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La sinistra della Terza Via genera mostri

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ROMA - Ogni volta che un “mostro” come Hofer viene sconfitto per miracolo, e con percentuali di distacco esigue, per non dire risibili, rispetto al candidato “presentabile”, augusti commentatori della sedicente sinistra riformista si precipitano alla tastiera o negli studi televisivi a spiegarci che il pericolo è alle spalle e che sì, la paura è stata tanta ma alla fine la democrazia vince sempre, in quanto i singoli stati possiedono gli anticorpi necessari ad arginare i fenomeni populisti. Nulla di più falso, ovviamente.

Le democrazie occidentali, e non da oggi, sono in gravissimo affanno, sconvolte da un declino che riguarda, spiace dirlo, soprattutto la sinistra, la quale, dopo il crollo del Muro di Berlino, soffre di una sorta di complesso di inferiorità, come se dovesse costantemente farsi perdonare il peccato originale di essere stata a lungo se stessa, ossia una forza di progresso e cambiamento a difesa degli ultimi e dei ceti sociali più deboli. Da almeno trent’anni, purtroppo, non è più così: una degenerazione iniziata intorno al 1984, ossia nel bel mezzo dell’orgia liberista che condusse al potere Reagan e la Thatcher e che indusse un uomo sedicente di sinistra come Craxi a varare la prima norma contraria agli interessi dei cittadini, ossia l’abolizione della Scala mobile con il famigerato “Decreto di San Valentino”.

Da allora è stato un crescendo, al punto che ai tempi del governo D’Alema voci maligne narrano che l’Avvocato Agnelli si sarebbe lasciato andare a una battutaccia delle sue: “La sinistra è oggi l’unica forza politica che può portare avanti sane politiche di destra!”. Nulla di più vero, purtroppo, come si evince dalle scelte compiute da quell’esecutivo, sostenuto, fra gli altri, da Francesco Cossiga, e dai disastri provocati da tutte le sinistre della Terza Via che andarono al governo in quegli anni.

Avete presente Blair e le sue privatizzazioni selvagge, preludio del vassallaggio nei confronti di Bush in due guerre devastanti come quelle in Afghanistan e in Iraq? 

Avete presente Clinton e le sue politiche ultra-liberiste, in scia con il reaganismo, al punto che qualcuno lo ha considerato il prosecutore del decennio repubblicano che segnò gli anni Ottanta?

Avete presente Schröder e le leggi Hartz per riformare il mondo del lavoro, con conseguente sconfitta e successiva scomparsa dell’SPD?

E che dire oggi del duo composto da Hollande e Valls? Che dire della Loi travail, imposta dal governo senza passare per il voto del Parlamento, facendo leva sull’articolo 49 comma 3 che in Francia consente all’esecutivo di compiere una simile forzatura, lasciando all’opposizione la sola possibilità di presentare una mozione di censura? Che dire di un intero Paese in piazza, delle manifestazioni che stanno sconvolgendo da giorni Parigi e altre importanti città, dei sindacati di categoria che scioperano a oltranza chiedendone il ritiro, del crollo verticale dei consensi, già esili, di una maggioranza che è ormai ampiamente minoranza in una Nazione del G8, membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite?

Che dire di questa follia collettiva, di questa sconsiderata corsa verso il nulla, di questa mutazione genetica senz’anima e senza prospettive, di questa corsa a scimmiottare le peggiori politiche dell’avversario fino a scavalcarlo a destra, tanto che il candidato dell’SPD nel 2013 era il fautore della Schuldenbremse, ossia del pareggio di bilancio in Costituzione, ponendo l’accento sul concetto di debito inteso, più che mai, come colpa (“Schuld” in tedesco significa entrambe le cose), dando di fatto il via a quel massacro sistematico degli stati “cicala” del Sud Europa che ci ha condotto nel baratro in cui siamo precipitati da almeno cinque anni e che adesso, com’era ampiamente prevedibile, sta risalendo il Vecchio Continente, varcando i confini di nazioni che un tempo consideravamo immuni dal demone del populismo, del nazionalismo e della xenofobia.

Perché la verità è che questi “mostri”, si chiamino Hofer, Trump, Le Pen, Farage o in qualunque altro modo, questa destra razzista e impresentabile l’abbiamo creata noi, l’abbiamo fatta avanzare noi, l’abbiamo sospinta al governo noi con i nostri fallimenti, la nostra miseria morale, la nostra incapacità di volgere lo sguardo al futuro, il nostro sciocco illuderci che, per essere all’altezza, bastasse seguire il flusso della corrente e correggere le virgole di un capitalismo selvaggio e disumano, al punto che non ci interroghiamo nemmeno più sulle ragioni che inducono intere regioni, un tempo di sinistra, ad affidarsi a partiti che giustamente ci fanno paura.

Il guaio è che la paura delle persone perbene, che mai voterebbero Trump e che si disperano per questa disgregazione del tessuto sociale e per questa deriva apparentemente senza ritorno, questa paura non e la stessa dell’establishment. L’establishment, infatti, non freme di sdegno al cospetto dei muri di filo spinato o dei vagoni piombati di Orbán, non si preoccupa minimamente della brutalità di Alba Dorata in Grecia, non batte ciglio al cospetto delle chiusure e delle proposte assurde di Trump, non considera un insulto ai valori costitutivi dell’Europa l’idea della Le Pen di reintrodurre la pena di morte per i terroristi e non le importa nulla nemmeno della stabilità dei governi; ciò che preoccupa l’establishment è unicamente la difesa della propria cittadella di potere sotto assedio, del proprio asfittico comandare senza governare, del proprio mantenere un ruolo di privilegio a scapito della disperazione e del tormento altrui, del proprio incedere senza idee, senza convinzione, senza speranza e senza alcuna visione del mondo, della propria presunzione di avere in tasca tutte le soluzioni, salvo poi doversi arrendere a una realtà che va nella direzione opposta a quella che loro immaginavano.

E ogni volta, per riprendere il concetto col quale abbiamo iniziato questa riflessione, tiriamo un ingiustificabile sospiro di sollievo e proseguiamo lungo una strada destinata a condurci nell’abisso, come se il senso di responsabilità dei cittadini potesse essere infinito, come se la miseria e il disincanto non avessero ottime ragioni di esistere, come se si potesse continuare a sfruttare una linea di credito che ormai si è interrotta da tempo.

Si procede per inerzia, si va avanti a tentoni, ci si volta dall’altra parte rispetto alla tragedia che ha investito le Filippine con l’elezione alla presidenza di Rodrigo Duterte, non si riesce a volgere lo sguardo al di là del proprio cortile, non si ha il coraggio della dignità né una sana passione per la politica, non si prova nemmeno ad uscire da un trentennio indecente e privo ormai di qualunque giustificazione e così si perde anche quando si vince, in quanto i virus della barbarie anti-democratica finiscono inevitabilmente col contagiare anche le persone migliori e i paesi un tempo considerati modelli di integrazione e accoglienza. 

A questo ci ha condotto la folle sinistra della Terza Via, falsa, ipocrita, inconsistente e fondamentalmente di destra, la quale si ostina a resistere e a non farsi da parte. Peccato che in fondo a questo tunnel non ci sia una luce ma il muro di cemento armato di una rabbia violenta, sconsiderata e, inesorabilmente, distruttiva di quegli ideali che ci hanno regalato sette decenni di pace e di relativo benessere.

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