Venerdì, 14 Luglio 2017 15:20

10 ottimi motivi per cui chi lavora in Italia non dovrebbe investire neanche un centesimo nel nostro Paese

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Conosco già l’obiezione principale, ma come si fa ad invitare gli italiani ad investire all’estero, cosa succederebbe se lo facessero tutti? Risolviamo quindi, per prima cosa, questa obiezione. 

Innanzitutto vale la pena di ricordare che ad ogni persona che lavora in Italia è concessa la facoltà di scegliere dove investire i propri risparmi, ciò dà ai cittadini un grosso potere contrattuale, se gli intermediari vi offrono prodotti ad alto costo e basso rendimento andatevene.  Se tanti italiani, ad esempio, valutassero i PIR di recente introduzione un pessimo affare e pochi o nessuno li sottoscrivesse si creerebbe la spinta ad offrire condizioni migliori, o a fare lobbing da parte degli intermediari per renderli obbligatori.

Anche alle imprese italiane è offerta la medesima possibilità, solo più in grande, con effetti maggiori, per motivazioni meno degne di tutela rispetto alla difesa del risparmio individuale e con maggiori danni sul bilancio del nostro Paese. Ad esempio se un’azienda esistente solo grazie a miliardi di sovvenzioni dirette e indirette da parte dello Stato italiano decide di spostare la sede a Londra o a Amsterdam, allo scopo principale di pagare meno tasse, sarebbe tutto regolare mentre se un addetto al D9 in una cava di pietre investe in Irlanda o in Bulgaria 15mila euro di liquidazione è uno scandalo, una minaccia al Paese? 

Ma cosa succederebbe se lo facessero in tanti? Il Paese sarebbe costretto a reagire e non essendo prevedibili, al momento, limitazioni alla mobilità dei capitali, dovrebbe reagire offrendo prodotti finanziari migliori ed a costi inferiori, il che non mi appare un grande danno.

Ed ecco, suppergiù in ordine di importanza, i 10 ottimi motivi per cui chi lavora in Italia non dovrebbe investire un centesimo nel nostro Paese

  • Diversificare, diversificare, diversificare

E’ davvero l’ABC del risparmiatore, non si mettono tutte le uova nello stesso paniere, non si mettono tutti i risparmi sullo stesso titolo, non ci si gioca il proprio futuro scommettendo tutto su un solo Paese, una sola azienda, un solo settore. Diversificare in maniera saggia consente di limitare i rischi, di limitare le eventuali perdite e di ritrovarsi comunque qualcosa in cassa.

Ho scoperto, con una certa sorpresa, che anche investitori non del tutto impreparati trascurano un aspetto assolutamente fondamentale quando valutano la diversificazione del proprio portafogli, ovvero la presenza di un risparmio obbligato sotto forma di contribuzione previdenziale. Il risparmio previdenziale è infatti legato in maniera strettissima all’andamento futuro dei conti del Paese, se un risparmiatore decidesse di investire tutto il suo gruzzolo in titoli di Stato italiani ed il nostro Paese dichiarasse bancarotta questo risparmiatore si troverebbe a non avere più una pensione e a non avere più neanche i risparmi, una situazione davvero poco invidiabile.

Un esempio sarà certamente più chiaro.

Un lavoratore single che percepisce poco più di 20mila euro annui e che riesce a risparmiarne 5mila decide di allocare il 50 per cento del proprio risparmio in Italia ed il resto all’estero, 2.500 in Italia e 2.500 all’estero. Questo lavoratore trascura però il fatto che quasi metà del proprio stipendio netto, un terzo del proprio stipendio lordo, la somma di circa 10mila euro è già stata investita per lui. I contributi pensionistici che andranno a formare il suo montante contributivo individuale e che sono stati versati dal lavoratore e dal datore di lavoro  sono infatti da considerare, a tutti gli effetti, risparmio, forzoso, obbligatorio, ma risparmio e vanno inseriti nella decisione di allocazione totale dei risparmi del lavoratore. Tornando all’esempio di cui sopra un lavoratore che percepisce poco più di 20mila euro annui ha un risparmio complessivo di circa 15mila, 10mila sotto forma di risparmio pensionistico obbligato e 5mila sotto forma di risparmio volontario. Anche investendo tutti e 5mila gli euro di risparmio volontario all’estero l’allocazione non rispecchierebbe l’intenzione dell’investitore, 50 % Italia e 50 % estero, ma sovra peserebbe l’esposizione in Italia, 2/3 in Italia e 1/3 all’estero.

2 – Cercare un Paese con maggiore affidabilità giuridica

L’Italia, e gli italiani, stanno perdendo la residua affidabilità in termini di stabilità e certezza delle norme. Si sta cioè creando una serie di tensioni volte a modificare o ad annullare le certezze dei nostri genitori nel campo dei tanto vituperati “diritti acquisiti”. A sollevarmi qualche dubbio non è tanto una attività normativa effettiva o solo annunciata quanto le reazioni dei cittadini.

Per fare un esempio è di pochi giorni fa l’annuncio dell’intenzione del legislatore di ricalcolare tutti i vitalizi in essere col sistema contributivo. Verrebbe quindi del tutto annullato il concetto di diritto acquisito per gli ex parlamentari, quanto poi questo annuncio si tramuterà in misura effettiva resta da vedersi ma va sottolineato che l’annuncio è stato accolto da un boato di tripudio dalla folla. Anzi le voci critiche sono arrivate da coloro i quali ritenevano che tale misura fosse comunque insufficiente. Attenzione però ad un punto spesso sottovalutato, il concetto di diritto acquisito verrebbe superato, l’aggiunta ‘per i soli ex parlamentari’ cadrebbe ovviamente nel giro di un istante estendendo tale superamento, ovviamente, a tutti i cittadini italiani.

Ed è proprio questo il punto dolente, per i cittadini italiani l’esistenza stessa dei diritti acquisiti è considerata un peso insopportabile, ovviamente se i diritti acquisiti sono di altri. Il problema principale è che ciascuno di noi è “gli altri” per il resto del Paese.

3 – Evitare prodotti troppo punitivi per i risparmiatori

Il nostro Paese ha un problema enorme in termini di alfabetizzazione finanziaria, due studi citati recentemente dal Governatore di Banca d’Italia collocano gli adulti italiani all’ultimo posto in Europa ed i quindicenni italiani all’ultimo posto tra i Paesi Ocse come grado di alfabetizzazione finanziaria. Il risultato  di tanta impreparazione è una patologica debolezza contrattuale che spinge gli intermediari a proporre prodotti costosi e poco appetibili e i nostri concittadini, ancor peggio, a sottoscriverli.

Se è questo che passa il mercato, perché non cambiare mercato?

4 – Cercare rendimenti più elevati

I titoli di Stato italiani su scadenze brevi o medie pagano interessi ridotti al lumicino e sono comunque un investimento certamente non privo di rischi. I titoli azionari italiani pagano poco in più in termini di rendimento, e di questi tempi costituiscono anch’essi un investimento certamente rischioso. E allora perché investire in prodotti rischiosi se il rischio che si corre non è adeguatamente retribuito?

5 – Debito pubblico

Come noto il debito pubblico italiano è a livelli molto elevati, e già questo è un grosso problema. Ancora più grave è poi il fatto che non si riesca ad aggredire in alcun modo questa montagna di debiti che è sopravvissuta intonsa a un po’ di spending review, un po’ di aumenti delle tasse, tante chiacchiere e poca lotta all’evasione. Stando così le cose l’eventualità di un default del Paese è oggettivamente sempre dietro l’angolo. Se scoppiassero i conti pubblici il risparmiatore che avesse deciso di investire solo all’Estero almeno potrebbe contare sui propri risparmi per appiccicare un pranzo e una cena al tavolo di famiglia.

6 – Duration

Strettamente legato al tema del debito pubblico l’aspetto della sua duration merita certamente un punto tutto per sé. La duration del debito pubblico italiano è infatti molto breve, poco più di 6 anni e mezzo, la Grecia ad esempio ha una duration superiore ai 16 anni. Il dato italiano comporta che una bella fetta del debito pubblico viene riproposto sul mercato per essere rinnovato ed è così esposto ad un eventuale rialzo dei tassi di interesse.

7 – Demografia

Un altro punto da valutare attentamente è il trend demografico del nostro Paese, questa sorta di bomba ‘al rallentatore’ che probabilmente svuoterà in maniera pesantissima le nostre città, le nostre scuole e le fila dei pagatori di imposte e tasse. Vediamo qualche numero tanto per comprendere la magnitudo della variazione. A gennaio 2016 eravamo circa 60,7 milioni di abitanti. Appena pochissimi anni fa, nel 2011, l’Istat prevedeva una popolazione nell’anno 2065 compresa tra 53,4 e 69,1 milioni, con uno scenario mediano che prevedeva 61,3 milioni di abitanti nel 2065, ovvero un aumento limitatissimo di abitanti fino al 2065 era considerato lo scenario più probabile.

Le medesime previsioni Istat nella versione più recente di aprile 2017 recepiscono invece, tra l’altro, la riduzione delle nascite e l’aumento dei decessi maggiori del previsto e danno una previsione nello scenario mediano per il 2065 con una popolazione ad appena 53,7 milioni. 7 milioni in meno del 2016, una riduzione di oltre il 10 per cento della popolazione.

E se lo scenario mediano dell’Istat è apocalittico tenete conto che sul campo specifico l’Istat ha una storia recente di eccessivo ottimismo. Ad esempio l’andamento reale  avvenuto tra il 2011 ed il 2017 ha battuto, al ribasso e in misura sostanziosa, le previsioni dello scenario più basso precedenti. Le previsioni attuali dello scenario basso al 2065 ci danno una popolazione ad appena 46,1 milioni con una riduzione rispetto al 2016 di circa 14,6 milioni, quasi un quarto della popolazione italiana odierna sparirebbe senza essere sostituita.

14,6 milioni di persone in meno.

Tanto per renderci conto di cosa significherebbe una variazione di popolazione di tale intensità in un Paese come il nostro sappiate che se si concentrasse nelle sole città maggiori corrisponderebbe alla totale desertificazione, al totale svuotamento di tutte e 50 le città italiane che al 28 febbraio vantavano oltre 95mila abitanti. Diverrebbero completamente vuote Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, giù per la classifica fino ad Arezzo, Udine, Cesena e Lecce. E chi dovrebbe pagare le tasse, le pensioni ed i titoli del debito pubblico?

8 – Investire in Paesi per cui si possa prevedere una crescita maggiore

Con l’immenso fardello di un debito pubblico mostruoso sulle spalle, aggravato dal fatto che il debito stesso ha una duration tutto sommato breve, con una bomba demografica che sta già esplodendo e con una popolazione tra le meno istruite in Europa anche semplicemente immaginare che il nostro Paese possa cominciare improvvisamente a crescere quanto, o quasi quanto, gli altri Paesi del vecchio continente appare decisamente illusorio. E quando si investe a lungo termine secondo voi è meglio investire in un Paese che sembra destinato ad estinguersi o in un Paese che ha buone possibilità di avere grossi tassi di crescita della propria economia?

9 – Crearsi un punto d’appoggio per la pensione o la fuga

Molti italiani hanno visto partire i propri figli per terre lontane. Per studi o per i primi lavori si abbandona il nostro Paese con una frequenza che ricorda il secondo dopo guerra, un esodo che si attesterebbe oltre le 250mila persone annue. Se questo andamento non facesse segnare una clamorosa, o miracolosa, inversione di tendenza ciò comporterebbe che dei pochissimi nati in Italia negli ultimi anni ne espatrierebbe circa la metà (i nati dagli anni 90 in poi sono poco più di 500mila annui con trend di forte riduzione negli ultimi anni). Dove faranno l’università i nostri figli, a Dublino? A Francoforte? E dove cominceranno a lavorare, a Lisbona? A Lione? Potrebbe valere la pena di cominciare a ragionare in termini di mandare i risparmi dove potrebbero servirci. E potrebbe essere degno di nota il fatto che se si venisse a creare una situazione da SHTF nel nostro Paese, una apocalisse finanziaria in salsa greca, avere un posto dove fuggire potrebbe essere conveniente.

10 – Selezione della classe dirigente 

Il decimo ed ultimo punto di questa lista è probabilmente il punto in cui la responsabilità di noi cittadini è maggiore. Considerate incapaci chi ci governa? Va bene, ma tenete presente che seppur indirettamente li abbiamo scelti noi e siamo sempre noi a scegliere chi ascoltare, di chi fidarci, chi eleggere in Municipio e chi ritenere bravo e preparato. Se noi scegliamo male la nostra classe dirigente o i nostri riferimenti culturali contribuiamo, in piccolo, in piccolissimo per carità, a costruire quel sistema di cui ci lamentiamo tanto, contribuiamo a rafforzarlo, a farlo crescere e renderlo impermeabile a sollecitazioni successive, tentativi di cambiamento, tentativi di miglioramento.

Un esempio chiarirà meglio il concetto.

In Italia un docente universitario ha pubblicato un approfondito confronto tra i costi della Corte Costituzionale italiana e della omologa Corte Costituzionale inglese.

Questa persona non solo continua ad insegnare ma è stato nominato commissario di Governo per la spending review.

Non ci trovate niente di strano?

Ecco appunto

Amerigo Rivieccio

Laureato in Economia Aziendale ed abilitato all'esercizio della professione di Promotore finanziario; dal 2001 sono contabile alla Camera dei deputati. Prima di approdare a Montecitorio sono stato ragioniere:
alla Presidenza del Consiglio; al Comune di Napoli; in una cava di inerti.
Ma sono stato anche Funzionario dell'Unione europea e arbitro nazionale di pallacanestro.

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