REFERENDUM
Gian Carlo Zanon

Gian Carlo Zanon

ROMA - Questa mattina, alle 10.10, un’agenzia ANSA annunciava la scomparsa di Walter Bonatti: “Il grande alpinista, giornalista e scrittore Walter Bonatti, leggenda dell'alpinismo italiano, è morto improvvisamente, ieri sera, a Roma, per una malattia. Lo riferisce in una nota l'editore Baldini Castoldi Dalai. La salma sarà trasportata a Lecco dove sabato e domenica verrà allestita la camera ardente”.

ROMA - Era il 14 agosto e gli italiani visto la crisi avevano trovato o stavano cercando un posto al sole, al costo più basso possibile, per passare qualche giorno, anche solo i ferragosto, di vacanza.

ROMA - “Ancora una volta, deve essere inequivocabilmente affermato che nessuna circostanza può mai giustificare atti di terrorismo”. È quanto ha scritto Ratzinger nella lettera inviata all’arcivescovo di New York, Timothy Dolan, per commemorare il decimo anniversario degli attentati dell’undici settembre 2001. In questa formale missiva commemorativa il sovrano dello Stato vaticano ha inoltre commentato che l’atto compiuto è ancor più grave perché: “La tragedia è accompagnata all’affermazione degli autori di agire in nome di Dio.”

Se la ricordano più o meno tutti ‘Voglio una vita spericolata’ di Vasco Rossi, no? Quella che faceva: “Voglio un vita spericolata, di quelle che non dormi maiiii, voglio una vita, la voglio piena di guaiiiii”; ebbene, sembra che sia riuscito a realizzare il progetto.

 

Mercoledì, 10 Agosto 2011 17:46

Yara. Lettera anonima: “L'ho uccisa io”

BERGAMO – Alla redazione del quotidiano ‘L'Eco di Bergamo’ è arrivata una nuova lettera anonima. L'autore sostiene di essere l'assassino di Yara Gambirasio, la tredicenne di Brembate sparita per tre mesi e trovata uccisa nel febbraio scorso. L’autore della missiva, ricostruendo le dinamiche dell'omicidio, sostiene di essere l’assassino della ragazza.

Si sta andando in vacanza. Scrivere un articolo che probabilmente leggeranno in pochi, non è il massimo della realizzazione di identità giornalistica… ma poi si scorrono le parole sui giornali, udiamo telegiornali, e l’indignazione aumenta, e le dita che animano la tastiera del computer cominciano a formicolare. La ragione riesce, per qualche ora, a farti diventare razionale, poi si leggono i messaggi che due lettori hanno inviato alla pagina facebook del giornale, e allora la ragionevolezza va a farsi fottere perché viene alla mente che qualcuno ha detto che l’identità umana non si fonda sulla ragione ma sull’irrazionale che reagisce al disumano.

 

Scorrendo le foto Anders Behring Breivik, l’uomo che nell’isola di Utoya, a pochi chilometri da Oslo, ha ucciso a sangue freddo 74 persone, si rimane inorriditi di fronte al suo sorriso beffardo.
L’enorme atrocità del gesto rende dissonante quel sorriso che vediamo stampato sulle labbra del pluriomicida. E ci si chiede quale può essere il senso di quel sorriso, che uno psichiatra chiamerebbe ‘ebefrenico’. Ci si chiede anche se abbia un senso.

ROMA - Luciano Violante, chiamato a rispondere sulla questione morale apertasi nel Pd dopo i casi Tedesco e Penati,  in un’intervista a L’Unità, ha affermato: “Il Pd non è il Pci del XXI secolo. Il nostro è un partito nuovo, nato in una società aperta, rapportarlo a modelli del passato è sbagliato. Quel discorso (si riferisce all’intervista di Eugenio Scalfari a Berlinguer apparsa su La Repubblica il 28 luglio 1981. N.d.R.) fu fondamentale nella società del suo tempo ma non può essere automaticamente catapultato nella società di trent’anni dopo”.

ROMA - Ci vorrebbe un Costantino risorto per riportare in equilibrio la Chiesa cattolica, che, dal momento dell’instaurazione di Ratzinger ha cominciato a perdere consensi e fedeli. Certo i casi criminali dei preti pedofili nascosti dalla Chiesa cattolica hanno dato il colpo di grazia ad una istituzione che si ostina a voler avere la testa fuori dal secolo mentre le sue adunche mani rovistano nelle saccocce dei fedeli e degli italiani tutti.

Domenica, 24 Luglio 2011 11:56

Italo Calvino. Le città invisibili

ROMA - Forse, prima di parlare di questo libro, sarebbe meglio comprendere meglio chi era Italo Calvino. Ci piace farlo con due sue citazioni che raccontano, meglio dei dati biografici, chi fosse quest’uomo. Scrive nel 1956: «Noi comunisti italiani eravamo schizofrenici. Sì, credo proprio che questo sia il termine esatto (…) con una parte di noi giustificavamo i torti, le sopraffazioni, la tirannide del partito, Stalin (…) quando mi capitava di andare in viaggio in qualche paese del socialismo mi sentivo profondamente a disagio, estraneo ostile. Ma quando il treno mi riportava in Italia, mi domandavo,: ma qui, in Italia cos’altro potrei essere se non comunista».
Italo Il 19 febbraio 1964 a L’Avana sposa Chichita: «Nella mia vita ho incontrato donne di grande forza. Non potrei vivere senza una donna al mio fianco. Sono solo un pezzo di essere bicefalo e bisessuato, che è il vero organismo biologico e pensante».


Solo un essere umano così lontano dalla ragione, che sente, profondamente, la vita delle donne che gli scorre intorno, poteva narrare di città come fossero sogni. Solo da un uomo che ha mantenuto uno stretto rapporto con il pensiero irrazionale possono sgorgare parole che fanno immagini così ricche di fantasia. Egli ha saputo immaginare e raccontare un “proprio Marco Polo” che a sua volta è: «un viaggiatore visionario che racconta di città impossibili».


Le città raccontate hanno tutte un nome di donna, non potrebbe essere diversamente, e forse riverberano…chissà, sarebbe bellissimo, incontri fugaci, immagini femminili incontrate casualmente, e poi immaginate come luoghi lontani ed esotici. Certamente l’autore non narra di città visitate, di architetture conosciute, sono fantasie, ‘immagini inconsce non oniriche’ le chiamerebbe Massimo Fagioli, che risalgono in superficie durante la veglia, affiorando alla mente cosciente che muove la mano dello scrittore.Ma, forse, per comprendere meglio dobbiamo rubare a Pirandello un po’ del suo pensiero verbale: «A noi basta immaginare, e subito le immagini si fanno vive da sé. Basta che una cosa sia in noi, ben viva, e si rappresenta da sé, per virtù spontanea della sua stessa vita. È il libero avvento di ogni nascita necessaria».
È vero, ad un lettore attento non può sfuggire che le immagini che scaturiscono leggendo questo libro, sono simili, ma non uguali, al racconto di un sogno generato dal rapporto con la realtà che diviene pensiero inconscio. Scrive Calvino, nella prefazione, che il testo è nato in un lungo periodo «come poesie che mettevo sulla carta. (…) Per qualche tempo mi veniva da immaginare solo città tristi e per qualche tempo solo città contente».
Interessante notare che egli non tiene “la giusta distanza” dai suoi stati d’animo, egli, inconsapevolmente, traduce il proprio pensiero inconscio in immagini. Ed è per questo, dice l’autore «che si deve leggere questo libro come un libro di poesie». Sempre nella sua prefazione, Calvino, cita Le mille e una notte e Il deserto dei Tartari di Buzzati. In effetti il Marco Polo di Calvino assomiglia a Shahrāzād la quale sfida la morte raccontando al re di Persia, ogni notte, una favola che porta a termine solo la notte successiva. Anche Marco Polo ha davanti un potente sovrano, il Gran Kan, con il quale ha una dialettica straordinariamente complicata, costruita con un linguaggio irrazionale fatto di allusioni criptiche.
Ma, a pensarci bene la storia è molto diversa. Shahrāzād fa una dialettica con l’altro da sé, un dialettica mortale che però ha uno scopo ben preciso: tenere vivo e rinnovare il desiderio. Potremmo invece interpretare la dialettica tra Marco e Kublai come un dialogo con il proprio alter ego. Potremmo interpretare che, in questi dialoghi sparsi tra i racconti della città, l’autore cerchi di indagare, cerchi di conoscere cos’è questo mondo invisibile interno che a volte emerge alla coscienza in forma di immagine: « per virtù spontanea della sua stessa vita».  Anche perché Marco Polo, ed il suo viaggio verso oriente, rappresentano l’andare verso l’ignoto. Polo è colui che poi ritorna e racconta, non esattamente la cronaca di ciò che ha visto, ma ciò che lo ha affascinato.


Il protagonista de Il deserto dei Tartari Giovanni Drogo è l’esatto opposto di Marco Polo. Egli non varca nessun confine, non cerca l’ignoto: nella prima pagina del romanzo, egli si guarda allo specchio «ma senza trovare la letizia che aveva sperato (…) nello specchio, vedeva uno stentato sorriso sul proprio volto che invano aveva cercato di amare»
Allo specchio Drogo non si riconosce, ha perso l’immagine di sé . Poi perderà anche Maria la sua immagine femminile e senza quella parte di sé, che rappresenta l’irrazionale, l’identità umana profonda, non è possibile andare a vedere cosa c’è oltre il confine, oltre le porte d’oro dell’invisibile. Fallita l’esistenza ciò che sta oltre quel confine è solo il “cuore della tenebra” da tenere lontano montando di guardia sugli spalti della Fortezza Bastiani. E Drogo rimane alla fortezza, fino alla fine, gettando alle ortiche la propria vita, per impedire ai Tartari, vale a dire al mondo della fantasia e dell’irrazionale, di irrompere nella civiltà della ragione dove egli si è trincerato impaurito.
Noi, sempre, a volte inconsapevolmente, interpretiamo la realtà. Ė il nostro sguardo, fuso col pensiero, che indaga ciò che ci si presenta agli occhi. Solo quando vi è la totale desertificazione della psiche, ciò che vediamo, diventa solo un mero dato oggettivo. Ed è malattia mentale, grave.


Diverso è ciò che immagina Calvino: all’imperatore Mongolo, Marco Polo, non racconta la realtà oggettiva ma visioni di città. Per Kublai il viaggiatore giunto dal paese delle Esperidi, diviene il proprio sguardo per non rimanere in superficie, per andare nella profondità del reale. In un gioco di realtà e apparenza Marco svela al Gran Kan la propria fantasia interna, come faceva Shahrāzād, per non morire, perché l’altro da sé non muoia.
Le parole del libro fluiscono raccontando per enigmi, con la lingua del sogno, con i segni della vita che scorre, mai uguale a sé stessa. E il linguaggio delle immagini diviene pensiero verbale, e poi parola scritta per comunicare. Forse è un linguaggio oscuro, sibillino come i frammenti di Eraclito il quale, quando non trovava un fonema che esprimesse l’essenza delle cose della sua mente, lasciava uno spazio tra una parola e l’altra; e non era un’assenza, era il silenzio e la pausa che creano, con il suono, la musica carica di senso.
Certamente in quest’opera Calvino non utilizza il logos, il linguaggio razionale che violenta la mente, creato per mentire, la sua lingua è figlia di Lete e Mnemosine, dimenticanza e memoria inconscia.
Ci piacerebbe, cercare sempre di vedere ciò che c’è dentro il linguaggio, cercare di distinguere i suoni dai rumori. Cercare e saper riconoscere: «… cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, dargli spazio». Per poi visitare altre città invisibili, città gravide d’arte e di bellezza, città come carte da gioco. Nera Regina di picche, Rossa Regina di cuori.

 


Oscar Mondadori, 2007- Pp 192, Euro 8,00

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