Mercoledì, 07 Marzo 2012 20:16

8 marzo. Omaggio a tutte le donne. Ora e per sempre

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“…e allora diventi grande come la terra e  innalzi il tuo canto d'amore” Alda Merini



ROMA  - Vi racconto una storia vecchia di sessant’anni. Mi preme, è l’8 Marzo, festa della donna. Quale giorno migliore? Per la prima volta l’ho ascoltata da mia nonna, che ero piccola (grossomodo a 10 anni), capitò quando mi trovai tra le mani  un libro di storia in cui si parlava del  crudo dopoguerra.  Deve avermi fatto un grosso effetto vedere le fotografie che ne riempivano le pagine, ancora le ho ben salde nella memoria. Presi coscienza, già a quella tenera età,  di ciò che vissero i nonni, bisnonni, genitori – non solo miei, di tutto un Paese.
La curiosità poi e l’immaginazione,  le mille domande di una bimba,  intenerirono molto questa  mia cara nonna, che si mise lì con tutta la santa pazienza a raccontarmi, spiegarmi, cosa le capitò. Voleva farmi conoscere una parte di storia della mia famiglia per aiutarmi a comprendere la storia d’Italia, per render note le mie origini.

Questa è una storia che piacevolmente ancora amo farmi raccontare, davanti ad un caffè e non più tra le mani quel libro (non ricordo nemmeno dove sia), sempre da Lei, che nonostante la riporti come una storia vecchia, ancora me ne parla con minuzia e con un sorriso fiero sulle labbra.
Era la primavera del 1951, molti disoccupati di varie parti d’Italia sfiniti dalla forzata inattività (dopo tutto non sembra cosi  obsoleta), iniziarono il loro sciopero a rovescio.  Molti sanno, ed io mi limito solo a rinfrescare la memoria, che questi scioperi, cosi come propagandava Pietro Ingrao, erano una forma di lotta attuata dalle masse contadine e bracciantili, in cui veniva espressa in maniera congiunta, una domanda di terra  e una domanda della sua trasformazione. Lungi dall’astensione, in questi scioperi, la comune gente prendeva direttamente l’iniziativa di lavorare e di mettere a coltura.  Erano scioperi in cui si lavorava, molto, duramente, con la ferma convinzione che il lavoro si poteva ottenere dando il via ad un pragmatico mutamento.
Si cercava materialmente di conquistare le terre da lavorare, ostentandone il valore simbolico. Dai campi sfilavano cortei, a piedi o a cavallo (per chi lo aveva),  con in testa le donne, moltissime. In testa c’era pure mia nonna e la sua famiglia, tutte le sue sorelle.  All’epoca ancora non si erano trasferiti a Roma, successe non molto dopo. Vivevano nella loro terra natia: San Donato Val di Comino, un piccolo borgo medievale al confine con l’Abruzzo.

La stagione seppur mite per le temperature, la si ricorda molto calda, di fermento, di crescita. A volte passeggiando per il Paese, ne approfitto e mi soffermo a scambiar due parole con i vecchietti, che mi confermano quanto scritto.  Centinaia di persone, dicevo,  donne e uomini,  lavorarono gratuitamente per render percorribili alcune strade di campagna. E non solo. Il lavoro negato dal governo, dal comune, se lo erano inventato, trovandolo da soli.  Lo sciopero a rovescio durò quasi due mesi, la repressione fu spietata. Carabinieri  e polizia militarizzarono il paese.
Le lotte operaie, furono indispensabili per lo sviluppo di una comunità civile. Lo stato di disoccupazione dei paesani, portò anche alla costruzione di un Comitato della Rinascita, per aderire all’iniziativa promossa dalla Camera del Lavoro, per un inchiesta  sulla miseria in tutta la zona del Cassinate. La situazione si evolveva e si faceva molto preoccupante. Da un lato si percepiva il fermento, dall’altro nel settore dell’amministrazione, la sottovalutazione più totale dello stato di agitazione. Il disagio era incontenibile.

Le promesse furono disattese, le soluzioni date poi facevano acqua da tutte le parti. Mia nonna mi racconta di quale fosse il loro motto, la loro parola d’ordine: “Andiamo a lavorare senza paga”.  Lo sciopero a rovescio  cominciò proprio il 25 aprile del 1951, giorno doppiamente simbolico, si marciava di nuovo verso la libertà,  per il diritto di avere un lavoro.. sia per gli uomini che per le donne.

La camera del lavoro  assunse il ruolo guida  e subito, uniti,  furono organizzati cantieri di lavoro  nelle località di campagna, per la sistemazione della viabilità rurale. Nella prima giornata, gli scioperanti  furono 150 (stiamo sempre parlando di un paesino  di poche migliaia di persone). I numeri crebbero nelle giornate successive, come la fiducia e l’ideale. Lo sciopero durò sino al 19 giugno dello stesso anno, per un totale di 56 giornate di lavoro senza paga.

I partecipanti furono circa 450 di cui 164 donne: mamme, nonne, ragazzette. Il costo economico, ma non so dirvi se il dato possa ritenersi attendibile, corrispondeva a undici milioni di lire circa.
Numerosa la partecipazione delle donne, che hanno sempre avuto un ruolo pregnante nella vita produttiva del paese. San Donato Val di Comino è terra di emigrazione. Molti nuclei familiari per sopravvivere alla fame andarono via, spesso andavano via solo i mariti e le famiglie venivano affidate alle donne. Con fermezza sostituivano gli uomini anche nell’esercizio di attività tradizionalmente maschili.
Le donne erano impegnate su più fronti. E hanno dovuto intraprendere con giudizio attività lavorative extradomestiche con diretti riferimenti alla manovalanza nelle fabbriche della casa, alla conduzione delle poche terre di proprietà (come la mia bisnonna): lavoro bracciantile anche per la coltivazione dei poderi altrui.

Altra attività, era il taglio della legna per i focolai domestici. Mia nonna mi racconta tutt’ora di quando collaborando con la forestale si faceva a piedi una quarantina di km quotidianamente con le cataste di legna sulla testa (composta a frascone).
L’organizzazione delle giornate lavorative non era semplice, queste donne parteciparono, per la vecchia consuetudine con le attività dure e faticose. E poi c’era la fatica mentale, dovuta alla volontà di costruire con gli scioperi a rovescio una valida alternativa alla disoccupazione, dimostrandone l’efficienza.

Ad ogni modo la conservazione della lotta era affidata alla sopravvivenza dei partecipanti e delle loro famiglie.  Si lavorava  nella speranza di un salario e si viveva con i debiti  per reperire i viveri necessari per il sostentamento. Anche i commercianti diedero una mano fondamentale, continuando a far credito, nonostante le difficoltà di rifornimento della merce  svenduta senza incassi…
Lo scioperò poi finì, tra difficoltà e più o meno fallimenti.  Ne dobbiamo riconoscere la vivacità di questi moti operai che condussero le genti ad un’accresciuta coscienza politica.
Molte volte come si domandava Vittorio Foa, senza risposta..  mi son chiesta  se era il caso di riesumare questo tipo di lotta, per  dare di nuovo slancio alla crescita del Paese.  Non so.   Lascio a voi la riflessione conclusiva.

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