Venerdì, 26 Febbraio 2016 07:30

Le unioni civili e una domenica d’inverno

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ROMA - “Sembra che abbia governato il PDL” ha asserito un soddisfatto Angelino Alfano a commento dei due anni di governo Renzi, e a noi vien voglia di rassicurarlo: caro Angelino, ha governato il PDL, anzi il Forza Italicum.

E sì perché da quando è stato estromesso da Palazzo Chigi quel noto “nemico del popolo” di Enrico Letta, la cui unica colpa, agli occhi degli allora criticissimi renziani, era quella di esser lento, cioè di non voler cedere a tutte le richieste irricevibili degli scomodi alleati di governo, da allora l’esecutivo ha preso a fare faville, riuscendo nell’impresa di realizzare in due anni tutti i sogni, compresi i più reconditi e inconfessabili, di Berlusconi.

E ha ragione Alfano ad esultare, lo capiamo e comprendiamo il suo giubilo. Quando gli ricapita l’occasione di smantellare l’articolo 18 e, di fatto, l’intero Statuto dei lavoratori, di varare una legge elettorale peggiorativa e ancora più incostituzionale dell’Italicum, di far colare cemento e impiantare trivelle in ogni angolo della Penisola, di distruggere la Costituzione fin nei suoi capisaldi (perché, di fatto, anche solo per le modalità con le quali la stanno “riformando”, lo spirito originario della Carta non esiste più), di ostacolare e rendere quasi impossibile il lavoro dei giudici e di trasformare la RAI in un’agenzia governativa, il tutto senza che venga convocata una manifestazione di protesta in stile Circo Massimo, senza che un grande giornale dica una parola, senza che il mondo intellettuale insorga, senza che l’opposizione abbia la minima forza di far sentire la sua voce, senza che un solo Capo dello Stato rimandi alle Camere o alzi un sopracciglio su uno solo di questi provvedimenti? Al suo posto, ci comporteremmo allo stesso modo; anzi, con, ogni probabilità, saremmo ancora più sfacciati nell’esibire la nostra contentezza, visto e considerato che le larghe intese sine die iniziate nel 2011 hanno condotto, previo Italicum, alla nascita di un partito unico degno erede di Forza Italia che ufficialmente si chiamerà Partito o Coalizione della Nazione ma che, a nostro giudizio, sarebbe più corretto definire Forza Italicum, in quanto trae dalla pessima legge elettorale di cui prima la sua vera fonte di legittimazione.

Strano Paese il nostro, in cui la coalizione che ha vinto le elezioni non ha ricevuto il mandato di presentarsi alle Camere, il movimento che è arrivato primo è stato escluso da tutto e trattato come un paria e il partito arrivato terzo, con oltre sei milioni di voti persi, per giunta sottoposto nel corso della legislatura a una miriade di scissioni, di fatto, detta legge.

Strano Paese il nostro, in cui un uomo che ha ricevuto i voti unicamente come sindaco di Firenze e segretario del PD, oggi non solo governa il Paese da due anni ma, di fatto, ha fondato un altro partito che non ha nulla a che vedere con la storia, la cultura, le tradizioni, gli ideali, i valori, le speranze e le prospettive di quello da cui proviene.

Strano Paese il nostro, in cui gli stessi che fino a una settimana fa si stracciavano le vesti e minacciavano fuoco e fiamme contro lo stralcio della stepchild adoption, ossia del sacrosanto diritto dei bambini figli di uno dei due coniugi omosessuali di essere riconosciuti anche dall’altro, cosa che peraltro costituisce una realtà ormai consolidata, come testimoniano le numerose famiglie arcobaleno presenti in Italia, oggi giungono alla parodia di se stessi, proponendo di abolire l’obbligo di fedeltà anche per le coppie etero, senza tenere conto del fatto che, mancando la sanzione per gli adulteri, quell’obbligo, a conti fatti, non esiste più da tempo.

Strano Paese il nostro, in cui una minoranza di senatori bigotti impone la propria volontà ai due terzi dell’Aula che, al contrario, sarebbero stati disponibili a votare l’intera legge Cirinnà, stepchild adoption compresa, senza fiducia e senza forzature inammissibili come il canguro.

Strano Paese il nostro, in cui la classe politica si lamenta sempre dell’invadenza dei giudici e dell’invasione di campo della magistratura, salvo poi varare un pateracchio mai visto, redatto così apposta per consentire a ciascuna forza della maggioranza di piantare una bandierina agli occhi dei propri residui elettori e a Verdini di votare la fiducia ed entrare sostanzialmente al governo, nella speranza che provvedano i giudici medesimi a ripristinare, attraverso le proprie sentenze, quell’articolo 5 senza il quale la legge sulle unioni civili è poco più che un brodino indigesto.

Strano Paese il nostro, in cui una legge approvata in prima lettura, dunque ancora destinata ad affrontare un lungo iter parlamentare, viene presentata come un passaggio storico, una rivoluzione, un miracolo mai riuscito prima a nessuno, in base al consueto storytelling renziano secondo cui “prima di me regnavano le tenebre e dopo di me il diluvio”.

E pazienza se tutto questo disastro è frutto di un’unica, amara considerazione, ossia che delle unioni civili, dei diritti e della dignità delle persone a questa classe politica, in realtà, importa poco o nulla, in quanto determinate battaglie non muovono soldi, non soddisfano clientele, non portano fama, non consentono di farsi amici i poteri forti e occulti e, al contrario, danno ombra a una parte delle gerarchie vaticane, sempre attente a negare i diritti altrui e assai più distratte quando si tratta di applicare quei princìpi evangelici cui fa riferimento un credente autentico e rispettoso dei diritti di tutti come papa Francesco.

E allora, per una sorta di riflesso pavloviano, a me viene in mente la tre giorni di Sinistra Italiana che si è svolta a Roma lo scorso fine settimana e alla quale domenica ha pensato bene di fare un salto anche Gianni Cuperlo.

Mi torna in mente perché conosco Gianni e so che in quel momento si è sentito a casa, a differenza di un’assemblea del PD nella quale è entrato come presidente, in quanto candidato sconfitto alle primarie, e oggi è al massimo un ospite sgradito, cui non viene negato il diritto di parola solo perché proprio non se ne può fare a meno e non conviene politicamente.

Al che, perdonatemi per la franchezza, ma non posso esimermi dal far presente a Cuperlo, come ai vari Bersani, Speranza, Gotor, Bindi e ad altre persone che stimo, che di fronte all’ingresso di Verdini in maggioranza e, probabilmente, al governo, cioè alla costituzione formale del Forza Italicum, non basta più un’intervista o un pensoso post su Facebook per conservare un minimo di dignità e di credibilità personale: occorre uno scatto d’orgoglio sotto forma di scissione, altrimenti si dà ragione a Renzi, il quale, sostengono i maligni, è intimamente convinto di avere a che fare con una serie di soggetti interessati unicamente alla propria poltrona, privi di idee, di autonomia intellettuale e del coraggio di difendere una visione del mondo, non possedendone alcuna.

Cuperlo sa che un personaggio del genere non può essere un difensore dei diritti, essendo un soggetto cui difetta paurosamente la coerenza e il cui governo si fonda esso stesso su un clamoroso voltafaccia e sul tradimento della parola data a un galantuomo.

Senza la sacrosanta e anzi tardiva scissione da un partito che ormai è tutt’altra cosa rispetto al soggetto politico che io stesso ho contribuito a fondare nell’ottobre del 2007, sappiano i nostri amici e compagni della minoranza dem che non passeranno alla storia solo come coloro che hanno votato pedissequamente una serie di provvedimenti più che discutibili, governando fianco a fianco con le stesse persone contro cui si erano scagliati per vent’anni, bensì, soprattutto, come coloro che hanno negato una rappresentanza sociale a milioni di persone, contribuendo a eternare il pensiero unico e a smantellare quel po’ che resta della democrazia.

 

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