Martedì, 27 Giugno 2017 15:41

Raggi (o colpi) di sole: dalla funivia alla Formula Uno

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A Roma, passano i millenni, ma non cambia mai nulla. Una volta c’erano i Sette Re di Roma (di recente, un ottavo è il giocatore più  popolare, ieri Falcao, oggi Totti). Oggi ci sono i Tre Sindaci di Roma. Come i personaggi di Italo Calvino: il Barone Rampante (Beppe Grillo), il Cavaliere Inesistente (Davide Casaleggio) il Visconte dimezzato (Virginia Raggi), Come i Sette Re, anche loro sono destinati ad entrare nel mito. Sarà vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza. 

Un triumvirato (in verità due uomini e una donna) non previsto da nessuna legge scritta, ma che rientra nell’avvicendamento della storia: sotto lo Stato Pontificio c’era il senatore governatore, sotto il Regno d’Italia il sindaco, sotto il fascismo il podestà, con la Repubblica di nuovo  il mono-sindaco: l’ultimo è stato Ignazio Marino, quello che parcheggiava in divieto di sosta  e non pagava le contravvenzioni.

Perché oggi la Capitale Roma ha un sindaco Uno e Trino? Lo hanno voluto i romani? Non è andata così: gli elettori hanno scelto la Vergine Cuccia (per dirla con il Parini) perché  faceva tenerezza, così ingenua, così inesperta, bastava insegnarle qualche cosa e avrebbe subito imparato. A pensarla così è stato per primo Grillo, lui che in mancanza dei diritti civili perduti per una grave condanna penale non può fare neanche il vigile urbano,  si è autonominato Sindaco sul campo e ha preso il potere, senza nemmeno preoccuparsi di darlo troppo a vedere.  E Virginia, sciolti i lunghi capelli come una vestale al tempo dei Sette Re, ha dovuto chinare il capo e obbedire.  

Ma anche Grillo è stato assediato: il milanese  Davide Casaleggio, l’ideologo  figlio dell’ideologo del movimento che oggi punta al governo dell’Italia intera, non solo di Roma, ha continuato l’opera del padre, immaturamente uscito di scena (e poi si diceva tanto  del nepotismo dei Papi!) e solca il cielo del Campidoglio come un uccello rapace. A lui Stefano Disegni, il  geniale vignettista che onora il proprio cognome con strisce esilaranti su 7 (come lo sono spesso  le vignette di Giannelli sul Corriere della sera) fa dire in romanesco: “A furia di correre a Roma  a fare il sindaco quando la Raggi piange ho preso un po’ d’accento perché quella senza un input ogni 48 ore  me s’addorme”. 

Vaso di coccio fra quei  due vasi di ferro, il sindaco donna con la fascia tricolore attraverso l’esile petto, non ha molto spazio d’azione. E ricorre alla fantasia. Le sue trovate sono impagabili, come le sue ordinanze sono inattuabili: Troppi zingari? “Aboliamo i campi nomadi”. Le strade di Roma sono tutt’una buca?  “Andate più piano, a 30 km. all’ora”. Il traffico è caotico? “Costruirò una funivia che attraversi il centro a quota elicottero”. Il nuovo stadio della Roma è troppo invadente? “Riduciamo il progetto iniziale: niente  grattacieli, niente nuovi ponti sul Tevere, anche la porta della Roma si può fare più piccola”. Gli scavi della Metro C hanno portato alla luce l’ennesimo sito archeologico di eccezionale importanza? “Spostiamo tutti i reperti nella più vicina stazione e ne facciamo un museo”. I turisti si lavano i piedi nelle fontane storiche? “E io faccio chiudere l’acqua che esce dai “nasoni” (le tipiche fontanelle romane di ghisa n.d.r.)

Appena eletta la  sindaca tricolore disse no alle Olimpiadi a Roma. Oggi ci ha ripensato ed ha approvato il progetto di portare sulle strade di Roma nientemeno che  bolidi della formula uno: in novembre fra i palazzi dell’Eur sfrecceranno le monoposto a trazione elettrica, la prima gara al mondo del genere che ha lo scopo manifesto di promuovere la diffusione dei motori elettrici sulle automobili  che ancora si  ostinano ad andare a benzina o a  gasolio. Uno spottone pubblicitario che nemmeno a Grillo e a Casaleggio era venuto in mente. Sempre che siano d’accordo. Altrimenti alla Raggi, prima o poi staccano, la spina ( e non solo quella delle monoposto a trazione elettrica).

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