Martedì, 28 Ottobre 2014 11:31

Reyhanenh, una straziante testimonianza, un’eredità da non dimenticare

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ROMA - La lettera-testamento che Reyhanenh ha scritto alla madre prima di essere uccisa è un Manifesto che dovremmo appendere in tutti i luoghi in cui si parla di Giustizia. Oltre al dolore immenso che si prova davanti alla tragedia universale dell’esecuzione sbagliata di una giovane donna così straordinaria, fa riflettere, infatti, il profondo senso di ingiustizia che lei descrive mirabilmente per non essere stata ripagata dai Giudici dal torto subito.

Il ribaltamento della posizione della vittima in assassina compiuta da un Tribunale in malafede celebra il funerale anche di quel principio assoluto per cui dentro le aule di giustizia chi ha subìto la violazione di un proprio diritto deve trovare riparo nella pronuncia di un Giudice. Del resto lo scopo del processo è quello di punire l'aggressore e risarcire la vittima e se viene a mancare questa funzione suprema si tradisce l'essenza stessa del rito che diventa un’insopportabile farsa. “Quando sono apparsa in corte, agli occhi della gente sembravo un'assassina a sangue freddo e una criminale senza scrupoli. Non ho versato lacrime, non ho supplicato nessuno. Non ho cercato di piangere fino a perdere la testa perché confidavo nella giustizia”. Sono queste le parole che indirizza alla madre e al mondo intero per rappresentare che   la violenza subita da un Tribunale ingiusto che dovrebbe invece proteggere chi riceve del male è atroce. Reyhanenh è stata uccisa perché considerata colpevole da giudici che non solo hanno rinunciato a fare Giustizia, ma che hanno consegnato al loro popolo una decisione esemplare che arrestasse l’ondata di rinnovamento in nome dei diritti universalmente riconosciuti. Reyhanenh, che nella sua vita da bambina non faceva del male neppure una zanzara, è stata uccisa due volte da un sistema culturale e giuridico che fanno spavento e che è dovere di ciascuno di noi combattere anche nella nostra quotidiana esistenza in un Paese, il nostro, in cui negli ultimi anni si moltiplicano i casi di violenza e di uccisione delle donne.  La giovane iraniana sceglie di consegnare le sue parole ad un’altra donna, sua madre, che ha preso come esempio nelle sue scelte e della quale ha appreso ed applicato tutti gli insegnamenti: non cedere mai di fronte alla potenza delle proprie convinzioni. E’ straziante leggere le ultime parole di addio: “Cara Shole dal cuore d’oro, nell’altro mondo siamo io e te gli accusatori e loro sono gli imputati. Vediamo quel che vuole Dio. Io avrei voluto abbracciarti fino alla morte. Ti voglio bene.”

Arrivederci cara Reyhaneh, ci porteremo sempre dentro il ricordo dei tuoi occhi coraggiosi e forti, del tuo dolore infinito e ingiusto e insegneremo alle nostre figlie e ai nostri figli che sempre bisogna combattere contro il male e le ingiustizie perché l’eredità che hai lasciato attraverso tua madre a tutto il mondo non sia dispersa inutilmente.

Andrea R. Catizone

Avvocato e giurista. Ha acquisito una significativa esperienza nell'ambito del Diritto Penale e del Diritto di Famiglia. Nella Facoltà di Giurisprudenza, Terza Università di Roma, è docente per la Scuola Forense, nelle materie di Diritto di Famiglia. È membro del Comitato Media e Minori presso il Ministero per lo Sviluppo. Dirige l'Osservatorio Eurispes sulle Famiglie.

www.familysmile.it

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