Venerdì, 01 Aprile 2016 15:39

Caro Boccia, che non sia una Confindustria della Nazione

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ROMA - Capitano anche giornate così: giornate che il nostro amato premier Renzi vorrebbe dimenticare, anche se ovviamente farà finta di niente e, trovandosi a Washington al cospetto di Obama, manderà il messaggio a reti unificate che il caso Guidi è chiuso e che lui ha cose più importanti delle quali occuparsi.

Peccato che non sia vero e che il primo a saperlo sia proprio lui: inadeguato sì, stupido no, per nulla, come non sono affatto stupidi i suoi collaboratori più fidati.

Ricordate Berlusconi? Ogni volta che scoppiava uno scandalo legato a membri del suo governo o che un qualunque tribunale della Penisola gli fissava un’udienza per uno dei suoi innumerevoli processi, l’ex sire di Arcore si inventava un’urgenza da risolvere: che si trattasse dei rifiuti a Napoli, accanto all’amico Bertolaso, o del terremoto dell’Aquila, sempre accanto a Bertolaso, di un viaggio all’estero, di una missione internazionale o di un incontro con qualche presidente, compreso un discreto numero di tiranni e dittatorelli da strapazzo, fatto sta che il nostro non aveva tempo per occuparsi delle quisquilie delle quali davano conto i giornali e le televisioni di mezzo mondo.

Ebbene, Renzi fa lo stesso. Lui la faccia ce la mette solo se può commentare un trionfo, se il PIL aumenta, se i dati ISTAT sono incoraggianti, se dall’Europa gli arriva qualche buona notizia o se il PD raggiunge la vetta del 40,8 per cento; poiché ormai il suo esecutivo è logoro, azzoppato dalle inchieste giudiziarie e con il fiato corto, Matteo Renzi si diverte ad andare in giro con il suo mega-aereo, acquistato con soldi dei contribuenti appositamente per dar lustro alla sua epopea immaginaria e auto-convincersi di essere l’uomo che l’Italia aspettava dai tempi di Cavour.

Naturalmente, non è vero niente: Renzi è un premier inadatto, un leader di partito al quale del partito che dovrebbe dirigere importa poco o nulla, tanto che le direzioni altro non sono che show in streaming realizzati apposta per umiliare la minoranza e nascondere all’opinione pubblica il fatto che le decisioni che contano vengono prese tutte altrove, e un politico innamorato del potere e di se stesso, ossia l’antitesi di uno statista.

Capita, in giornate così, che all’eroe di Rignano sull’Arno non ne vada bene una, in quanto il suo ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, è costretto alle dimissioni a causa di un macroscopico conflitto d’interessi, svelato dalle intercettazioni telefoniche in merito a una brutta storia di petrolio e trivelle che coinvolge, guarda caso, il suo compagno; la sua pupilla, la Boschi, è colei che ha autorizzato l’emendamento del governo pro-Guidi e compagno e la prima è costretta a dimettersi per evitare che venga messa ulteriormente in discussione la seconda, ossia l’architrave dell’esecutivo.

E capita, sfortuna delle sfortune, che in tutto questo gioco di petrolio, trivelle, affari e conflitti d’interessi, il presidente dell’ENI, Emma Marcegaglia (presidente di Confindustria ai tempi in cui la Guidi era presidente dei Giovani imprenditori), faccia la differenza nell’elezione della nuova guida dell’associazione degli industriali, tal Vincenzo Boccia, imprenditore nel ramo delle arti grafiche e, stando ad autorevoli voci di corridoio, candidato prediletto del premier e degli ambienti governativi.

Ora, posto che né la Marcegaglia né Boccia hanno nulla a che vedere con la triste vicenda che ha costretto la Guidi alle dimissioni, resta il fatto che al povero successore di Squinzi è toccato in sorte di essere eletto, peraltro con un margine esiguo sul rivale Vacchi, proprio nel giorno in cui il governo nel quale sia lui che la Marcegaglia si riconoscono ha subito una pesante battuta d’arresto. Non solo: essendo Boccia il candidato di sistema, contro il corsaro emiliano che non disdegna di sedersi al tavolo con Landini, emerge l’immagine di una Confindustria eccessivamente adagiata su un esecutivo che sì, la rappresenta egregiamente ma forse non è più il miglior compagno d’avventura possibile, come ha fatto capire fra le righe un Montezemolo (sostenitore di Vacchi) mai così arrabbiato per la scelta compiuta dai colleghi.

Perché diciamocelo chiaramente: non è che Montezemolo sia diventato improvvisamente il “compagno Luca” né il suo candidato è una riedizione di Olivetti; fatto sta che entrambi vorrebbero una Confindustria più autonoma e con lo sguardo rivolto al futuro, proiettata sul mondo, sulle nuove frontiere tecnologiche e su relazioni industriali che, per forza di cose, nei prossimi anni diventeranno europee ed intercontinentali, dicendo addio a una Confindustria vecchio stampo che, di fatto, guarda al passato, ai gloriosi tempi in cui la faceva da padrone l’industria di Stato (proprio mentre Telecom passa in mani francesi, per dire) ed era lecito pensare di poter andare avanti a colpi di patti di sindacato e reciproci ammiccamenti.

Con tutto il rispetto per Boccia e per i suoi sponsor Abete e Marcegaglia, la “Confindustria della Nazione” che auspica Renzi è destinata a diventare presto marginale e ininfluente; pertanto, confidiamo nella sincerità del suo nuovo presidente quando asserisce che: “Dobbiamo rilanciare la vocazione industriale, affrontando le leve di competitività: le relazioni industriali, con la facoltà di derogare al contratto nazionale; una politica del credito che supporti le imprese nei processi di investimento; le riforme statali: se il governo continuerà a essere un fattore di modernizzazione avrà il nostro sostegno, se rallenterà la spinta sentirà il disaccordo”. Ci auguriamo, caro Boccia, che lo avverta quanto prima: non per anti-renzismo viscerale e pregiudiziale ma perché, al netto delle cose che a lei vanno benissimo e a noi fanno venire l’orticaria, la spinta propulsiva di questo governo si è esaurita da almeno un anno, ossia da quando il suo capo ha pensato bene di cominciare a ritenersi onnipotente.

Questa è, infatti, la caratteristica principale del renzismo dopo due anni di governo: un sentimento di onnipotenza sprezzante misto a una drammatica impreparazione e a un familismo che negli ultimi mesi ha toccato l’apice, le cui conseguenze hanno portato a mettere pesantemente in discussione i ministri simbolo dei due referendum per i quali saremo chiamati alle urne.

Capita, difatti, in giornatacce come quella di ieri che il ministro dello Sviluppo economico sia costretto alla resa a causa di un affare petrolifero, proprio a due settimane da un referendum sulle trivelle nel Mar Adriatico previste dallo Sblocca Italia del 2014 che il premier teme al punto da averlo posizionato in un’anonima domenica d’aprile, nella speranza di far fallire il quorum. Ora c’è il rischio che la portata mediatica del caso Guidi riaccenda l’interesse generale sulla questione ambientale, peraltro molto sentita dalla popolazione, al netto della disinformazione messa in atto in tutti i modi, e che il 17 aprile il referendum raggiunga il quorum, cioè vincano i sì e venga rottamato uno dei provvedimenti cardine di questo governo.

E poi, come detto, c’è il volto mediatico del renzismo: “Maria Elena”, per dirla con la Guidi, la quale ha apposto la propria firma sulla madre di tutte le riforme e le battaglie, cioè lo smantellamento di fatto della Costituzione e la riduzione del Senato a un dopolavoro per consiglieri regionali in gita premio. E come se non bastassero le vicende di Banca Etruria, le mozioni di sfiducia presentate dai 5 Stelle e dalla Lega e le indagini sul babbo, adesso ci si mette pure la telefonata della Guidi a inguaiare l’alter ego di Renzi, inducendo i maligni a pensare che questo governo sia schiacciato dal peso dei numerosi conflitti d’interessi che lo caratterizzano.

Al che, vien da porsi una domanda che nessuno si è ancora posto: scusate, ma possiamo andare avanti con un esecutivo che in tre ore vede mettere in discussione due ministri chiave, di cui uno, costretto alle dimissioni, si occupava di quello sviluppo economico per il quale il premier si è recato in America con due giorni d’anticipo per andare a fare il commesso viaggiatore e a propagandare il marchio Italia, cioè se stesso, oltreoceano?

Si può credere, anche solo lontanamente, che sia stabile un esecutivo che in tre ore, in pratica, si sgretola sotto i colpi di un’inchiesta giudiziaria che lo travolge benché nessuno dei suoi componenti sia indagato?

E, cara minoranza dem, ha senso attendere il congresso per dire con franchezza che la ricreazione è durata abbastanza, che quest’esperienza politica sta conducendo il Paese nel baratro, che siamo oltre il livello di guardia, che il tessuto economico e sociale è sfibrato (i dati ISTAT di oggi sull'occupazione parlano chiaro e sono inquietanti) e che questo gruppo di amici toscani farebbe meglio a ritrovarsi al bar per una sana bevuta e una gustosa mangiata anziché continuare ad occuparsi di se stesso e dei propri affari all’interno delle istituzioni?

Si può essere stabili e credibili nel mondo quando in un pomeriggio saltano tutti gli equilibri e succede un fatto clamoroso che potrebbe addirittura segnare l’inizio del declino di questa compagine?

Capita tutto questo in un giorno di fine marzo, e l’auspicio è che almeno il presidente di Confindustria punti, in primo luogo, a ricompattare la sua organizzazione e, in secondo luogo, a rendersi pienamente autonomo, nel giudizio e nell’azione, da un universo di potere che comincia a dare segni di cedimento.

Infine, ma qui il compito spetta alla politica, sarebbe ora di costruire un’alternativa credibile e far sì che gli amici toscani possano andarsi a divertire al bar senza che la Nazione debba accusare un clamoroso vuoto di potere o nuove edizioni di queste larghe intese all’amatriciana che palesemente non funzionano. 

Ah scusate, già che ci siamo: lasciatemi ricordare anche che proprio in questi giorni è uscito un bellissimo film di David Grieco dal titolo “La Macchinazione”. Racconta gli ultimi cento giorni di vita di Pier Paolo Pasolini, il quale, almeno questa è la tesi del film, venne assassinato, nel ’75, perché stava scrivendo un libro di denuncia intitolato “Petrolio”, nel quale stava rivelando tutti gli intrecci perversi fra politica e affari che da sempre impediscono a questo Paese di spiccare il volo. Un’altra coincidenza, certo, a dimostrazione che la dea fortuna sembra aver voltato definitivamente le spalle a uno degli uomini politici che maggiormente ha beneficiato della sua protezione.

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