Pietro Folena

Pietro Folena

ROMA - Georges Wolinski era un artista, uno dei giganti delle “bandes dessinées”, e della satira libera contro ogni Potere e contro ogni intolleranza.  Di questa prodigiosa, nuova, magica arte  del grande fumetto d'autore. Dagli anni '70 era in Italia tra gli autori più conosciuti, grazie a Linus e all'affermazione in quegli anni di questo nuovo fenomeno creativo. 

ROMA - Il “governo amico” precetta i ferrovieri per uno sciopero generale indetto un mese fa, che non ha nulla di selvaggio. Estremisti di ogni tipo possono agire indisturbati, il sindacato confederale deve subire da Maurizio Lupi e da Matteo Renzi un gravissimo atto di imperio.

ROMA - Una manifestazione imponente, positiva, serena. Non ho sentito, attraversando i fiumi che con fatica andavano e venivano da San Giovanni, odio o disprezzo nei confronti di Matteo Renzi. Ho sentito rabbia e dignità. E' stata la forza della dignità -delle persone, dei lavoratori, dell'Italia che lavora e produce-, e la rabbia per come nella crisi di questi anni la dignità è stata calpestata, la molla che ha spinto un immenso popolo a invadere Roma.

ROMA - C’è qualcosa che fatico a capire della discussione di questi giorni nel Partito Democratico. La minoranza del PD in Direzione si scandalizza per il prossimo appuntamento della Leopolda: e questo avviene dopo  aver sostanzialmente dato un via libera alla una svolta moderata -dai temi dei diritti dei lavoratori all'impostazione della legge di stabilità- impressa da Matteo Renzi in materia economico-sociale.

ROMA - Qualcuno ha ricordato che ero al timone del Partito -allora i DS- quando l'Unità sospese le pubblicazioni nel luglio del 2000. La tragedia di quelle ore, documentata anche in tv e al cinema, con i giornalisti che protestavano sotto la sede delle Botteghe Oscure, dal punto di vista della proprietà pesò fortemente sulle mie spalle.

Non avevo mai partecipato a un'iniziativa promossa da Pippo Civati e dalla sua area. La tre giorni di Livorno mi ha molto colpito. Si tratta di un evento assai distante da quelle riunioni di corrente in cui la sinistra del PD si è frantumata in questi mesi, o si sta frantumando la stessa SEL. Quelle riunioni, quelle che ho visto di persona e quelle di cui ho letto, sono riunioni di ceto politico, sostanzialmente preoccupato della propria salvaguardia e della propria riproduzione, e per ciò ostile ad ogni cosa nuova che venga dall'esterno.

 

ROMA - Tutta la vicenda dell'incontro col M5S, fatto saltare all'ultimo dal Partito Democratico, ha dell'incredibile. Lo dico da militante di questo Partito, che già in occasione della diretta streaming del primo incontro - che ha visto i giornali in un coro conformista con pochi precedenti osannare la prestazione di Matteo Renzi - aveva sentito un po' di amaro in bocca. Da un lato, per la prima volta, da parte di Luigi Di Maio, una ricerca di dialogo - tardiva, certo, ma necessitata -; dall'altra un sostanziale non possumus del PD. 

ROMA - “Uomini di frontiera, è difficile trovarne. In alto, è facile: protetti dai libri e da sicuri portafogli”. Era un caldissimo giorno di luglio del 1978. La Padova della militarizzazione della politica rendeva difficile -dopo il '77, le gambizzazioni e gli attentati di autonomia operaia e le azioni violente dello squadrismo di estrema destra- pensare la politica in termini di conflitto pacifico. Tom Benetollo ci provava, e scrisse a me, giovanissimo segretario della FGCI veneta, una lunga “Dedica alla cinese” che cominciava così. Quella dedica la conservo sempre appesa dietro alla mia scrivania.

 

ROMA - Prima che sia tardi Matteo Renzi e i suoi consiglieri, con l'appoggio di larga parte dell'ex-minoranza, dovrebbero evitare un cortocircuito traumatico nella coscienza del Paese. Non basta evocare i “voti”, come si è fatto in queste ore: non c'è voto, né “plebiscito” che giustifichi atti di prepotenza e di intolleranza come quello che ha visto il PD cacciare Vannino Chiti e Corradino Mineo dalla Commissione Affari Costituzionali perché non “allineati”.

 

ROMA - Il trentennale della morte è già stato un'occasione molto importante per meditare sull'opera di Enrico Berlinguer.  A Walter Veltroni occorre riconoscere il merito di aver costruito, col film di cui è stato regista e col libro che ha seguito quella produzione, un evento popolare, di memoria collettiva. Tuttavia Veltroni, in  compagnia di molti altri, compie un'operazione revisionistica a senso unico, dando  quasi l'impressione di voler iscrivere Enrico Berlinguer al Partito Democratico, venticinque anni prima della sua fondazione;   identificando il leader del PCI col solo compromesso storico, e dipingendo la sua ultima stagione -salvo che per la questione morale- come un ripiegamento settario.

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