Martedì, 22 Maggio 2012 16:43

23 maggio 1992. A Capaci, quella memoria di Giovanni Falcone che non morirà mai

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A venti anni dalla strage. I macellai di Cosa nostra programmarono ogni minimo dettaglio. E’ stato Giovanni Brusca a raccontare i particolari dell’attentato e quella frase del magistrato morente: «Se sopravvivo questa volta gliela faccio pagare…»

Gli eroi civili della lotta alla mafia se ne andarono così, senza alcun grido, come da sempre muoiono gli uomini coraggiosi in un pomeriggio di venti anni fa, sull’autostrada che dall’aeroporto di Punta Raisi porta a Palermo.  Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro scomparvero per sempre e per sempre furono rimpianti dalla coscienza civile di questo Paese.

L’ATTENTATO. Non era la prima volta che Cosa nostra utilizzava il tritolo per uccidere un magistrato. Il 29 luglio1983, in via Pipitone Federico, un’autobomba aveva mandato all’aria il capo dell’Ufficio istruzione Rocco Chinnici, il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l’appuntato Salvatore Bartolotta e il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi. Falcone e i magistrati più esposti sapevano benissimo che Cosa nostra era tecnicamente in grado di preparare un attentato contro di loro utilizzando il tritolo, eppure le precauzioni che lo Stato aveva programmato per preservare la loro vita non furono mai sufficienti. Ad esempio, nel caso dell’attentato in cui perse la vita Paolo Borsellino (19 luglio 1992), non si ritenne necessario transennare l’area davanti alla casa di sua madre, in via D’Amelio, dove pure il giudice si recava spesso  e dove fu piazzata senza alcun problema una Fiat 126 imbottita di esplosivo. Nel caso di Falcone, il corteo di auto non era seguito da un elicottero, che, in caso di attentato, avrebbe individuato immediatamente i mafiosi sopra la collina da cui premettero il pulsante del radiocomando. Si può anzi ritenere che se Falcone fosse stato protetto da un elicottero, Cosa nostra avrebbe rinunciato ad ucciderlo, come era successo fino a quel momento. Nonostante il pericolo mortale che Falcone e Borsellino correvano oramai da almeno dieci anni, lo Stato non mostrava eccessiva preoccupazione per loro. Anzi.

COSA NOSTRA  LO VUOLE MORTO. Nelle sue memorie (S. LODATO, «Ho ucciso Giovanni Falcone». La confessione di Giovanni Brusca, Rizzoli, 1999), Giovanni Brusca sottolinea come la mafia aveva progettato la morte di Falcone almeno dagli inizi degli anni ’80 ma, per una ragione o per l’altra, l’attentato non era mai andato in porto. Un giorno che Brusca andò a trovare Ignazio Salvo, questi gli disse che non era necessario uccidere Falcone perché “loro” (intendendo con ciò un intervento di Claudio Vitalone e Giulio Andreotti) avrebbero fatto in modo di bloccare la carriera del magistrato, cosa che in effetti avvenne (Falcone non riuscì mai a diventare capo dell’Ufficio istruzione a Palermo). Quando Riina sentì tutto questo si infuriò, asserendo che era comunque necessario togliere di mezzo il più acerrimo nemico di Cosa nostra: «Mi vogliono vendere fumo? Io a Falcone lo voglio uccidere ugualmente», aveva concluso il capo dei capi.

LA BOMBA DI CAPACI. Brusca racconta dettagliatamente come fu organizzato l’attentato. Dopo aver provato anche un bazooka (volevano sparare una granata contro l’auto blindata del magistrato ma rinunciarono perché si resero conto di non sapere usare quell’arma), aver pensato ad un’incursione nella piscina nella quale il magistrato nuotava per un paio d’ore due volte alla settimana ed infine aver collocato una borsa piena di esplosivo sulle rocce dell’Addaura nell’estate del  1989 (la borsa fu scoperta e i mafiosi fuggirono in barca), la decisione di uccidere Falcone sull’autostrada fu presa perché, dice Brusca, da quando si era trasferito a Roma era diventato abitudinario: ogni fine settimana scendeva a Palermo e faceva lo stesso tragitto. Anche se tecnicamente difficile, un attentato sull’autostrada poteva riuscire. Brusca cominciò a pensare all’esplosivo, che gli fu fornito da Giuseppe Modesto, un imprenditore che estraeva minerali dalle cave, che però era all’oscuro del suo utilizzo. Altro esplosivo arrivò per il tramite di Salvatore Biondino, che faceva parte del team mafioso.

I TELECOMANDI. Una cosa fu chiara subito. La bomba avrebbe dovuto esplodere senza possibilità di scampo per Falcone e la sua scorta. Un fallimento sarebbe stato non sopportabile per l’organizzazione criminale. Per questo motivo, una grande attenzione fu riservata agli aspetti tecnici. Così, insieme a Pietro Rampulla, l’artificiere, Brusca fece numerose prove di funzionamento di tutta una serie di radiocomandi, che collegati fra di loro, dovevano azionare alcuni flash fotografici. Gli apparecchi funzionavano.

IL TRITOLO. Arrivò il momento di riempire il tunnel sotto l’autostrada. Trecento chili di esplosivo furono stipati dentro dodici fustini da venticinque, più uno da trentacinque. Era un quantitativo enorme di tritolo che, una volta azionato, provocò una serie di esplosioni successive che sollevarono completamente il manto autostradale, in prossimità dell’uscita di Capaci e facendo saltare in aria le auto blindate. Incredibile ma vero. Brusca provò l’esplosivo in un paese vicino ad una cava, facendo saltare un pezzo di strada. Voleva vagliare le conseguenze.

L’ATTENTATUNI. Il giorno della strage, il commando si è ridotto di numero: gli uomini di Cosa nostra presenti sono, oltre a Giovanni Brusca, Gioacchino La Barbera, Antonino Gioè, Nino Troia, Giovanni Battaglia, Salvatore Biondino, più alcuni altri uomini di appoggio (i Gangi, proprietari di una macelleria proprio di fronte all’abitazione palermitana di Falcone, ai quali era affidato il compito di controllare i movimenti della scorta) e Giovanbattista Ferrante, che doveva controllare di persona che Falcone fosse realmente presente nella Croma blindata (Brusca temeva un falso Falcone per sviare gli attentatori). Poco prima delle 18, i macellai di Cosa nostra vedono arrivare il corteo; Brusca è pronto a premere il telecomando ma, d’improvviso, l’auto di Falcone rallenta (il magistrato alla guida ha, proprio in quel momento, staccato le chiavi dal cruscotto per passarle all’autista seduto dietro), lui anche attende qualche secondo e poi preme. Un boato enorme squarcia l’orizzonte, mentre tutti gli allarmi delle ville cominciano a suonare. L’auto di scorta che apre il corteo è investita in pieno; non c’è scampo per alcuno. Falcone e la moglie sono ancora vivi. Secondo Brusca, il magistrato sussurra ad un soccorritore che riferirà quelle parole allo zio Nino Gioè: «Se resto vivo, questa volta gliela faccio pagare…».

Fulvio Lo Cicero

Romano, laureato in Scienze politiche, pubblicista. Docente di economia politica, si occupa anche di fotografia. Ha pubblicato "Principi di economia politica" (Milano, 1992) e "Inquisitori ed eretici. Il demone della verità nella narrativa di Leonardo Sciascia" (Roma, 2005) 

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