Mercoledì, 24 Agosto 2016 17:03

Intervista a Julian Assange dopo quattro anni di isolamento

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Parte prima - Traduzione di Gianni Tarquini e Nadia Angelucci

OP – Cos’è cambiato in questi anni? Sia personalmente che a livello intellettuale cosa hai potuto sperimentare?

JA – Sono stato un detenuto politico in Gran Bretagna per 6 anni. Prima in una prigione di alta sicurezza e in isolamento, poi sotto i domiciliari, negli ultimi 4 anni, qui nell’Ambasciata ecuadoriana a Londra. Durante tutto il tempo sono stato vigilato da forze di sicurezza che hanno circondato l’Ambasciata. La Gran Bretagna ha speso più di 20 milioni di dollari per mantenere questa operazione in piedi, una somma scandalosa. Le circostanze fisiche della mia situazione sono molto particolari. Così come molte persone prive di libertà sono riuscito a sopportare questa situazione proiettando la mia mente al di fuori della realtà quotidiana nella quale mi trovo. Fortunatamente, come editore di WikiLeaks il mio lavoro è estremamente interessante. Anche soltanto le attività indirizzate a proteggere la pubblicazione degli attacchi dei potenti è un’attività intensa che concentra la maggior parte delle mie energie. Abbiamo pubblicato molti documenti durante il mio soggiorno in Ambasciata, ho anche scritto e pubblicato 3 libri e ho avuto conversazioni con vari pensatori e scienziati tra i più interessanti al giorno d’oggi. Molti di questi sono diventati miei amici: tra glia altri Noam Chomsky, Slavoj Zizek, Ignacio Ramonet. Queste persone non hanno solo mantenuto viva la mia mente, mi hanno anche mostrato una profonda solidarietà a livello personale e anche nei confronti dell’Ecuador.

OP- E qual è stato il comportamento della Gran Bretagna in questo periodo?

JA- è stato mantenuto un livello estremo di vigilanza nei dintorni dell’Ambasciata, con risorse dedicate e polizia per ventiquattro ore al giorno. Inoltre è in atto un’operazione di vigilanza occulta che la stessa Gran Bretagna ha confermato. Se analizziamo con attenzione la spesa, e questa è solo un’approssimazione, ci sono differenti voci per il costo di questo lavoro. In primo luogo la parte visibile, i poliziotti, l’operazione occulta e oltre a questo, quella di vigilanza elettronica. Solamente nella parte che si svolge alla luce del sole la polizia impiega una cifra annuale che equivale al salario a tempo pieno di 154 poliziotti ogni anno. Si spendono, approssimativamente, 6 milioni di dollari e impiegano 154 poliziotti per controllarmi. Hanno anche cercato di installare strumenti di vigilanza dentro la stessa struttura diplomatica, hanno cercato di hackerare tanto l’Ambasciatore come il Ministro degli Esteri. Sono state installate sofisticate telecamere, con visione notturna, che puntano verso la sede diplomatica, antenne di ricezione negli edifici vicini e aree di vigilanza sia nel piano di sopra che in quello di sotto dell’Ambasciata. Malgrado tutto questo, WikiLeaks non ha smesso di pubblicare.

OP-C’è una contraddizione tra l’essere un rifugiato politico e continuare a pubblicare ed esternare le tue opinioni sulla situazione politica di altri paesi?

JA- No, queste affermazioni sono errate. Il mio status di rifugiato politico in una Ambasciata mi impedisce di interferire nelle questioni interne del paese in cui questa sede diplomatica si trova. In questo caso la Gran Bretagna. Questa disposizione esiste per evitare che i rifugiati politici utilizzino le sedi delle Ambasciate dove hanno trovato rifugio per pianificare colpi di stato. D’altro canto, lo Stato che deve assegnare il salvacondotto per un rifugiato politico non lo darebbe. Durante il mio asilo non ho interferito con richiami alla violenza e al disordine sociale in Gran Bretagna. Non so i motivi per i quali c’è una specie di campagna di disinformazione che è circolata nei mezzi di comunicazione dell’Ecuador e nonostante in questo momento io non possa avere il tempo necessario per mettermi a smentire le inesatte informazioni sulla mia persona, sullle mie azioni e WikiLeaks, probabilmente dovrò trovare il tempo per farlo più spesso. È importante pubblicare giornalismo rigoroso e scientifico. C’è stato, per esempio, un commento pubblicato che citava una Convenzione di parecchi anni fa, del 1939, però questo documento non è la base giuridica sulla quale mi è stato assegnato lo status di asilo politico, in realtà è stata la Convenzione di Caracas del 1954 che è completamente chiara al riguardo, è pubblicata nel sito della OEA (Organizzazione Stati Americani), chiunque può leggerla ed è posteriore alla citata Convenzione di Montevideo. Il mio asilo è stato assegnato per proteggermi dalla persecuzione politica conseguente al mio lavoro e alle mie pubblicazioni su informazioni sensibili, di interesse pubblico, e per esercitare il mio diritto alla libertà di espressione. Sarebbe una totale contraddizione se fosse ristretto questo diritto. Non aiuta affatto i mezzi di comunicazione commerciali dell’Ecuador né la libertà di stampa il cercare di mettere a tacere il mio diritto a pubblicare la verità. Tutti i giornalisti dovrebbero opporsi a questo. Alcuni, discutendo il tema, forse stanno semplicemente cercando di attaccare il Governo dell’Ecuador, altri sono stati stretti collaboratori del governo degli Stati Uniti. Ma fondamentalmente credo che ci si riferisca in maniera equivoca ad una Convenzione che non è rilevante per il mio caso. Inoltre in alcuni casi vengono pubblicate bugie e attacchi personali nei miei confronti, indicando, senza averne le prove, che io starei hackerando dall’Ambasciata ecuadoriana di Londra. Questo è completamente falso. WikiLeaks è un mezzo di pubblicazione e io sono un giornalista che ha vinto numerosi premi, incluso il più importante riconoscimento per un giornalista nel mio paese, l’Australia. Le fonti di WikiLeaks sono diverse, vanno dagli informatori e fonti dirette dentro le stesse istituzioni fino ad hacktivisti, questa è una certezza. Ma l’organizzazione come tale non fa hackeraggio per ottenere queste informazioni, né chiede ad altri di farlo. Lavoriamo come qualsiasi organizzazione giornalista, otteniamo informazioni da fonti, le analizziamo e le pubblichiamo.

OP- rispetto alle informazioni ottenute recentemente, potrebbe commentare quanto scritto sul Partito Democratico degli Stati Uniti?

JA- Certo, sono state pubblicazioni di cui andiamo molto orgogliosi. Hanno rivelato come Debbie Wassermann Schultz, presidente del comitato nazionale del Partito Democratico, abbia cercato di manipolare il processo di nomina per assicurarsi che Bernie Sanders perdesse. Includono, per esempio, una istruzione occulta al capo della comunicazione del Partito Democratico affinché pubblicasse storie nella stampa (corrotta e collaborativa per questo fine) secondo cui i simpatizzanti di Bernie Sanders sarebbero invischiati in attività violente. Questo è estremamente grave. Inoltre hanno rivelato informazioni sulle fonti di finanziamento del Partito Democratico, che usa alcune strutture finanziarie per aggirare le leggi sul finanziamento ai partiti politici e assicurare così che i fondi arrivassero a Hillary Clinton invece che a Sanders, con trucchi finanziari occulti. Come risultato delle nostre pubblicazioni, i quattro quadri più alti del partito, inclusa la Presidente, hanno dovuto rinunciare ai loro posti. Il risultato, per WikiLeaks, è stato un incremento di popolarità negli Stati Uniti del 27%.

OP – Ci sono critiche che sostengono che WikiLeaks cerca di danneggiare il Partito Democratico statunitense, come risponde a questo?

JA - Sono critiche senza sostanza. Abbiamo pubblicato informazioni simili sul Partito Repubblicano e, prima del mio periodo qui in Ambasciata, ho pubblicato cose anche sul Partito di estrema destra della Gran Bretagna. La risposta della campagna politica di Hillary Clinton cerca di distrarre l’opinione pubblica, spostando l’attenzione dalle pubblicazioni che rivelano le sue discutibili azioni.

OP – Ha paura di una vendetta da parte di Hillary Clinton se sarà eletta?

JA – Il risultato è già chiaro, secondo gli analisti politici nordamericani, Hillary Clinton sarà la Presidente. Como ho già detto in altre interviste, entrambi i candidati, sia lei che Donald Trump, sono un disastro per il loro paese e per il resto del mondo. Perché dico questo? Le dichiarazioni di Donald Trump parlano da sole. Però Hillary Clinton è considerevolmente una figura più pericolosa di quanto non lo sia stato Barack Obama. Per esempio non solamente appoggia la maggior parte della vendita di armi degli USA ad altri paesi, per alimentare guerre, ma in più ha liderato l’invasione e la distruzione della Libia. Inoltre è a capo del TPP (Accordo di Partenariato TransPacifico), di cui diversi paesi latinoamericani fanno parte. Ha appoggiato il colpo di stato in Honduras, la guerra in Irak, l’intervento e l’armamento dei jiadisti in Siria, l’interferenza nei fatti interni di Haiti. E’ amica di Henry Kissinger e delle più grandi multinazionali nordamericane. La cosa più rilevante, per me, è che Hillary Clinton ha agglutinato nello stesso partito i neocolonialisti repubblicani, come Robert Kagan e William Kristol, con i neoliberali. Così neoliberali e neoconservatori si ritrovano uniti. Gli imperialisti espansionisti credono che la Clinton sia compatibile con la loro visione del mondo.

OP – A che punto è il caso contro di lei negli Stati Uniti?

JA – Il 5 febbraio di quest’anno le Nazioni Unite hanno determinato che Svezia e Gran Bretagna mi hanno detenuto in forma arbitraria e illegale dal dicembre del 2010. Prima in prigione, poi agli arresti domiciliari e infine il tempo trascorso nell’Ambasciata ecuadoriana. E’ stato ordinato l’immediato ristabilimento della mia libertà, così come il pagamento dei danni di cui sono stato vittima. Gran Bretagna e Svezia sfidano la decisione delle Nazioni Unite, così come è accaduto quando, nel passato, fu invaso l’Irak. I due paesi sono coinvolti inoltre in altri atti illegali, commessi in collaborazione con la CIA, come la cattura, il sequestro e l’incarceramento di persone trasportate in luoghi come la prigione di Guantanamo. Coloro che frequentemente inseriscono la Svezia tra i paesi con un sistema di giustizia esemplare non sono al corrente del suo comportamento. Tuttavia, la pressione politica all’interno del Sistema delle Nazioni Unite e nel Consiglio per i Diritti Umani è in aumento affinché si cessino di violare diritti riconosciuti e dichiarati. Rispetto al caso degli Stati Uniti, le indagini contro di me continuano e quest’anno sono stati aggiunti numerosi fascicoli  con nuove “prove” per il processo da parte del FBI. Una delle mie supposte fonti, Chelsea Manning, è stata sottoposta a trattamenti inumani e degradanti che equivalgono alla tortura, questo è stato dichiarato sia dall’ONU che da Corti locali. Dopodiché Chelsea ha ricevuto una sentenza definitiva a 35 anni di prigione. La cosa più importante, adesso, è che i paesi latinoamericani facciano pressione affinché si renda effettiva la decisione dell’ONU.

OP – Perché è così importante che si esegua la decisione dell’ONU per Svezia e Gran Bretagna?

JA – Il Gruppo sulle Detenzioni arbitrarie dell’ONU è la più alta autorità mondiale a livello di diritti umani, e ha il potere di determinare se una persona è stata arrestata arbitrariamente o no. La sfida alla decisione dell’ONU, sia da parte della Svezia che della Gran Bretagna, non è sostenibile a lungo termine e i due paesi stanno pagando un prezzo alto, sia a livello diplomatico che nella reputazione per non aderire alla decisione delle Nazioni Unite. Dobbiamo comprendere meglio la portata della vittoria senza precedenti che questa decisione costituisce. Una persona rinchiusa in un’Ambasciata per 4 anni, senza poter vedere la luce del sole, si è opposta legalmente per 18 mesi a 2 Stati occidentali potenti, Gran Bretagna e Svezia, che hanno volontariamente partecipato al processo. Basicamente, io ho presentato i miei argomenti, loro le risposte e hanno perso il processo. Normalmente, questi meccanismi di diritti umani, sentenziano a favore degli Stati occidentali, ma questo è un esempio che mostra che è possibile, per un individuo, combattere gli abusi dello Stato e vincere davanti alle Nazioni Unite. Lo stesso ex Presidente del Gruppo di lavoro dell’ONU, Mads Addenas, ha sottolineato che gli USA hanno esercitato delle pressioni sui membri del Gruppo perché la sentenza fosse a mio sfavore. Ma questa azione gli si è ritorta contro. Ha dimostrato ai membri del Gruppo come essi fossero coinvolti in un attacco sistematico e coordinato ai miei diritti. 

OP – Come può la Comunità internazionale sostenerla?

JA – Appoggiando i processi che stiamo portando avanti davanti alle Nazioni Unite

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OP – Chi le manca di più? Ha il sostegno della sua famiglia?

JA – Anche se non vorrei dare alle agenzie di intelligence che spiano l’Ambasciata il piacere di conoscere dettagli personali, mi manca moltissimo la mia famiglia. Tutti, specialmente i miei figli più piccoli, stanno pagando un prezzo molto alto. Non vivono in Gran Bretagna e, a causa dell’intenso livello di vigilanza dell’Ambasciata, non possono farmi visita ne possiamo avere comunicazioni private al telefono in cui poter esprimere i nostri sentimenti, perché sappiamo che i nostri contatti sono ascoltati dal Governo britannico. Mi sto perdendo i loro compleanni, non posso essere vicino a mio padre malato, non ho potuto essere presente quando è morto mio nonno. Nessuno potrà restituire o ripagare il tempo perduto, per loro e per me.

OP – Cosa le piace maggiormente dell’Ecuador?

JA – Più che altro la solidarietà, l’amicizia e il calore umano. Anche se alcuni giornalisti e tabloid, che non sono mai entrati in questo edificio riportano falsamente che vivo circondato dal lusso, la verità è che occupo un piccolo spazio nell’Ambasciata nel quale lavoro ai miei libri e alle pubblicazioni. L’Ambasciata è uno spazio piccolo e austero ma si è trasformato anche in un luogo in cui la solidarietà si vive quotidianamente. Sia il personale dell’Ambasciata, così come i miei numerosi amici ecuadoriani, che ho conosciuto durante questi 4 anni, hanno dimostrato solidarietà e ospitalità che è ciò per cui ringrazio l’Ecuador.

OP – Quando sarà in libertà verrà in Ecuador?

JA – Certamente.

OP – Quale sarà il primo luogo che visiterà?

JA – La prima cosa che farei sarebbe visitare il Presidente Rafael Correa. Ho conosciuto i suoi Ministri degli Esteri ma mai lui. Mi piacerebbe stringergli la mano per ringraziarlo per l’asilo e la protezione. Vorrei anche continuare le nostre conversazioni e scambiare giudizi e criteri sulla riforma dei mezzi di comunicazione, il futuro dell’economia, i cambiamenti in America latina. Vorrei anche visitare la Capilla del Hombre. Il mio avvocato americano e un amico molto vicino, Michael Ratner, Direttore del Centro Diritti Costituzionali di New York, scomparso recentemente, era un grande ammiratore dell’opera di Guayasamin (ndt il maggiore pittore ecuadoriano, famoso in tutto il Continente, autore della Capilla del Hombre di Quito) e mi ha spiegato come, nella Capilla, attraverso la sua opera si può venire a conoscenza della lotta latinoamericana contro l’imperialismo. Poi penso di visitare tutte le regioni del paese, specialmente quelle colpite dal terremoto, per aiutare come posso. Spero di poter essere lì presto.

Orlando Pérez

Direttore del quotidiano ecuadoriano El Telégrafo e scrittore

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