Domenica, 23 Febbraio 2014 08:06

Parola d’ordine, rompere il paradigma civiltà/follia attraverso l’arte e la disobbedienza civile

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Intervista a Massimiliano Taggi. La campagna “Si può fare” per aprire l’ex manicomio di Roma alla città parla a tutti noi, recuperando il pensiero libertario che portò all’approvazione della legge 180. Ne parliamo con Massimiliano Taggi, da 17 anni animatore dell’Associazione Ex-Lavanderia, e di questa battaglia

 

 

ROMA - Mai conciliati, sempre pronti a dire quello che sentono. Questi sarebbero i matti? o i ‘normali’ che fanno “finta di essere sani”? dopo la proiezione di “Roba da matti” al Kino a sostegno della campagna torna alla memoria il Gaber che nel manicomio di Voghera cantò a sostegno della battaglia basagliana. Sì perché il film di Enrico Pitzianti questo racconta: una comunità che vive di armonia e affetti, quella della “Casamatta” di Quartu S. Elena, fatta oggetto di una raffica di calunnie e ostacoli burocratici nel tentativo di chiuderla a dispetto dei destini di persone fragili, del lavoro degli stessi operatori, e delle relazioni che hanno dato un senso alla loro esistenza. 

Il tema torna prepotentemente alla ribalta ovunque di fronte a una politica che si fa strumento di autoritarismo, facile scorciatoia per imporre sudditanza all’economia del debito, usando discriminazione e segregazione come strumenti di repressione verso qualunque moto di ribellione. 

 

Questo è il motivo per cui “la campagna per l’uso pubblico, sociale e artistico del S. Maria della pietà riguarda tutta la città”, sostengono i promotori. E nello specifico è un frangente nel quale rischia di avere buon gioco il ripetersi dell’ospedalizzazione del disagio mentale. “Un orrore del XX secolo al quale ha posto fine l’approvazione della legge 180, e che non deve ripetersi”. E’ la chiave di volta della campagna “Si può fare”. Massimiliano Taggi, responsabile dell’associazione che da 17 anni si batte perché l’ex manicomio di Roma diventi un luogo aperto alla città, ci spiega perché.

 

Da dove viene tanta determinazione?

Questa vertenza, nonostante scacchi e sconfitte, ha mantenuto la sua forza e la sua vitalità. Ed oggi noi presentiamo una delibera e una legge regionale esattamente dieci anni dopo la presentazione di un’altra delibera comunale di iniziativa popolare.

 

Che cosa diceva quella delibera?

Chiedeva l’acquisizione comunale, perché allora la maggior parte della proprietà del Complesso era da definire, e naturalmente l’uso pubblico, sociale e culturale del S. Maria. Il Comune non la discusse violando lo statuto, determinando poi i processi devastanti che si sono verificati.

 

A che ti riferisci?

Nel Complesso si è ricostruito in parte un concentrato di disagio e di malattia che richiama le logiche manicomiali. 

 

Puoi essere più preciso?

Mettere insieme pazienti psichiatrici, tossicodipendenza, malati terminali, disabilità, disturbi alimentari, trattamento del post-coma significa creare un ghetto, usando oltretutto l’ex manicomio. Come fare la sala interrogatori della questura a Via Tasso. 

 

Per questo sostenete che l’ex manicomio deve invece essere aperto alla città?

I luoghi non sono fatti di mattoni, ma di storia, di relazioni, di significati, di simboli, e non c’è luogo a Roma che rifletta questo e insieme il pensiero libertario che ha portato alla rottura. Tra le cose che caratterizzano la civiltà c’è il modo in cui si utilizzano storie e memorie. Qui si tratta di migliaia di storie, ovvero migliaia di persone che hanno vissuto una vita e che vanno raccontate per sapere, non “per non dimenticare”, ma per allargare l’area della coscienza. E non sto parlando di commemorazioni, sto parlando di farle vivere rompendo gli schemi economicistici con cui ci vorrebbero costringere a ragionare sulla ‘valorizzazione’, come si usa dire oggi, perdendo il senso del bene comune immateriale che rappresenta la liberazione del nostro immaginario. Questo ci consegna il S. Maria della Pietà, in questo senso dico che è un emblema, perché la nostra vera battaglia sta nella liberazione del nostro immaginario, oltre i ragionamenti, tanto meno contabili.

 

Qual è il valore simbolico di questo luogo?

Il S. Maria della Pietà è il simbolo dell’oppressione e il simbolo della rivoluzione contro uno degli orrori del XX secolo. La nostra campagna deve servire anche per capire la responsabilità storica di chi ha lavorato per la perdita del senso e della memoria. Poi si fanno i convegni su Basaglia. Ma la 180 è stata una legge rivoluzionaria, perché non ha ‘trasformato’ il manicomio, lo ha abbattuto. “Il potere si abbatte e non si cambia”, dicevamo, e Basaglia ha abbattuto il manicomio. 

 

Qual è stato il percorso di questa rivoluzione?

La legge 180 è l’effetto di una pratica diffusa di disobbedienza civile. La deistituzionalizzazione, l’apertura dei cancelli, è avvenuta prima. E’ stata una pratica degli operatori, degli infermieri, che hanno abbattuto reti, aperto porte, messo le forchette a tavola invece dei cucchiai, violato tutti i regolamenti rischiando di persona. Sul piano simbolico è stata la rottura del paradigma del rapporto della società con la follia, tra il normale e l’anormale. Il terreno che ha permesso di maturare quella disobbedienza è stata l’arte, la pittura, il teatro, il canto, la danza, dei ‘matti’ del padiglione 8. Il manicomio ha cominciato a disgregarsi quando l’arte ha cominciato ad attraversarlo. 

 

Qual è il progetto che mettete in campo con la proposta di legge? 

Un centro polifunzionale: residenze studentesche, spazi culturali, un ostello della gioventù, e spazi di cura - ben 15 padiglioni dei 35 del Complesso - che non devono però riguardare il campo psichiatrico. La legge nazionale 724/94 dice che “i redditi prodotti dall’riuso degli ospedali psichiatrici vanno a finanziare i progetti di salute mentale, cioè l’applicazione della 180”. Questo è risarcimento, ed è contenuto in quella legge che noi usiamo come grimaldello fondativo del nostro progetto. La nostra legge regionale perciò non prevede spesa, prevede entrate, perché la regione recupera risorse: l’ostello della gioventù porta risorse, il museo di arte contemporanea porta risorse, gli spazi culturali portano risorse. Senza contare gli spazi che potrebbero essere occupati dagli uffici municipali, senza l’aggravio di spese attuale.

 

Il contesto di cura dici che non deve riguardare il disagio mentale, vuoi chiarire meglio?

Un paziente psichiatrico che viene al S. Maria ci deve venire da cittadino e attraversare e compartecipare dei progetti artistici e culturali come tutti i cittadini. “Abbiamo portato ciò che stava dentro fuori e ciò che stava fuori dentro”, questo dice Basaglia, e questo è ciò che va fatto. Dobbiamo trasformare i significati di esclusione in significati di inclusione.

 

In questo senso l’antipsichiatria torna ad essere attuale?

Certo. E’ emblematica sul piano delle relazioni tra politica di palazzo e società civile, perché in questa città si è praticato un genocidio culturale, si è tentato di distruggere la capacità partecipativa e progettuale dei cittadini, e capofila è stata l’esperienza della giunta Veltroni perché soprattutto sul terreno urbanistico le istanze di decine di comitati ed esperienze territoriali sono state sottomesse alle logiche degli interessi speculativi. Il genocidio culturale sta nel rendere le persone impotenti, inducendo l’idea che solo attraverso la delega si può fare qualcosa, anzi solo se hai l’amico assessore. Quando convinci le persone che non c’è speranza, non c’è possibilità di trasformare la realtà attraverso la partecipazione e la propria fantasia, hai compiuto un genocidio culturale.

 

E voi allora come avete fatto a resistere?

Il S. Maria della Pietà è l’unica esperienza dove un movimento cittadino vero ha vinto una battaglia, perché è l’unico luogo della città dove l’area è rimasta completamente pubblica e senza previsioni edificatorie, superando il piano regolatore 2003 che prevedeva 300.000 metri cubi di cementificazione. Da allora la pratica dell’obiettivo è la bussola che ci ha permesso di continuare a vivere e ad essere la goccia che scava la pietra.

 

Perché allora una delibera e una proposta di legge?

Le delibere e le proposte di legge sono solo tasselli di una battaglia che si svolge sul campo, non possiamo pensare che gli atti istituzionali possano essere risolutivi per la politica che vogliamo praticare, indipendentemente dell’essere le nostre proposte compiute, complesse e che si assumono una responsabilità di governo. Quello che ci lega alle altre esperienze della città con le altre delibere in campo è l’idea di trasformarci in istituzione sociale, ovvero governo dal territorio. C’è un vuoto storico: nessun assessore illuminato trasformerà questa città. La città si prende, e si trasforma.

 

 

 

 

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