, detto “Mico”. Quest’ultimo era un personaggio di spicco della ‘ndrangheta calabrese [...]. Entrambi i Tripodo si sono interessati di stupefacenti e non hanno mai interrotto i legami con la terra di origine [...] il mio gruppo (i Casalesi) ha ceduto al Carmelo Tripodo dai 15 ai 30 Kg al mese di cocaina, dall’anno ‘81-‘82 al 1992 [...] trattava non solo cocaina ma anche eroina grazie ad appoggi a Torino e in Calabria».

E davanti al feudo di Fondi e a quella Associazione temporanea di impresa criminale, nel settembre 2008, il prefetto Bruno Frattasi prende carta e penna e scrive al ministro dell’Interno. Invia una presentazione della relazione dettagliata della Commissione di accesso, allega anche documenti della Dia e dei carabinieri, e motiva la richiesta di scioglimento del Consiglio comunale per in-

filtrazioni mafiose.

 

(…)

 

Era il 2008. A Roma aveva vinto Gianni Alemanno e c’era la possibilità per il centrodestra di prendersi a breve anche la Regione Lazio con Renata Polverini. «A Fondi si è giocata una partita nazionale: il governo Berlusconi ha impedito lo scioglimento del Comune richiesto dal prefetto Bruno Frattasi», denuncia Cosmo Bianchini segretario regionale del Silp Cgil. Fondi, uno dei bacini

elettorali più uniformi e certi per il Pdl. E così prima si preferisce attendere mesi per valutare la richiesta di scioglimento, poi la si respinge e, quando il clima politico inizia a farsi arroventato, ecco il colpo di teatro: nel dicembre 2009 Frattasi è rimosso e trasferito. Certo il prefetto che era andato a scontro diretto non poteva restare su quella poltrona con l’elezione dietro l’angolo

nel marzo 2010.

«Nel Lazio si impone con forza il centrodestra. Non succedeva da vent’anni. Fondi poteva aspettare», commenta una fonte che conosce bene il territorio. Nel frattempo, da quel settembre del 2008 al dicembre dell’anno successivo, nel Comune pontino è successo di tutto. Il sindaco Luigi Parisella e 16 consiglieri si dimettono evitando il commissariamento. Il comandante dei vigili urbani Dario Leone, cugino di Parisella, e il suo vice vengono arrestati nell’ambito di un’inchiesta della Dda su favoreggiamenti e collusioni con i clan, contemporaneamente il commissario facente funzioni Guido Nardoni nomina come nuovo comandante dei vigili urbani l’ex generale delle Fiamme gialle Francesco Accardi coinvolto nell’inchiesta su Calciopoli. E intanto, dopo aver ricevuto una paio di molotov sotto casa, il coordinatore locale del Pd, Bruno Fiore, che era stato uno dei protagonisti della battaglia per il ritorno della legalità a Fondi, si dimette dal suo incarico. Di più. Si apre un processo che sembra mettere alla sbarra l’intero sistema di potere e nel dicembre 2011 arrivano le condanne in primo grado. In tutto sono state comminate pene per 110 anni con l’accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso. Spicca, ovviamente, quella a sei anni

dell’ex assessore ai lavori pubblici Riccardo Izzi, ram-pante avvocato cresciuto all’interno del locale circolo di Forza Italia, primo degli eletti nel 2006. Condannati i fratelli Venanzio e Carmelo Tripodo - considerati i capi della Ati criminale – che si prendono 15 anni di carcere per associazione mafiosa. Condannato, e sempre per lo stesso reato, l’imprenditore Aldo Trani. E poi una lunga lista di altri elementi di spicco sia dei clan che della politica e dell’economia locali. Tra loro i funzionari comunali, tranne Tommasina Biondino, ovvero Gianfranco Mariorenzi, Dario Leone e Pietro Munno; e ancora l’immobiliarista Massimo Anastasio Di Fazio, Pasquale Peppe e Giuseppe De Silva detto “Watanga” per il tentato omicidio di Aldo Trani.

Nonostante le condanne, nonostante il caso politico che ha incendiato il dibattito nel 2008, nonostante le ombre che questa vicenda ha gettato sul centrodestra tutto e in particolare nel Lazio e a Roma, c’è un uomo che ne esce comunque vincitore, «il potentissimo Claudio Fazzone, esponente di spicco del Pdl nel sud del Lazio, un passato nella Polizia di Stato e per un periodo anche col-

laboratore di Nicola Mancino all’epoca in cui era ministro dell’Interno», fa notare una fonte. Nonostante tutto, lui è riuscito a portare a casa il risultato: essere fondamentale nell’elezione di Renata Polverini alla Regione. 

È accanto a lei quando l’ex sindacalista apre la campagna elettorale e da quel momento il suo peso, anche a livello nazionale, inevitabilmente, si è consolidato. Ed è Fazzone che nell’ottobre del 2013 entra da senatore nella Commissione antimafia in quota Pdl. La commissione che si occupa di dossier delicatissimi, come la trattativa  Stato-mafia, che vede imputato quello stesso Mancino

che ha conosciuto all’inizio della sua carriera.

E il sistema Fondi? Nonostante il processo e imento, sarebbe da incoscienti illudersi che un nodo fondamentale negli interessi criminali come Fondi sia stato definitivamente sciolto. La porta di Roma da sud rimane aperta e il modello dell’Ati criminale, sperimentato per decenni nel comune della provincia di Latina, è stato esportato più a nord. Nella Capitale.

 

 

Grande Raccordo Criminale”
Cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra, banda della Magliana, Casamonica, organizzazioni straniere.
Roma, la Capitale del sistema di potere della Mafie s.p.a.

di Floriana Bulfon e Pietro Orsatti 
Imprimatur editore

Prefazione Giulio Cavalli

dal 26 febbraio in libreria

A Roma è guerra di mafia. Tra violenza, connivenze, intrecci di po-
tere, scorrono fiumi di droga e di sangue. La Capitale da decenni
è l’obiettivo della criminalità organizzata, e simbolo di un Paese
immobile per scelta.
Negli ultimi tempi sono saltati equilibri consolidati: nuovi soggetti
si sono seduti al banchetto degli appalti e degli affari, altri ne
sono stati esclusi, altri ancora sono stati costretti a scendere a
patti. E le mafie non sono rimaste a guardare.
Saccheggiano Roma riciclando soldi per fare soldi, favorite dalla crisi
finanziaria. Hanno a disposizione i colossali proventi della droga – da
Roma passa un quinto di tutta quella “trafficata” in Europa – del
racket delle estorsioni, degli appalti sporchi e dell’usura. Appetiti
formidabili al servizio di nuovi e vecchi poteri.
Le trame inedite fra Cosa nostra, ’ndrangheta, camorra napoleta-
na, Casalesi, Casamonica, banda della Magliana e organizzazioni
criminali straniere non possono più fare pensare a fenomeni di
infiltrazione isolati, ma a una rete strutturata di sodalizi mafiosi,
che opera in modo inedito.
Gli autori indagano e portano alla luce i legami sconosciuti e
sommersi fra delinquenza, potere e interessi della Mafie s.p.a.,
tracciando la nuova geografia della criminalità organizzata che fa
di Roma la caput mafiae del Paese.

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