Venerdì, 19 Settembre 2014 13:52

Referendum Scozia. Non fermiamoci alla superficie di un “no”

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ROMA - “Better together” (“Insieme è meglio”), su questo non c’è alcun dubbio. E a leggerlo così, avulso dal contesto, lo slogan degli unionisti nel referendum scozzese sembra anche molto di sinistra. Il guaio, come spiega “The Economist”, è che se in Scozia si è arrivati a chiamare in causa il popolo per chiedergli di decidere sull’indipendenza o meno dal Regno Unito, le ragioni devono essere ricercate soprattutto nei lunghi anni di governo della “Lady di ferro”.

Scrive, infatti, il settimanale: “Tra il 1979 e il 1981 la Scozia perse un quinto dei suoi posti di lavoro. Anche in questo caso, le vecchie città industriali del nord e del centro dell’Inghilterra attraversarono lo stesso declino. Molti scozzesi, però, si sentivano perseguitati, soprattutto perché la misura più impopolare della Thatcher, la poll tax (imposta sulle persone), fu introdotta prima in Scozia e solo in un secondo momento nel resto del Regno Unito. Il motivo è che in quel momento (era il 1989) in Scozia era previsto l’aumento di un’altra imposta, che però i tory avevano bloccato all’ultimo momento”. E aggiunge: “Il mito dei tory cattivi, distruttori di posti di lavoro e antiscozzesi si è ormai radicato. Soprattutto quando i conservatori sono al governo, per gli scozzesi le parole tory e inglese diventano sinonimi: esattamente come succede oggi”.

A tal proposito, è bene mettere subito in chiaro che anche noi eravamo a favore del no, ben sapendo quali rischi avrebbe comportato, non solo per la Scozia ma per la tenuta dell’intero tessuto sociale europeo, un’eventuale vittoria dei secessionisti; e per fortuna la saggezza e la razionalità, alla fine, hanno prevalso sulle spinte centrifughe e disgregatrici di chi proponeva l’indipendenza di un paese che mai si sarebbe potuto reggere sulle sue gambe nel contesto di un mondo globale. Tuttavia, ed è questo il punto sul quale è opportuno fermarsi riflettere per non commettere il drammatico errore di sottovalutare ciò che sta accadendo un po’ in tutta Europa, la percentuale di voti favorevoli all’indipendenza è risultata comunque altissima e in grado di fare scuola in paesi che danzano sull’orlo del baratro come la Spagna e l’Italia, dove non da oggi sono fortissime le pulsioni autonomiste delle regioni più ricche che si sentono vessate fiscalmente e frenate nel proprio percorso di crescita e sviluppo dalle inefficienze altrui e dalle imposizioni dello Stato centrale.

Perché è inutile parlare di comunità se, come nel caso del Regno Unito, è al governo una linea di pensiero che si fonda sui princìpi thatcheriani del “meno Stato” e della prevalenza dei singoli individui sul concetto stesso di società: se viene meno il valore della solidarietà, nessuna comunità può rimanere unita, tanto meno in tempi di crisi e recessione, fra aziende che chiudono e posti di lavoro che si perdono, milioni di giovani senza occupazione e debiti pubblici giunti oramai alle soglie dell’insostenibilità.

Questa volta a Cameron è andata bene e, tutto sommato, è andata bene anche ai labouristi perché, in caso di distacco della Scozia, il partito di Miliband non avrebbe avuto alcuna speranza di vincere le elezioni della prossima primavera; fatto sta che nella saggezza degli scozzesi sono contenuti due messaggi che entrambi i partiti, e anche i liberaldemocratici di Clegg, farebbero bene a non sottovalutare: a Cameron è stato detto chiaramente che il suo esecutivo liberista, euroscettico e attento unicamente alle esigenze finanziarie della “City” ha drammaticamente fallito; a Miliband che il Labour, al  momento, non costituisce un’alternativa all’altezza, per il semplice motivo che in questi anni ha fatto poco o nulla per contrastare lo strapotere degli speculatori che lucrano sui drammi e sul crescente impoverimento dei cittadini, che non è stato in grado di costruire un’alternativa credibile e che le scorie blairiane di cui ancora risente ampiamente lo hanno reso un non partito o, meglio, un partito in cerca di identità, sospeso a metà fra gli “anni ruggenti” della Terza via e le conseguenze del tragico fallimento di quell’esperimento che ha avuto, come unico risultato, quello di consegnare il Vecchio Continente nelle mani delle destre.

Non a caso, una delle dichiarazioni più amare rilasciate dagli ex elettori labouristi delusi che ora guardano con favore allo Scottish National Party del primo ministro scozzese Salmond (principale fautore dell’indipendenza), recita: “Non abbiamo mai abbandonato i labouristi, sono i labouristi che hanno abbandonato noi”. E magari avessero abbandonato solo gli attoniti cittadini scozzesi! Il vero guaio del Labour, blairiano e post-blairiano, è che ha abbandonato innanzitutto se stesso, la propria storia, le proprie tradizioni, le proprie radici popolari e, come dicevamo, la propria identità, trasformandosi prima in un partito di governo senza sinistra e poi in un partito senza sinistra e senza più nemmeno il governo, costretto ad affidarsi ad una classe dirigente povera di idee e totalmente priva di una visione e di un orizzonte cui tendere, incapace di esprimere quella passione, quell’entusiasmo, quella vitalità e quella tensione morale necessari per contrapporsi a una deriva apparentemente inarrestabile.

E poiché la sconfitta storica del Labour e dei valori ideologici e distintivi della sinistra è una costante in tutta Europa, quasi un tratto caratteristico di questa falsa modernità intrisa di contraddizioni, è bene non fermarsi alla superficie di un “no”, saggio ma momentaneo, e ricordarsi che Catalogna, lombardo-veneto, Paesi Baschi e crisi tra fiamminghi e valloni sono solo le spie più evidenti di un malessere generalizzato e destinato ad aggravarsi sempre di più se non avremo la lungimiranza di definire il thatcherismo e i suoi seguaci, vecchi e nuovi, per ciò che sono realmente, ossia una barbarie che genera solo divisioni, malessere e povertà.

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