Giovedì, 27 Novembre 2014 17:58

Legge elettorale. L’utopia del governo del fare

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ROMA - Ieri Renzi è salito “al Colle” per incontrare Napolitano. Al termine dell’incontro entrambi hanno pronunciato parole che a molti sono apparse alquanto formali. Ma nessuna di queste ha fornito una risposta plausibile all’unica vera domanda che tutti si ponevano: che cosa è salito a fare Renzi al Quirinale?

Appena ricevuto il proprio mandato, Renzi, fresco vincitore delle primarie del proprio partito, cominciò a fare promesse. Promesse a volte non richieste da nessuno come quella di ridurre il numero dei senatori. O come quella della riforma del fisco. O quella dell’eliminazione delle Province. O quella dei famosi “80 Euro” (compensati da aumenti di tasse e imposte che hanno fatto rimpiangere a molti il periodo in cui gli 80 Euro non c’erano). E molte altre ancora, tra cui l’unica veramente importante: la riforma elettorale.

Ebbene dopo quasi un anno di mandato, pare che, di tutte le promesse fatte da Renzi appena ricevuto da Napolitano l’incarico di salvare l’Italia, non sia rimasto granché. Non perché non siano state mantenute. Anzi al contrario: perché non si sa che fine abbiano fatto. E tanto meno si sa che fine ha fatto quella più importante: la riforma della legge elettorale, forse la più importante delle leggi da portare in Parlamento, visto che proprio il Parlamento è stato eletto con un sistema elettorale incostituzionale (e quindi tutto ciò che ne deriva, inclusa la scelta del Presidente della Repubblica e l’incarico da lui conferito di creare un governo, potrebbe essere ritenuto illegittimo).

Anzi, pare che non siano più chiari neanche i tempi per realizzare le promesse fatte da Renzi. Prima si parlava di “maggio”. Poi si disse che molte di queste sarebbero state completate “entro l’anno”. Infine si è parlato di “mille giorni”.

La realtà è che, esattamente come tutti gli ultimi governi che si sono succeduti (molti dei quali hanno ricevuto l’incarico dallo stesso Presidente), la situazione politica ed economica del Bel Paese è sì cambiata, ma in peggio. È aumentato il debito pubblico, è aumentato il deficit, è aumentato il carico fiscale, è diminuito il PIL (nonostante i tentativi di inserire entrate “potenziali” per calcolarlo, come prostituzione  e contrabbando, o di aumentare le entrate grazie alla produzione e trasformazioni di droghe), è aumentata la disoccupazione e il numero di impresecostrette a chiudere a causa della crisi, ma ormai non fa più notizia.

Da troppo tempo ormai, i governi che si sono avvicendati non hanno fatto altro che fare promesse (cominciò Berlusconi, seguito da Monti, da Letta e, ultimo ma non ultimo, Renzi) di una ripresa che dovrebbe cominciare “l’anno che verrà” (come cantava Dalla). Poi il tempo passa e di questa “ripresa” non si vede traccia.

Governi che, almeno fino ad oggi, sono riusciti a nascondere le proprie decisioni dietro l’alibi della “situazione di crisi contingente e temporanea” (come per Monti) o delle “larghe intese per fare le riforme necessarie a rilanciare l’Italia” (per Letta e Renzi). Governi che hanno tirato avanti a colpi di decreti legislativi (quasi come se il Parlamento non fosse in grado di legiferare). Ora, dopo anni di proclami e di promesse rimaste sulla carta e di accordi trasversali, pare che qualcosa si sia rotto: l’ultima votazione del decreto legislativo sull’ormai (tristemente) famoso Jobs Act è stata una sonora sconfitta per il governo. Anche se la Camera ha approvato la proposta del “governo del fare” (di fare cosa non si sa bene, visto che molto è stato demandato ai successivi decreti attuativi), ciò è stato possibile solo grazie alla rinuncia al voto (non “astensione” si badi bene, ma “abbandono dell’aula”) di molti deputati e onorevoli. Soggetti che al momento della votazione hanno deciso “onorevolmente” di rinunciare all’incarico demandato ricevuto dagli elettori (è per questo che li si chiama “deputati”) e hanno lasciato l’aula. Berlusconiani e grillini, vendoliani e leghisti, più un discreto numero di deputati del PD non hanno votato il Jobs Act. Persone che hanno rinunciato al proprio diritto/dovere di votare. Non una “trentina”, come hanno titolato i giornali, ma oltre duecento. Il decreto legislativo è stato approvato dalla Camera, ma solo perché l’aula era semivuota: i presenti in aula al momento del voto erano “solo” 327 (su un totale di 630).

Un segnale forte, forse ancora più eloquente di una bocciatura della misura. Un segnale che non poteva passare inosservato agli occhi del capo dello Stato che non ha perso tempo per incontrare il capo del governo. Una preoccupazione che il Quirinale non ha mancato di sottolineare nei comunicati ufficiali rilasciati al termine dell’incontro, dove si parla di un “possibile percorso condiviso” sulle riforme. “Un percorso che tiene conto di preoccupazioni delle diverse forze politiche, soprattutto per quanto riguarda il rapporto tra legislazione elettorale e riforme costituzionali”.

Parole come “possibile” e “legge elettorale” che dovrebbero suonare come un campanello d’allarme per il “governo del fare” e che pesano come macigni.

Parole che potrebbero significare anche un’altra una cosa: se, fino ad ora, a fare promesse è stato il capo del governo, dopo l’incontro dei giorni scorsi, a chiedere che vengano rispettate le tempistiche di certe riforme, potrebbe non essere più Renzi, ma direttamente il capo dello Stato (indipendentemente che si parli di dimissioni anticipate o no).

E quando il Presidente chiama vuol dire che la situazione potrebbe essere più grave di quanto si pensava …

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