Mercoledì, 20 Novembre 2019 09:19

Feltrinelli.“Gli inganni di Pandora” di Eva Cantarella. Recensione

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L’origine delle discriminazioni di genere nella Grecia antica.

Da sempre siamo soliti pensare all’antica Grecia come alla culla di tutte le civiltà occidentali, in cui sono nate la filosofia, la democrazia, il teatro, le scienze. Tuttavia, assieme a questo importantissimo bagaglio di conoscenze, giunto fino a noi, è sempre dagli antichi Greci che arriva il nostro comune sentire circa la differenza tra il genere maschile e femminile. La percezione di divario e, spesso, di discriminazione che ha accompagnato il rapporto tra i generi nel corso dei secoli, ponendo la donna in secondo piano rispetto all’uomo, le ha lasciato ancora oggi la pesante eredità della consapevolezza che la parità sembra una chimera più incostante della tela di Penelope: per ogni filo che sembra cucito un giorno, altri due vengono scuciti il giorno dopo.

Eva Cantarella nel suo ultimo breve saggio, “Gli inganni di Pandora”, edito da Feltrinelli, ha analizzato, con la semplicità e lo spessore che la contraddistinguono, l’origine delle discriminazioni di genere dell’antica Grecia, facendo un excursus che accompagna il lettore dal mito, alla filosofia, passando per la medicina e la legislazione del tempo.

Se la Eva della Bibbia nasce da una costola di Adamo e, in qualità di prima donna del creato, nel disegno di Dio è fatta per stare accanto all’uomo, la Pandora del mito non è fatta della stessa carne di cui sono fatti gli esseri umani, ma nasconde in sé una miscela di curiosità, cattiveria, furbizia e fascino che, nel disegno divino, dovrà essere letale per il genere umano, punendolo, una volta per tutte, per l’utilizzo del fuoco, donato agli uomini da Prometeo e che ha quasi permesso loro di mettersi a confronto con gli dei stessi. È Pandora che apre il famoso vaso contenente tutti i mali del mondo, facendo sì che essi si riversino sulla Terra, funestando la vita degli esseri umani da quel momento e per sempre. È proprio da questo mito che i greci, così evoluti nelle arti e nelle scienze, fanno derivare la loro scarsa considerazione per il genere femminile, relegando la donna a una condizione di totale inferiorità e assoggettamento rispetto all’uomo. L’unico interesse che i greci hanno nei confronti della donna, spiega Eva Cantarella, deriva dalla sua capacità di procreare i figli dell’uomo, spesso quasi “geloso” di questa prerogativa, come dimostrano i numerosi miti in cui Zeus, la più importante divinità del tempo, dà alla luce autonomamente i propri figli, spogliando le donne e amanti, con le quali li ha generati, di questo potere che egli non vuole perdere, proprio come accade con Atena, ad esempio, che nasce dalla testa dello stesso Zeus. 

A confermare il quasi maniacale interesse degli antichi greci verso la procreazione e il ruolo della donna e del suo corpo in merito, sono i numerosi libri di ginecologia che fanno parte del corpo di volumi attribuito a Ippocrate, quasi come se, vista l’importanza del genere femminile in questo contesto, diventi importante curarne e prevenirne le malattie, col principale e forse unico scopo di garantire la progenie dell’uomo e della sua stirpe.

Per la legge le donne greche erano poco più che merce di scambio: possedute da padri che, fin dall’infanzia, le promettevano in spose a futuri mariti altrettanto indifferenti alla loro sfera emotiva, dato che esse servivano solo a procreare, occuparsi della prole e governare la casa, visto che l’uomo aveva ben altri modi e persone con cui sfogare tutti gli altri istinti che gli erano concessi.

L’unica voce fuori dal coro che mette a confronto le virtù maschili con quelle femminili, dando a queste ultime pari, se non superiore, dignità, è quella di Socrate. Egli fu il solo tra i grandi filosofi del passato a non sentirsi mai minacciato dal cosiddetto “genere maledetto”. E tutti sappiamo la fine che ha fatto…

Alessandra Rinaldi

Giornalista, blogger e scrittrice

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