Mercoledì, 18 Ottobre 2017 17:16

Negli “Esercizi di memoria” scopriamo chi ispirò Montalbano a Camilleri e molto altro

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Pirandello era fascista o antifascista? Dipende dai punti di vista.  Quando, nel dicembre 1936 morì nella sua casa romana, le ceneri vennero raccolte in un’anfora greca e depositata al cimitero del Verano, nonostante avesse lasciato scritto che avrebbe voluto fossero sparse nella campagna di Agrigento, sulle radici di un pino.

Otto anni dopo, nel 1942, cinque liceali agrigentini, e fra loro il giovane Andrea Camilleri, si fecero ricevere dal federale fascista dell’epoca per chiedere che le ceneri di Pirandello, come da sua richiesta, fossero portate ad Agrigento. “Non venitemi a parlare di Pirandello! Era un lurido antifascista!” fu la lapidaria risposta del gerarca fascista. Tre anni dopo, nell’Italia liberata dal fascismo, gli stessi cinque ex-liceali, ormai studenti universitari, si ripresentarono al Prefetto di Agrigento con la medesima richiesta: portare le ceneri dello scrittore dal Verano ad Agrigento. La risposta del Prefetto, nel 1945, fu: ”Non se ne parla neppure. Pirandello è stato un convinto fascista”. Per la cronaca, le ceneri di Pirandello raggiunsero Agrigento solo alcuni anni dopo grazie all’interessamento di un deputato siciliano della DC, il terzo interlocutore al quale si erano rivolti gli irriducibili giovani pirandelliani capitanati da Andrea Camilleri. 

L’episodio, che ebbe un ulteriore tragicomico finale, apre la serie di ventitré racconti scritti l’anno scorso sul filo della memoria da Andrea Camilleri in vacanza, come tutte le estati, sul monte Amiata e pubblicati oggi da Rizzoli con cinque illustrazioni inedite di apprezzati illustratori italiani: Alessandro Gottardo, Gipi, Lorenzo Mattotti, Guido Scarabotto e Olimpia Zagnoli. 

Il volume, con una bella copertina di Tullio Pericoli, è la nuova uscita in libreria dell’autore siciliano, ormai novantaduenne, che nonostante affetto da totale cecità riesce a pubblicare dettando quanto non è più in grado di scrivere. Non solo per questo è un libro che gli estimatori del prolifico scrittore siciliano non possono mancare di leggere: in queste pagine c’è tutto Camilleri, dall’infanzia alla maturità, con racconti di toccante umanità, ricordi ai quali l’autore dà vita sul filo di una memoria che non falla.  Oltre alle ceneri di Pirandello, Camilleri rievoca il cappotto che Vincenzo Cardarelli, il freddoloso poeta romano nella Roma degli anni Cinquanta si ostinava a indossare anche in piena estate; una stimolante esperienza con Eduardo De Filippo, divisa fra Roma, dove insieme curarono la versione televisiva di alcune commedie, e l’isola al largo di Positano che l’attore napoletano aveva eletto a suo buen retiro.  Ma si parla anche del boss mafioso Luciano Liggio, che voleva affidare a Camilleri la stesura di uno sceneggiato televisivo che raccontasse la sua vita, vista però dal proprio punto di vista. 

In quegli anni, Camilleri lavorava alla Rai e in teatro, conosceva tutti, con molti personaggi di primo piano ebbe importanti incontri di lavoro. Anche Michelangelo Antonioni entra nella galleria dei ricordi (“Esercizi di memoria” li chiama Camilleri e così s’intitola il libro), quando Monica Vitti, stanca dei personaggi nei quali il regista l’aveva ristretta nei suoi film detti “dell’incomunicabilità”, tentò, invano, di fargli dirigere un film se non proprio comico almeno divertente. Naturalmente, nonostante gli sforzi dell’attrice che non si arrese fino all’ultimo, del film non se ne fece nulla, e Camilleri ricorda anche di non aver più ritrovato in casa la sceneggiatura alla quale aveva collaborato. Un segno del destino. Solo dopo essersi allontanata da Antonioni, la Vitti ebbe modo di esprimere in alcuni film di successo la sua verve comica. 

Nella galleria dei ricordi non ci sono solo personaggi celebri, anche membri della famiglia. Uno dei racconti è dedicato a “zio Carmelo, cugino di mio padre, commissario di polizia nell’Italia fascista”. Si trovò a dirigere le indagini sull’attentato dinamitardo che il 12 aprile 1928 a Milano fece venti morti e quaranta feriti al passaggio in piazza Giulio Cesare di Re Vittorio Emanuele III, venuto a inaugurare la Fiera Campionaria. Quell’indagine costò al commissario Camilleri il sospetto di tradimento, fu costretto a dimettersi, fini in miseria. Ma rimase sempre fedele alle sue convinzioni, ”un uomo che per la ricerca della verità – ricorda Camilleri - mette in gioco tutto se stesso. Come il mio commissario Montalbano di cui inconsciamente è stato l’ispiratore”.

Un memoir particolare, dove ogni ricordo è recuperato con amore ma anche con l’ironia che riconosciamo al prolifico scrittore di Porto Empedocle. Che ha scritto per tutta la vita, con metodo, dalle sette del mattino, fumando milioni di sigarette, e che ha sempre definito la scrittura “un gioco di leggerezza, un intrecciarsi aereo di suoni e parole, come gli esercizi di un acrobata che vola da un trapezio all’altro sempre con il sorriso sulle labbra”, perché lo spettatore (leggi: il lettore) non deve avvertire la fatica, altrimenti non si godrebbe lo spettacolo. Non va dimenticato che Camilleri è stato per anni un valente regista teatrale e televisivo. Il gusto dello spettacolo, come della battuta, non gli ha mai fatto difetto. 

Esercizi di memoria

Rizzoli -  2017

Pag. 237 - euro 18,00

 

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