Mercoledì, 29 Luglio 2015 11:26

I segreti del TTIP minacciano l’Europa

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Le opacità di un negoziato che procede grazie all’indifferenza di chi non ne viene messo a conoscenza. La supremazia del profitto delle multinazionali USA su welfare, consumatori e scelte politiche UE

TRIESTE - Il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP) è un accordo commerciale di libero scambio  che dal 2013 è in corso di negoziato tra l'Unione Europea e gli Stati Uniti d’America, proponendosi di rendere possibile la libera circolazione delle merci e di facilitare il flusso degli investimenti e l'accesso ai rispettivi mercati. L’obiettivo proposto è dunque quello di integrare i due mercati, regolamentandone quattro settori: merci, servizi, investimenti ed appalti pubblici.

L’accordo prevede l’eliminazione di tutti i dazi sugli scambi bilaterali di merci e l’applicazione di misure di salvaguardia «che consentano ad una qualsiasi delle parti di rimuovere, in parte o integralmente, le preferenze se l’aumento delle importazioni di un prodotto proveniente dall’altra parte arreca o minaccia di arrecare un grave pregiudizio alla sua industria nazionale». La liberalizzazione riguarda anche i servizi, «coprendo sostanzialmente tutti i settori», e gli appalti pubblici, consentendo alle aziende europee di partecipare a gare d’appalto statunitensi e viceversa. 

Poiché le leggi europee sono diverse da quelli degli Stati Uniti, a farne le spese potrebbero essere  i consumatori europei: nell’UE vige il principio di precauzione (la valutazione dei rischi di un prodotto precede la sua immissione sul mercato) mentre gli Stati Uniti procedono al contrario (la valutazione viene fatta a posteriori con la garanzia di indennizzo monetario per eventuali problemi legati al prodotto).

Una  delle questioni più controverse, il capitolo sugli investimenti e la loro tutela, ruota attorno all’inserimento della clausola ISDS (Investor-State Dispute Settlement), un meccanismo che prevede la possibilità per gli investitori di ricorrere a tribunali terzi in caso di violazione, da parte dello Stato destinatario dell’investimento estero, delle norme di diritto internazionale in materia di investimenti: in sostanza le grandi multinazionali potrebbero opporsi alle politiche sanitarie, ambientali, di pianificazione finanziaria o altro attivate nei singoli paesi reclamando interessi davanti a tribunali terzi, qualora la legislazione di quei singoli paesi riducesse la loro azione ed i loro futuri profitti. Ad essa collegata la questione degli OGM, l’uso di pesticidi, l’obbligo di etichettatura del cibo, l’uso del fracking per estrarre il gas e la protezione dei brevetti farmaceutici, ambiti nei quali la normativa europea offre oggi tutele maggiori.

Entusiastico il sostegno all’accordo del presidente del Consiglio Matteo Renzi che, lo scorso ottobre, in occasione di una giornata di dialogo sul TTIP organizzata dal vice ministro per lo Sviluppo Economico Carlo Calenda a Palazzo Colonna, a Roma, ha dichiarato che il Trattato ha «l’appoggio totale e incondizionato del governo» italiano e che «ogni giorno che passa è un giorno perso»; gli ha fatto eco Calenda che, dopo aver puntato il dito contro «chi ritiene che il TTIP sia un accordo fatto per le multinazionali, con l’obiettivo si abbassare gli standard di sicurezza sociali e regolamentari», ha salutato con favore la declassificazione del mandato per le trattative.

Già, declassificazione: perché sin dal loro avvio i negoziati sono stati accessibili solo ai gruppi di tecnici che se ne occupano, al governo degli Stati Uniti ed alla Commissione Europea, ammantati da una segretezza - in parte ancora praticata - che risulta essere uno dei maggiori punti di opposizione al Trattato, anche se in realtà il vero punto cruciale dell’accordo sono le regole, come ha confermato esplicitamente il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi: «il vero problema non sono le barriere tariffarie ma quelle regolamentari».

A suscitare prudenza verso la sottoscrizione dell’accordo le molte analogie con quel piano Marshall del secondo dopoguerra che, facendo leva sull’emergenza della ricostruzione ed infiltrando in Europa il modello economico finanziario americano, ha intrapreso un’opera di colonizzazione anche culturale del Vecchio Continente: con il TTIP si avrebbe la vittoria definitiva della peggiore delle interpretazioni del capitalismo, in cui il termine “mercato libero” andrebbe ad indicare una situazione dove le garanzie sociali ed economiche si dissolverebbero a vantaggio degli interessi dei poteri finanziari, consentendo alle multinazionali di depredare ciò che resta dell’economia europea.

Critica, a questo riguardo, la posizione di Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, che, relativamente all’accelerazione dei negoziati in occasione del G7 dello scorso giugno, ha avuto a dichiarare: «È vergognoso che Renzi sia stato zitto e abbia scelto di sottoscrivere la posizione degli altri Stati, senza dire nulla su un accordo che rischia di mettere a repentaglio la sovranità economica e politica dell’Italia, la sicurezza alimentare dei nostri prodotti di qualità e gli interessi strategici delle nostre imprese (..) Siamo davanti all’ennesima conferma della natura di questo Governo: fare gli interessi dei poteri forti e delle multinazionali e non quelli del popolo italiano».

In un suo articolo comparso a maggio 2015 su the Project Syndicate, l’economista e saggista statunitense Joseph Eugene Stiglitz, premio Nobel per l'economia   afferma che questi “accordi di libero scambio” oggi sono sempre più spesso considerati “partnership” in cui gli Usa dettano effettivamente i termini. Taliaccordi, secondo Stiglitz, vanno ben oltre il commercio, regolando gli investimenti e la proprietà intellettuale ed imponendo cambiamenti fondamentali nel quadro normativo, giudiziario e legale dei Paesi, senza il contributo od il supporto delle istituzioni democratiche. Lo scopo reale di tali misure è di ostacolare la salute, l’ambiente, la sicurezza, le norme finanziarie per proteggere l’economia ed i cittadini americani.

«La guerra moderna, fortemente tecnologica, mira ad eliminare il contatto umano: sganciare bombe da un’altezza di 15.000 metri permette di non sentire quello che si fa. La gestione economica moderna è simile: dalla lussuosa suite di un albergo si possono imporre con assoluta imperturbabilità politiche che distruggeranno la vita di molte persone, ma la cosa lascia tutti piuttosto indifferenti, perché nessuno le conosce» ha sintetizzato il premio Nobel.

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