Venerdì, 05 Aprile 2013 16:35

Grillo ci ha fatto ridere, ora vuol farci piangere

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ROMA - Sta andando in onda l’ennesima sceneggiata di Beppe Grillo. Il trasferimento coatto in località segreta (ma basta seguire i pullman per sapere dove vanno) dei suoi parlamentari rimette al centro della scena l’ex comico e il suo ispiratore. La tecnica di Grillo è furbissima.

Mostra disprezzo verso i mezzi di informazione ma produce eventi che attraggono tv e giornali come mosche. Probabilmente è vero che nel suo gruppo parlamentare vi siano maldipancia. Probabilmente è vero che nel suo elettorato vi siano zone di scontento verso una linea di chiusura assoluta al dialogo con il Pd. Quello che conta, però, è che Grillo è indifferente a tutto questo. Le sue tecniche di comunicazione corrispondono al suo progetto politico. E il suo progetto politico ha ben chiari alcuni punti fermi. Il primo è la destrutturazione completa dell’assetto politico-rappresentativo del paese. Al primo posto c’è la messa in crisi dei partiti sia nella forma attuale sia in quella futura. Grillo pensa a movimenti ispirati da gruppi ristretti, coordinati sulla rete, convocati periodicamente in piazza. Poi toccherà ai sindacati. In tutto ciò c’è l’idea non di una trasformazione in senso di maggiore trasparenza delle istituzioni ma della loro completa immobilizzazione. L’idea di fare un sondaggio in rete sul nome del candidato alla presidenza della Repubblica racconta meglio di un libro quale idea di democrazia si sta facendo avanti.

L’ispirazione è tratta dai movimenti di contestazione degli ultimi anni, dalle rivoluzioni arabe, agli indignatos  spagnoli a Occupy Wall Street. Solo che questi movimenti avevano nel versante arabo la proposta di un cambiamento di regime in senso più democratico (poi è da vedere se sia finita davvero così), nel versante occidentale di creare potenti gruppi di pressioni che scalfissero la dittatura dell’1% che domina le nostre società con furberie  e arricchimenti. Grillo ha aggiunto a questa piattaforma la sovrapposizione di un ristrettissimo gruppo di comando (con un risvolto imprenditoriale non banale visto quanto guadagna il suo blog), che decide volta a volta come attaccare il sistema. Sono vietcong della rete, tupamaros senza fucili, nelle liturgie assai vicini a quei movimenti di sinistra o di destra fortemente contrassegnati da simbolismi e riti. Nasce da qui la difficoltà del dialogo con questo coacervo elettorale. Il ”non possumus”, corredato da insulti, con cui Grillo accompagna il suo rifiuto di dialogo ha come contesto una visione totalitaria del potere, quel famoso 100% del parlamento che vuole conquistare. Difficile che accada, ma c’è invece la concreta possibilità che il parlamento attuale e quello futuro siano messi nelle condizioni di non funzionare. Nasce da qui il rischio democratico. Un paese in crisi che non riesce a far lavorare il legislatore. Finché non arriverà l’uomo forte. Che faccia, o abbia fatto,  ridere  nel passato è secondario, visto che vuol farci piangere.

Peppino Caldarola

Direttore del quotidiano L'Unità dal 1996 al 1998

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